giovedì 27 dicembre 2018

Romanzi da leggere a puntate online. 2° capitolo de “La luce negli occhi” di Haria


a cura di Andrea Giostra - Il secondo capitolo de “La luce negli occhi” narra dalla fuga di Haria e della sua corsa verso il bosco… I successivi capitoli saranno pubblicati a cadenza settimanale. Buona lettura a tutti voi…

2° capitolo

653 d.C.

Ho visto i maghi deridere gli indovini, i veggenti disputare il senso del tempo con gli astrolo-ghi, giocolieri volteggiare i loro trucchi e sorridere beffardi. E il popolo ascoltare la parola di tutti e trovare coraggio in un multiforme e credulo silenzio.
Io, Haria, figlia di Drusca la Selvaggia e Marvio il Selvolano, non credo. Non ho creduto, e sono in fuga.
In fuga, in fuga, fuga, fuga, questa parola mi ossessiona. Fuggo da un mondo che mi avrebbe voluta stupida e ignorante, sottomessa a un piccolo uomo e madre silenziosa di molti figli.
Fuggo per un’altra parola: vita.
E corro verso il bosco, liberatore di sorti.
Bedo la Grande e l’Eterna sta per essere sepolta sotto i macigni del Rago, il monte sacro; nessuno ha creduto alla profezia di Luna, l’antica donna Yol.
Ero una bambina quando mia madre mi insegnò la sacra danza dei suoi antenati. Disse che un giorno avrei dovuto ripeterla davanti a Madre Terra come prova della mia voglia di vivere. Allora non potevo capire le sue ragioni, ma ora sì, ora che sto danzando: la mia fuga è la mia danza.
Mi lascio alle spalle un mondo inutile e caotico, arrogante e perverso; all’alba di domani, quando le pietre immortali metteranno la parola fine su Bedo, io sarò lontana. Il Consiglio ha deciso la mia morte, l’ordine dato ai soldati è raggiungermi, il comando urlato ai cani è sbranarmi. Ma i cani scoveranno solo la mia veste infangata, abbandonata in un intrico di rosa di macchia.
E corro verso il bosco, focolare di anèliti.
Nacqui con un’intensa luce verde negli occhi. Gli indovini urlarono la mia sacrilega diversità, gli astrologhi predissero anni di sventura e delirarono la mia futura colpa e il Consiglio decretò la mia cacciata dal villaggio.
Uomo onesto e vero mio padre si oppose; da solo affrontò i soldati del Consiglio che gli sbarravano il passo: cinque uomini armati di picche e spade non bastarono a fermarlo, il suo lungo coltello drusco vendicò la mia innocenza. Ferito gravemente da un arciere appollaiato sul campanile della torre, mio padre si trascinò fino alla stanza del Consiglio, sollevò da terra il Saggio dei Saggi e gli fece vomitare la verità: avevano paura di me e mi cacciavano per difendere se stessi. La corta e spessa lama del coltello di un eunuco finì mio padre alla schiena.
Mia madre non si sfinì in suppliche, né si perse in chiacchere; legò il corpo del suo uomo alla slitta, mi infagottò nel suo ampio zaino di pelle e lasciò quel lupanare senza sprecare una parola. Era una drusca.
E corro verso il bosco, guardiano di energia.
I miei occhi verdi scoprivano i misteriosi canaloni sul monte Nero mentre mia madre affondava i passi nel vergine letto di neve, nel fitto dei boschi del nord estremo. Il suo respiro si faceva sempre più affannoso, il suo fiato rotolava nel vento, ma non si fermò e non abbandonò il corpo di mio padre; lo immolò al fuoco sacro sulla vetta del Rago, e con me sulle spalle riprese la sua marcia in solitudine, guidata dalle stelle e dalla sua fiera ragione di donna.
E corro verso il bosco, protettore di sogni.
Una profonda caverna sul Nero fu la nostra prima dimora, e in mia madre riemerse l’abilità dei druschi nella caccia con le trappole: il cuore e il fegato di un daino furono i miei primi bocconi di carne, il latte di capra selvatica il mio nettare. Più tardi ci spostammo a sud, lungo l’antico sentiero del Pen, il monte un tempo abitato da un dio. Un cucciolo di lupo abbandonato dal branco divenne il mio inseparabile compagno e la mia voce selvaggia; era un lupo nero, razza rara e temuta. Mia madre lo accolse e nelle notti di inverno la udii parlargli e sussurrargli in una lingua sconosciuta. Yok fu il suo nome, ‘fedele’, in lingua drusca; crescendo cacciò per me e per me dimenticò il branco.
E corro verso il bosco, luce del passato e del futuro.
Mia madre morì un mattino d’autunno; il suo sguardo volò a nord, verso il Rago. Poco prima di spengersi la luce nei suoi occhi mi guardò e la sua voce mi disse che dovevo accettare la mia sorte fra gli uomini. Era già lontana mia madre, era con mio padre. Era una drusca.
Yok mi guidò a valle, fino ai margini del villaggio; si fermò e mi guardò: fiutava il pericolo, ma le parole di mia madre risuonarono nel mio animo, così guidai Yok nel villaggio.
La gente vide una giovane selvaggia drusca attraversare la piazza e un lupo enorme trotterellare al suo fianco come un cane fedele. Un vecchio uscì dalla torre - strana e colossale dimora che attirava il mio sguardo - e mi fissò: i suoi occhi si colmarono di sorpresa, la sua bocca disegnò sdegno e rabbia. Lui, mago e membro del Consiglio, mi aveva riconosciuta. Puntò un dito contro di me e urlò. Gente dalle lunghe barbe e vestita di stracci accorse da ogni parte, seguita da uomini armati di lance. Mi circondarono minacciosi. Trassi il coltello di mio padre e mi disposi a difesa. Yok si tese in posizione di attacco. A un segnale quattro armati si avventarono, e Yok balzò alla gola del più vicino, mentre io affondavo la lama nel petto di un altro. I due rimasti mi assalirono alle spalle; prima che potessi voltarmi un colpo alla testa mi fece cadere in ginocchio e i miei occhi videro Yok volare sull’uomo che mi aveva colpita...
In una fetida cella fui presa a calci, derisa, insultata per tre giorni. Al quarto mi trascinarono davanti al Consiglio. Occhi spaventati, occhi increduli, occhi crudeli mi fissavano. Occhi. Mi fu detta la mia vecchia colpa, ricordata la mia cacciata dal villaggio e inflitta una nuova condanna per il sangue che avevo versato: essere sbranata da cani selvaggi, come il mio lupo demonio aveva sbranato due cristiani prima di fuggire. Yok. I miei occhi risero.
Guardai i tre cani carnefici: erano affamati più che belve fameliche; conoscevo benegli occhi della fame. Due guardie mi slegarono e mi dissero di correre. Fu così che cominciai la mia danza, poi i cani cominciarono la loro.

