domenica 31 marzo 2019

Romanzi da leggere a puntate online. 15^ puntata, 3° capitolo del romanzo “Anzol”

di Andrea Giostra - La 15^ puntata dei Romanzi da leggere online è dedicata al terzo capitolo del romanzo “Anzol” di Haria.
In copertina Michele Cutaia (Termini Imerese 1936), “Herminie chez les Bergers” (1620-1625), 168 x 126 cm., olio su tela.

III capitolo

Otto - ubriaco riverbero di un mondo che stava cambiando - si trovò la fortuna in mano, la giocò e la perse in un colpo solo. Chi vinse l’ineguagliabile ricetta dell’ot accettando per curiosità la sfida ai dadi fu un costruttore di banchi arrivato ad Anzol il giorno prima. Non diede peso a un vecchio foglio stropicciato, scritto con inchiostro rosso, né capì che la calca intorno al banco vuoto pieno di bottiglie, damigiane, fiasche e bicchierini era l’assalto al liquore che da tre generazioni sosteneva i sogni opachi e l’ignaro abbandono degli anzolani. Era astemio, lui. Lesse distrattamente il foglio, se lo mise in tasca e se ne dimenticò.
Quando le scorte di ot - sobriamente stivate da Itta - furono esaurite il panico percorse il mercato. La gente si chiese dove Itta avesse nascosto la ricetta, si frugò ovunque ma il tramandato foglio non si trovò. Ogni tentativo di imitare il ‘nettare di Gutto’ fallì; chi riuscì a replicarne il rosso scuro - ma non il sapore - fu compatito o deriso. L’ot era inimitabile e la sua perdita sarebbe stata un disastro.
In quei giorni si innalzavano costruzioni con un ritmo frenetico; siccome la piazza era ormai intasata si andò avanti in altezza. I piani si moltiplicarono, vecchi banchi rialzati si abbatterono, costruzioni appena finite - e già vecchie - furono occupate da esaltati spinti ad Anzol dal miraggio di immensi guadagni.
Presto ci furono i primi crolli dovuti al peso eccessivo, all’approssimazione dei progetti, all’instabilità dei sostegni e alla costante erosione prodotta dall’umidità della nebbia, e naturalmente i primi morti: carpentieri, garzoni, faccendieri, venditori, ciarlatani, strilloni, tuttofare, perdigiorno, travolti e schiacciati dalle pesanti strutture in legno non stagionato. Il tintinnio dei soldi era di tanto in tanto soffocato dal frastuono di una costruzione che rovinava giù; per qualche istante una nuvola di polvere faceva il vuoto intorno, poi il mercato si ricompattava e i soldi ritrovavano il proprio fare.
La ricetta dell’ot ricomparve nelle mani del costruttore di banchi, che si teneva in equilibrio su una trave in cima a un ambizioso altobanco di dodici piani. Finì di schizzare un nuovo tipo di incastro sul foglio e lo porse a un capo carpentiere che a malapena si distingueva nella nebbia. Questi prese il foglio, valutò le linee tracciate a matita e rivoltò la carta.
«L’ho trovata! la ricetta dell’ot! l’ho trovata!», urlò.
La folla si fermò, le teste si alzarono, gli occhi scrutarono in alto immaginando - e invidiando - lo sguardo stravolto del fortunato, poi la gente attaccò le successioni di scale a pioli che la nebbia ingoiava all’altezza del secondo piano. Il costruttore di banchi lottò per riprendersi il disegno, il capo carpentiere per tenersi la preziosa ricetta. Sei, sette piani sotto la gente cominciava a precipitare dalle scale traballanti. In alto i due urlarono e caddero nel vuoto. Il foglio fluttuò nella nebbia e scese ondeggiando.
Lo sguardo di Mira, ragazza straniera, scivolò nella folla che si urtava, spingeva, strattonava, cadeva e veniva calpestata. Mira non capiva cosa stesse accadendo.
Il foglio si posò sulla sua spalla sinistra.

