sabato 20 aprile 2019

Romanzi da leggere a puntate online. 18^ puntata, 6° capitolo del romanzo “Anzol” di Haria

a cura di Andrea Giostra - La 18^ puntata dei Romanzi da leggere online è dedicata al sesto capitolo del romanzo “Anzol” di Haria.

In copertina Mimmo Germanà (Catania 1944 - Milano 1992), “Paesaggio con figure e violino”, 1983, olio su tela

VI Capitolo

Vincente su sei strati Gaddo era stato acclamato signore della folla. Come avesse vinto non lo sapeva nemmeno lui. Trotterellando ubriaco nella nebbia si era ritrovato nel cerchio; qualcuno gli aveva urlato di azzardare un numero e con voce impastata lui aveva detto ‘sei’. Ricordava vagamente le circolari densità nebbiose che risalivano con ostinazione e i suoi pugni rabbiosi che le fendevano. Il silenzio della folla lo aveva incoronato un istante prima del suo urlo.
Per prima cosa impose al mercato un nuovo nome: giocomercato, poi - sborniato di successo ma ebbro di malignità - decretò che il tempo non era mai esistito, che il gioco doveva proseguire senza interruzioni, che chi perdeva contro il primo strato doveva azzardarne subito altri due, che la privazione della dignità - per chi era perdente contro tre strati - comportava anche la perdita dell’identità. Infine si autoproclamò boia. Saltò nel cerchio e con gusto scannò Donna.
«E ora basta con le streghe», disse.
Anzol si svuotò, restarono i moribondi e i folli; le poche luci si spensero e l’umidità entrò dalle finestre scardinate, dalle porte abbattute, dalle crepe nei muri, dai tetti sfondati. Nelle stanze il gelo spezzò la memoria del tempo e il silenzio ascoltò gli ultimi lamenti dei moribondi, che le urla dei folli sgangheravano.
Nel cuore spento di Anzol - nella vecchia casa di sua madre - Luna ricordava il cielo, il sole, la luna, le stelle. Ricordava Eia, la donna di conoscenza che negli intrichi l’aveva avviata alla consapevolezza. Le doveva tutto e un giorno sarebbe tornata per riprendere con lei il cammino verso la libertà. Ricordava il mondo in cui era vissuta, reale, esuberante, dove ogni attimo era un impulso di energia, ogni luogo un evento di bellezza, ogni sguardo un soffio di vastità. Ricordava le rupi oltre gli intrichi, i boschi immensi, guardiani di segreti, e ricordava l’estensità, la magica via della bellezza. Si sforzò di allontanare i ricordi e si concentrò sul suo agguato.
Gaddo ripristinò l’abitudine all’ot. Aprì non una, ma venti oterie tutto intorno al giocomercato, ripescò nella folla musici e cantori e li nominò ‘festanti’. Melodie strascicate e cori ridondanti presero ad accompagnare i racconti di questa o quella vittoria al gioco degli strati. I bevitori esultavano alle iperboli dei vincitori, schernivano i piagnistei dei perdenti, sghignazzavano sui bastonati, ironizzavano sui braccati, sugli scovati e ridotti servi dei servi, compativano gli scannati. Sarcasmo e adulazione si intrecciavano in infinite sfumature e varianti. Fuori il tintinnio dei soldi scandiva l’eccitazione della folla.
Al centro del gioco si arrivava, oltreché per caso, seguendo voci, scalpiccii e ogni tanto occhi.
Ma per chi si trovava ai lontani margini del giocomercato (o per chi vi accedeva la prima volta) raggiungere il cerchio era una sfida. Mettersi in gioco nell’impresa di trovare una via che portasse direttamente al cerchio fu il lemma di un altro gioco che si impose (ma non scalfì il primo) un po’ per voglia di novità e molto per necessità: l’azzardo.    
«Azzardi?».
«Azzardo».
Si entrava nella nebbia con lo sguardo nudo. Era facile perdersi e quando accadeva non contavano più il cerchio, il gioco, la vittoria o la sconfitta, il fio o il premio; contava trovare una traccia che ti facesse uscire dal quell’insondabile grigiore. Ma lo scoprivi quando era troppo tardi, quando il vuoto ti aveva già risucchiato e vedevi la folla senza essere visto e chiamavi senza essere udito. E ti chiedevi dov’eri, chi eri, dove andavi, cosa ti aspettava. Eri solo, eri ignorato, eri sperduto, dimenticato. Non esistevi più, se mai eri esistito.
Molti di quelli che azzardarono scomparvero e per la folla non furono che nomi pronunciati come domande senza risposte.
Quando Luna si sentì pronta uscì, entrò nella nebbia e seguì lo scalpiccio della folla. Intorno risuonavano voci monotone: «Azzardi?». Luna tenne dietro al tintinnio dei soldi, al coro che inneggiava al gioco e si ritrovò ai bordi del cerchio, subito pressata da figure invisibili. Il cerchio era fermo nell’attesa.
Gli occhi avidi di una donna entrarono nel cerchio. «Due!», gridò la sua voce.
«Che tu sia perdente!», inveì una voce di vecchia. «Maledetta».
La donna non rispose. Due strati di nebbia si formarono ai suoi piedi e risalirono piano scoprendo le sue gambe livide e magre, il suo stretto bacino, i suoi piccoli seni, le sue lunghe braccia e le sue grandi mani chiuse a pugno. Era nuda.
«Maledetta», ripeté la vecchia.
Per un istante gli strati parvero fermarsi all’altezza degli occhi chiusi della donna, poi rivelarono la completa nudità di quel corpo ormai segnato. La donna urlò la sua sconfitta. Il tintinnio dei soldi vibrò.
«Io! io la bastono!». Era la vecchia. Entrò nel cerchio e impietosamente infierì sulla donna. Luna udì un coro di voci lamentose accompagnare il dolore della perdente, finché esausta la vecchia si fermò. I suoi occhi valutarono l’efficacia delle bastonate inflitte a quel corpo a lungo invidiato, temuto, odiato, e si ritenne soddisfatta. Non disse niente, uscì dal cerchio e scomparve nella nebbia. La donna raccolse gli abiti dal suolo e si dileguò a capo chino.
«Quattro!».
La voce di un uomo tuonò sicura. Il tintinnio dei soldi cessò.
«È Lallo, il capo carpentiere», disse qualcuno. «Ha già vinto su tre strati. Per me vince ancora».
Quattro strati risalirono le gambe muscolose dell’uomo. Il tintinnio dei soldi riprese.
«Lallo ha perso la dignità», era la voce che circolava nel fare della nebbia.
«È servo di chi?».
«Delle serve di Polla, la megera del bordello».
Luna si fece largo fra la folla che quella notte assediava il gioco. Un uomo rantolava al suolo, appena scannato. Gaddo lo guardava senza espressione e puliva la corta lama curva del suo coltello su uno strofinaccio incrostato di sangue secco. Sentì dei passi avvicinarsi e alzò la testa. «Chi azzarda adesso?».
«Io». Luna entrò nel cerchio e affiancò Gaddo in modo che tutti la vedessero e prima che gli strati ridiscendessero a ricomporre il vuoto.
«Sei nuova, qui? non ti ho mai vista azzardare».
«È la prima volta».
«Conosci le regole del gioco, ragazza?».
«Le conosco».
«Quanti strati, allora?».
«Sei». Luna cominciò a spogliarsi.
Gaddo si ritirò fra il mormorio della folla.
«Sarà scannata», ridacchiò una voce di donna. Nel vuoto Gaddo biascicava la saliva dell’attesa.
La luce negli occhi di Luna infranse subito gli strati. Luna non urlò la sua vittoria, non si mosse. Il tintinnio dei soldi ammutolì.
«Mi sfidi?», tuonò Gaddo.
«Sfido le sei streghe che resero folle mia madre. So che si nascondono lì intorno».
«Non so niente di tua madre, ma se sfidi le streghe rinunci a sfidare me e io continuerò a essere signore della folla».
«Tienti il tuo potere, io voglio loro».
«Hai coraggio, ma non puoi vincere sei volte di seguito».
«Azzardo sei volte sei strati in una volta sola».
«Sei pazza. Dovrò scannarti».
«Sei volte sei strati».

