venerdì 11 gennaio 2019

Romanzi da leggere a puntate online. 4° capitolo de “La luce negli occhi” di Haria


a cura di Andrea Giostra - Nel quarto capitolo de “La luce negli occhi”… Haria narra di sua madre e delle capacità di lei di leggere il futuro… e del destino impietoso che l’attendeva prima di salvare la figlia…

4° capitolo

IV

999 d.C.

Confusione e Angoscia affollano Anzol. Il caos improvvisa labirintiche visioni negli occhi della gente; esaltati veggenti irretiscono ciechi, storpi e vagabondi con infuocati anatemi, cupi religiosi ammoniscono i fedeli con gli sproloqui di un’oscura profezia e pentimento, penitenza, punizione sono le parole che le loro bocche vomitano con incessante frenesia dall’alba di questo giorno definitivo: mille e non più mille è il dilagante coro che corteggia il disastro e gli infonde incontrastato potere.
Io, Haria, giovane figlia di un’epoca non mia, rido di ciò, poiché la mia vita non dipende dal capriccio di un dio, ma dall’agilità delle mie gambe.
E corro verso il bosco.
Mia madre leggeva il destino negli occhi della gente. Con me sulle sue spalle arrivò al villaggio una notte di bufera e cercò un tetto: chi la vide varcare la soglia della locanda che, sul ponte, assorbiva il buio e il frastornante scrosciare del Ceno, fu impressionato dai suoi occhi d’ebano e dal suo sguardo penetrante. Mia madre trovò posto nell’inquieta penombra, in un angolo vuoto, e ordinò un ot.  Gli uomini si voltarono a guardarla e guardarono me rannicchiata ai suoi piedi. Bevve d’un fiato l’acquavite di pruno selvatico e ne chiese ancora. L’oste versò l’ot con mano esitante; gli occhi di mia madre entrarono nei suoi ed egli si ritrasse confuso e diverso.
Mia madre non era donna di villaggio, era una drusca. Il giorno dopo mi portò sulle Rocce Spaccate, cercò e trovò una piccola dimora abbandonata, costruita da antiche mani drusche con pietra nera. Da quel luogo nascosto e mutevole prese a leggere i destini negli occhi della gente che saliva lassù con l’ansia di sapere e il timore di conoscere. Rispondeva la verità mia madre, non ciò che la gente avrebbe voluto ascoltare, e per questo era temuta.
Quando la prima onda della fine imminente dell’umanità sconvolse Anzol mia madre fu sospettata di essere una strega. Ai due veggenti che con cipiglio e sarcasmo sfidarono la sua conoscenza disse la verità: non sarebbero tornati vivi al villaggio. Guardò nell’intensa luce verde dei miei occhi, sorrise e guardò i due allontanarsi giù per il sentiero incassato fra le rocce eterne.
Un branco di lupi sbranò la loro arroganza e fece a pezzi il loro odio. Al villaggio la notizia sconvolse gli occhi piegati della gente e acuì la rabbia impotente dei membri del Consiglio, ma nessuno fece niente per contrastare mia madre; la dimenticarono, e lei mi insegnò il suo potere.
La seconda onda infranse ogni resistenza, rese pàniche e vane speranze ed esistenze, e in una giostra di lugubri clamori e dedalici silenzi gli anzolani si prepararono alla fine del mondo.
Mia madre scrutava la neve scendere senza sosta, quell’inverno infinito; percepiva qualcosa che toccava il suo destino. Per la prima volta si guardò allo specchio e indagò a lungo nei propri occhi, poi li volse con scatto di fiera ed entrò nei miei. Il mondo si fermò.
Consiglieri, veggenti e soldati arrivarono di notte; l’ululato di un lupo svegliò mia madre dal suo sonno magico. Si precipitò al mio giaciglio, mi svegliò, mi fece indossare una folta pelliccia, mi diede del cibo e il lungo coltello di mio padre e mi disse di correre via, di non voltarmi indietro, qualunque cosa fosse accaduta. Di non tornare.
E corsi nel fitto del bosco.
Non fuggì mia madre, attese che Stupidità e Crudeltà aprissero la porta della dimora.
Quella notte sognai che una torcia illuminava i suoi occhi. Rideva mia madre, rideva dei soldati che distoglievano gli occhi, e l’eco del suo potere fluiva nel bosco, lo attraversava, invadeva il logoro villaggio, lo attraversava e continuava il suo cammino per un mondo che non aveva più niente da dire a se stesso.
Mia madre fu bruciata in piazza come strega e schiava di un demone. Legata a un secco palo di faggio guardò la cima innevata del Rago lontano e possente e sorrise. Un istante prima che il fuoco dell’odio e del disprezzo divampasse e la prendesse lei cercò nella folla e mi vide: per l’ultima volta i suoi occhi entrarono nei miei, poi si abbandonò alle fiamme senza un lamento. Era una drusca.
Non tornai sulle Rocce Spaccate, né presi la via delle foreste del nord estremo, come ogni donna drusca avrebbe fatto al mio posto, ma obbedii all’ultimo, tacito comando di mia madre: restare fra la gente e vendicare la sua morte.
Crebbi fra i vagabondi, fui ragazza di bettole e tuguri - dove il terrore della fine era un’eco spezzata - fra danze sfrenate e fiumi di  ot, e attesi il mio momento.
La terza e grande onda portò i pellegrini, affamati di conforto e avidi di salvezza; mi unii ai loro sguardi prostrati e li risollevai con un nuovo credo: la vita per la vita. La luce verde nei miei occhi fu la loro guida oltre l’oscurità di un mondo prono sul senso del peccato e drogato di morte; vita, vita, vita fu il nostro grido unanime. Armai di coraggio la mia gente e la resi risoluta a rincorrere il bene più prezioso. Il Consiglio insorse, i soldati opposero un’insicura resistenza; gli anzolani, storditi e confusi, finirono per passare dalla nostra parte e una notte circondata dall’ululato dei lupi tutti i membri del Consiglio furono presi, derisi e immolati alla vita sul rogo. I veggenti fuggirono, i soldati si dileguarono. Mia madre era vendicata, io mi allontanai.
La quarta onda vomitò su Anzol ogni sorta di fuggiaschi: tagliagole, mercenari, vagabondi, asceti, predicatori, gente smarrita; tutti riuniti sotto una bandiera: la fuga per la fuga. Anzol si spaccò in due, vivere e fuggire si scontrarono e si annientarono.
Ritta sul picco più alto delle Rocce Spaccate vidi Silenzio distendere il suo manto sugli uomini e farne schiavi. Anzol l’ultimo confine non aveva più voce.
Un giorno spento il Signore di Bard, il Giovane, entrò nel villaggio seguito dai suoi cani affamati, da un manipolo di fanti e cavalieri incupiti e da uno strascico di consiglieri stralunati. La poca gente rimasta ad Anzol chinò la testa e il Signore di Bard impose le sue regole.
Si riparlò di penitenza, peccato, punizione in un crescente deliquio, si rispolverò la fine del mondo e Anzol riaccolse veggenti e religiosi con il loro strascico di ciechi, storpi, fedeli e patiti. Si parlò di demoni e di una giovane drusca dagli occhi infiammati di luce verde. Uomo debole e meschino il Giovane lasciò fare ai consiglieri.