Mira rinunciò alla proprietà della ricetta, così questa fu posta all’asta pubblica. All’alba, nel mercato stracolmo, la gente mormorava le parole spezzate dell’attesa. Il ‘portavoce’ - un facoltoso anzolano - salì su una costruzione cubica, si schiarì la voce e mostrò il foglio.
«Naturalmente chi offre di più si prende la ricetta e avrà il diritto - lui solo - di produrre ot».
Al tramonto un ricco pellicciaio si aggiudicò il prezioso scritto per due carriole di soldi tintinnanti.
Lulla, al suo ultimo giorno di mercato e di vita, rifletté: “ I soldi invecchiano i sogni e soffocano l’anima delle cose. Chissà da dove vengono”. Smontò il suo banco, distribuì le pentole, le pignatte, i tegami e si incamminò guardando con tenerezza il fare della sera.
All’alba - mentre Lulla moriva nel suo letto - Tordaccio Montanaro, spietato tagliagole, entrò ad Anzol alla testa di una ventina di barabba armati fino ai denti. Fermò il cavallo all’entrata del mercato, osservò con colpo d’occhio esperto ed esclamò soddisfatto: «Questo è il posto giusto. Presto sarò re».
Per tre giorni e tre notti saccheggiò il mercato e si ostinò in bieche violenze; al quarto, ubriaco fradicio e disposto alla clemenza, accettò che un gruppo di benestanti gli offrisse di insediarsi al dodicesimo piano dell’altobanco. Prima di scivolare nell’oblìo ordinò che gli fossero consegnate le chiavi della cittadina. Gli portarono la ricetta dell’ot, incorniciata.
Fece smantellare tutte le costruzioni intorno all’altobanco che, nonostante la nebbia, a sentire lui limitavano la vista della piana; ridusse in cenere i banchi degli stranieri e le tavole smontabili dei venditori vaganti e cacciò chi non possedeva nient’altro che la libertà di vagare per il mercato.
«Non voglio vedere pezzenti intorno», tuonò, e impose agli anzolani un tributo settimanale di cinquanta soldi ciascuno. «Pagate e vi proteggerò. Dormirete sonni tranquilli. Non pagate e finirete male».
Frugò fra la folla e riunì una megera che intrugliava pozioni e filtri d’amore, due gemelle deformi che leggevano la sorte della gente negli umori della nebbia, una vecchia additata come strega, una dozzina di nani che praticavano - con alterna fortuna - la raffinata arte del malocchio e un numero di violenti, attaccabrighe e picchiatori che assunse come guardie del corpo. Gli serviva una donna, prese Mutta, graziosa primogenita del pellicciaio. Disegnò la mappa dei territori di cui si preparava a proclamarsi signore e si diede un nuovo nome: Falco di Piana.
Il mattino dell’investitura si affacciò al balcone con svogliata maestà e ascoltò il rumoreggiare della folla in attesa da ore. «Sono qui!», berciò. Al secondo piano dell’altobanco, con la nebbia che gli sfiorava il cranio pelato, il pellicciaio - in quei giorni nominato da Falco consigliere - alzò una mano e dette il via alle ovazioni. Il boato salì alla nebbia, l’attraversò, si diffuse, si dilatò, si estese nella piana e si fermò. Falco di Piana, primo signore di Anzol, urlò di tacere; tese l’udito e l’eco del boato gli giunse più solido e forte di come si aspettava. «Non ha superato gli intrichi. Che si riprovi!».
Non ci fu verso di spingere oltre le ovazioni. Seccato, Falco rientrò e picchiò Mutta. Gli bastò quel gesto perché fosse disapprovato - oltre che temuto - ma era proprio ciò che voleva e si aspettava. E quando pescò una giovane prostituta nel letamaio di fango e bagordi che circondava il mercato, gli riferirono che ora la gente lo criticava. «Bene, meglio, che mi critichino. Ma sottovoce». Puntava sullo spreco di energie che ogni critica comporta. «Più parlano male di me e meno hanno modo di danneggiarmi realmente».
Presto batté moneta e i falchi sostituirono i soldi. Istituì un calendario che suddivideva le stagioni in tempi, i mesi in aspetti e la giornata in nove momenti e mezzo, quante erano le dita delle sue mani, compreso un moncherino che secondo lui non faceva rimpiangere il mignolo della sua mano sinistra. Al quarto momento del settimo aspetto del nebbioso minore minimo - quello che prima del suo arrivo era stato uno dei primi giorni d’autunno - Falco si incoronò Maestro del Tempo.
Con un rapido colpo di mano Uppia, la prostituta, scalzò Mutta dal letto del signore. Addo, scaltro e viscido astromanno, ridicolizzò le arbitrarie visioni dell’indovino cieco e gli umorali deliri delle gemelle deformi. Donna, la vecchia strega, sfidò con un potente narcotico i penosi intrugli della megera: vinse e la ridusse in un angolo e il numero degli attaccabrighe si dimezzò, non per defezione, ma per selezione naturale: solo i più cattivi sopravvissero alla sanguinosa giostra di agguati e duelli. Falco si tenne i nani, convinto che prima o poi si sarebbe servito del malocchio come arma intimidatoria per scoraggiare intrighi o tentativi di sommossa.
In meno di otto tempi (tre stagioni e mezzo) il potere del Signore di Anzol si era reso inattaccabile. Fu allora che Falco si dedicò a produrre ot.

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Note dell’editore:
«Haria vive ritirata sull'appennino ligure-emiliano, e comunica con il mondo esterno mediante i suoi libri, in cui dispensa la conoscenza di cui è portatrice. Ove giovani donne, in secoli diversi, in fuga dal proprio tempo, in fuga per la consapevolezza e la libertà. Nove vite, una vita, e una luce negli occhi che le guida e le accomuna. Nove donne oltre il varco sull'ignoto, per un magico, solidale destino.»

“Anzol”, Haria, Collana Letteratura di Confine, Proprietà letteraria riservata, © RUPE MUTEVOLE, prima edizione 2013, ristampe 2017.

Cristina del Torchio
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Andrea Giostra
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