sabato 9 febbraio 2019

Romanzi da leggere a puntate online, 8° e 9° capitolo de “La luce negli occhi” di Haria


a cura di Andrea GiostraIn questo capitolo de “La luce negli occhi” … Haria, specchiandosi nel Lago Vero, scopre una luce verde nei suoi occhi: era antica quanto il Rago… era un grande dono della bellezza, e un giorno sarebbe stata la sua guida…



8° e 9° capitolo

VIII
 1999 d.C.
E corro verso il bosco, libera di farlo. Nessuno mi insegue, nessuno mi chiama indietro. Lascio un mondo pavido e violento, vuoto e ridondante, casuale e intricato, che si compiace di ricercare perfezione e produce invece inganni, e ha ridotto la vita una strascicata esistenza prima della fine.
La fine: parola spessa che riempie la bocca di tutti in questo giorno decisivo: mille anni dopo il ‘mille e non più mille’ il mondo ripropone smarrimento, angoscia e paura negli occhi degli esseri umani; paura di non perpetuare la facile avventura che li ha resi servi di immagini, di oggetti e di un cartavalore; paura di perdere il certo e smarrirsi nell’incerto, paura di affrontare la propria anima allo specchio, paura di mettersi in gioco nella sfida per la consapevolezza, paura di dover riconoscere che un mondo diverso avrebbe indicato loro la via della libertà.
Io, Haria Drusco, liquido quest’epoca virtuale con una corsa verso il bosco, luogo di bellezza; la luce verde nei miei occhi sa che domani tutto sarà lo stesso.

IX
2153 d.C. 
Bacche vermiglie di rosa di macchia si stagliano contro il cielo denso. Corro verso il bosco, braccata dalla Legge e scalciata da un mondo finto. La legge rivendica il diritto di infliggermi una condanna esemplare, il mondo quello di dimenticarmi. Io, Haria Senza Nome, mi sono battuta per una vita vera, questo è il mio crimine.
Acro e Mira, mio padre e mia madre, combatterono per la libertà del Rago, l’ultimo monte reale rimasto; impeccabili sostennero la lotta fino in fondo. Come il sacro monte che proteggevano anch’essi erano gli ultimi: un uomo e una donna fieri della propria umanità, avversi a una civiltà di cloni.
Mio padre mi educò alla realtà, mia madre al magico incanto della bellezza; insieme mi infusero tenacia e fede nella verità.
I monti Pen, Nero, Bue e Tomar sono involucri di plastica al carbonio modellati sul loro antico aspetto: da lontano ostentano potenza, richiamano vette, rupi, foreste, canaloni e torrenti, ma da vicino sono astratte costruzioni su cui si arrampicano entusiaste cordate di turisti. In basso e oltre tutto è fasullo, avvolto nella plastica imitatrice; solo il cielo è vero, solo il cielo perdura inattaccabile, mutevole, eterno.
Mia madre, donna di conoscenza, mi insegnò l’arte dell’imprevedibilità e mio padre la strategia di colpire correndo e di celarmi. Mi guidarono lungo l’ultimo sentiero reale, che tagliava i boschi virtuali a sud e saliva al Rago; quella via segreta custodiva intatto il respiro della bellezza e l’antico spirito della gente drusca. Conobbi ogni vero albero, ogni vera foglia, ogni vera roccia di quel prezioso labirinto, bevvi la vera acqua di sorgente. Un giorno, specchiandomi nel Lago Vero, scoprii una luce verde nei miei occhi: era antica quanto il Rago, disse mia madre, era un grande dono della bellezza, e un giorno sarebbe stata la mia guida.
Su un’altura a sud del Rago mio padre e mia madre furono uccisi in un agguato: venti guerrieri cloni ci assalirono. Erano temibili, addestrati al massacro, e ci furono addosso prima che potessimo raggiungere il varco sul sentiero segreto. Mio padre si batté per difendere mia madre, mia madre per difendere me. Mentre affondava il suo coltello nella gola di un guerriero lei mi urlò di fuggire attraverso il varco. Corsi.
E corro verso il bosco, luce di bellezza.
Ritrovai il corpo di mio padre disteso di traverso su quello di mia madre. Accanto c’era il suo coltello drusco; intorno, i cadaveri di sette guerrieri cloni. Raccolsi il coltello e discesi il sentiero, verso la mia vendetta.
E corro verso il bosco, sogno di realtà.
Fui Haria la Drusca, Haria la Ribelle, Haria la Spietata, Haria la Bestia, Haria Senza Nome. Ogni volta che sfuggivo alla Legge mi guadagnavo un nome diverso. Imprevedibile colpivo correndo e correndo sparivo; ero maestra nell’arte dell’agguato e lasciavo dietro di me terrore e odio. Nessuno che vide il mio volto sopravvisse, a nessun clone lasciai mai un vantaggio; colpivo per prima e per uccidere.
Vedo me stesso correre in questo istante eterno e ricordo qualcosa che in vita non ho vissuto eppure ho visto, eppure ho udito, eppure ho sognato; qualcosa che conosce il segreto ultimo di una luce verde negli occhi.

In copertina, Ilian Rachov, “Guerrieri a cavallo”, olio su tela.

Per leggere i precedenti capitoli, clicca qui:

Note dell’editore:
«Haria vive ritirata sull'appennino ligure-emiliano, e comunica con il mondo esterno mediante i suoi libri, in cui dispensa la conoscenza di cui è portatrice. Ove giovani donne, in secoli diversi, in fuga dal proprio tempo, in fuga per la consapevolezza e la libertà. Nove vite, una vita, e una luce negli occhi che le guida e le accomuna. Nove donne oltre il varco sull'ignoto, per un magico, solidale destino.»

“La luce negli occhi”, Haria, Collana Letteratura di Confine, Proprietà letteraria riservata, © RUPE MUTEVOLE, prima edizione 2004, ristampe 2009-2012-2018.

Cristina del Torchio
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Ilian Rachov
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Andrea Giostra