Con la tenacia degli oppressori oppressi da un’ossessione hanno fiutato il mio odore fra la gente. In un tugurio alle porte di Selvòla mi hanno circondata, sette rachitici soldati e due consiglieri. Si sono fatti avanti smaneggiando alabarde e blaterando accuse. Il mio coltello drusco si è aperto un varco nella latrina del tugurio e la notte magica e stellata ha sorriso alla mia fuga.
Madre, vivrò per ridere di quegli stolti e per ricordare la fine del mondo, che non ci fu.
E corro verso il bosco.

In copertina, Danilo Battaglia, “Girotondo” (2015), 100x130 cm., Tecnica mista su cartone.

Per leggere i precedenti capitoli, clicca qui:

Note dell’editore:
«Haria vive ritirata sull'appennino ligure-emiliano, e comunica con il mondo esterno mediante i suoi libri, in cui dispensa la conoscenza di cui è portatrice. Ove giovani donne, in secoli diversi, in fuga dal proprio tempo, in fuga per la consapevolezza e la libertà. Nove vite, una vita, e una luce negli occhi che le guida e le accomuna. Nove donne oltre il varco sull'ignoto, per un magico, solidale destino.»

“La luce negli occhi”, Haria, Collana Letteratura di Confine, Proprietà letteraria riservata, © RUPE MUTEVOLE, prima edizione 2004, ristampe 2009-2012-2018.

Cristina del Torchio
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Danilo Battaglia
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Andrea Giostra