*

L’ululato di un lupo lacera la notte: è Yok, lo riconosco, mi sta aspettando per guidarmi sulle sacre montagne. Il mio tempo fra gli uomini è finito e già la terra è scossa dai primi boati del Rago. Immagino gli occhi devastati della gente, il terrore, l’incredulità, l’orrore pànico nei loro sguardi mentre Bedo l’Immortale scompare per l’eternità nelle insondabili pieghe di Madre Terra.
E corro verso la vita.

In copertina, Silvia Beltrami, “Prospettiva accidentale” (2004) (particolare), 80x100x0,5 cm.

Per leggere i precedenti capitoli, clicca qui:

Note dell’editore:
«Haria vive ritirata sull'appennino ligure-emiliano, e comunica con il mondo esterno mediante i suoi libri, in cui dispensa la conoscenza di cui è portatrice. Ove giovani donne, in secoli diversi, in fuga dal proprio tempo, in fuga per la consapevolezza e la libertà. Nove vite, una vita, e una luce negli occhi che le guida e le accomuna. Nove donne oltre il varco sull'ignoto, per un magico, solidale destino.»

“La luce negli occhi”, Haria, Collana Letteratura di Confine, Proprietà letteraria riservata, © RUPE MUTEVOLE, prima edizione 2004, ristampe 2009-2012-2018.

Cristina del Torchio

Silvia Beltrami

Andrea Giostra