Luna non si volse indietro, non si concesse il privilegio di ricordare la sua vittoria, non ne valeva la pena. Mira, sua madre, era vendicata: le streghe - cui il potere del gioco aveva tolto ogni energia - erano state scovate e scannate dal coltello esperto di Gaddo. Contava questo. Attraversò la piana, entrò negli intrichi e sparì nella bellezza. Anzol la dimenticò, e fu notte.

*

La gente di Anzol non ha memorie, ma mutevoli ricordi di un istante prima, che parole erose dalla nebbia moltiplicano e contraddicono nelle oterie separate dal silenzioso fragore sotterraneo del rio gemello del Cen. Si beve ot in attesa di altro ot.
Gaddo trotterella verso il cerchio, la folla strascica i passi, il tintinnio dei soldi rintuzza l’obeso vuoto della nebbia, l’ot brinda a sé stesso e...

Sotto la piana, in un tempo ritrovato, il rio gemello del Cen esplose, aprì il suolo e risucchiò l’antica fertilità di un luogo al quale gli uomini non si erano abbandonati. Prese le case, la nebbia, il giocomercato, gli altobanchi, la folla, il tintinnio dei soldi, il gioco, l’ot e fluì lontano trascinando la prima sorte di Anzol.

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Note dell’editore:
«Haria vive ritirata sull'appennino ligure-emiliano, e comunica con il mondo esterno mediante i suoi libri, in cui dispensa la conoscenza di cui è portatrice. Ove giovani donne, in secoli diversi, in fuga dal proprio tempo, in fuga per la consapevolezza e la libertà. Nove vite, una vita, e una luce negli occhi che le guida e le accomuna. Nove donne oltre il varco sull'ignoto, per un magico, solidale destino.»

“Anzol”, Haria, Collana Letteratura di Confine, Proprietà letteraria riservata, © RUPE MUTEVOLE, prima edizione 2013, ristampe 2017.

Cristina del Torchio
https://www.facebook.com/RupeMutevoleEditore/
https://www.reteimprese.it/rupemutevoleedizioni 

Andrea Giostra