sabato 23 marzo 2019

Romanzi da leggere a puntate online. 14^ puntata e 2° capitolo del romanzo “Anzol”

a cura di Andrea Giostra - La 14^ puntata dei Romanzi da leggere online è dedicata al secondo capitolo del romanzo “Anzol” di Haria.
In copertina Placido Campolo (Messina 1693 - Messina 1743), “Herminie chez les Bergers” (1620-1625), 168 x 126 cm., olio su tela.

II Capitolo

Era accaduto all’improvviso: all’aurora un vento del nord era penetrato negli intrichi aprendo un varco ampio abbastanza da lasciare passare un uomo. Gli anzolani non erano gente curiosa, perciò quando alcuni cacciatori raccontarono l’evento alzarono le spalle e risposero che faccende insolite ne accadevano nella piana, come quando un mattino la nebbia si era diradata mostrando per qualche istante le finestre ai piani superiori e parte dei tetti.
Alzarono le spalle anche quando gli stranieri comparvero ad Anzol e vi si stabilirono occupando le dimore ai margini del villaggio. Erano uomini, donne e bambini chiusi in una cupa scontrosità e non accennavano mai al proprio passato; sembrava non avessero tradizioni, e non c’erano vecchi fra loro. Più tardi si affacciarono sulla piazza e presero possesso delle dimore più antiche, che nessun anzolano voleva più abitare. Vivevano allevando pecore e coltivando in poca terra radici e qualche ortaggio che non si era mai visto prima. Parlavano un linguaggio incomprensibile che abbondava di suoni gutturali opposti ad altri acuti e faticavano a familiarizzare con la lingua sdrucciola e morbida degli anzolani. I bambini, secchi e pallidi, conoscevano soltanto due giochi - che ripetevano senza variarli - e se ne stavano in disparte come i loro padri, che entravano da Finìla mezz’ora prima della chiusura, si sedevano ai tavoli incassati nella penombra di angoli negletti e centellinavano l’ot finché Itta non mandava via tutti.
Gli stranieri - che nessun anzolano ebbe mai la fantasia di chiamare diversamente - non fecero una piega quando una sera Anzol fu sconvolta dalle urla devastanti di dodici bestie d’uomini. Armati di grossi bastoni e coltellacci si riversarono in piazza, fracassarono porte e finestre, orinarono nel pozzo dell’acqua comune e fecero irruzione da Finìla. Chi delle solite facce poté scivolò fuori attraverso la porticina sul retro, le altre si strinsero contro le penombre, si restrinsero negli angoli, si confusero con le ombre.
Itta non indietreggiò; ferma in mezzo al salone, i pugni sui fianchi e un sorriso sarcastico sulle labbra, affrontò quei nuovi scalmanati come se si trattasse di ubriachi rumorosi.
«Per bere si paga in anticipo», disse ad alta voce.
Quelli la fissarono, grugnirono e gettarono sul banco di mescita una dozzina di piccoli dischi di metallo.
«E questi cosa sarebbero?», fece Itta.
Il più grosso del gruppo le andò vicino. «Sono dodici soldi, donna. Non sai contare?».
«Non ne ho bisogno. Noi qui ci fidiamo».
«E fate male, perché adesso ci riprendiamo i
nostri soldi e beviamo lo stesso. Hai qualcosa da ridire?».
«Non ho mai avuto niente da ridire in tutta la mia vita. Io le cose le dico una volta sola».
«E fai bene, donna. Dacci da bere ora, e taci».
Fuori, il pozzo sembrava aver risucchiato la piazza; la gente aveva spento ogni luce e aspettava il disastro. Da Finila si udirono strepiti, urla, fracasso di panche e tavoli sbattuti contro le pareti, di vetri infranti. La porta si spalancò scardinata e le solite facce volarono fuori rincorse da un paio di quelli - così la gente prese a chiamare i dodici scalmanati -. I bastoni spezzarono schiene e i coltellacci produssero sfregi.
Itta riunì le sue cose e uscì con Lulla dall’entrata principale, seguita dai commenti volgari e sguaiati di quelli. Non si volsero indietro, nemmeno quando il più grosso del gruppo sbraitò: «Ci sistemiamo qui, fratelli. Che ne dite?».
Si udirono risate, trascinamenti di tavoli e panche, poi le voci scemarono e gli strepiti si diradarono, finché da Finìla piombò in una calma vuota, interrotta di tanto in tanto dal tonfo sul pavimento di un’asse o di un pezzo di intonaco.
All’alba la piazza riemerse dal buio silenzio, ma gli anzolani non si fecero vedere. Solo uno di quelli uscì per orinare; lo fece dove gli capitò, guardando i mulinelli di polvere che l’avanguardia di un vento sollevava a caso e disperdeva.
Chiusa in casa Itta scrutò allo specchio i segni del tempo sul proprio viso, ma non si perse d’animo. Lasciò che la vecchia Lulla se ne andasse verso una sorte migliore - o una morte serena - e si preparò a una nuova sfida.
Gli anzolani ripresero cautamente a vivere, gli stranieri a pascolare pecore nella piana e quelli si dedicarono con quotidiano zelo a ogni sorta di brutalità a danno di vecchi, uomini, donne e persino bambini. A parte Itta - che usciva solo a notte fonda - nessuno fu risparmiato.
Com’erano cominciati gli abusi finirono e quelli si lasciarono andare all’apatia dello stare sbracati e sbadigliare sui gradini della fatiscente da Finìla. Presto l’apatia si trasformò in noia, la noia in feroce accidia, questa in rabbia e la rabbia in cieca violenza. Uno di quelli si alzò e senza dire una parola vibrò una coltellata nel fianco di un altro. Lo guardò rantolare nella polvere finché non si sentì affondare un coltello nella schiena. Gli altri si ammazzarono a vicenda in pochi minuti.
Gli stranieri fecero il lavoro sporco: spogliarono i cadaveri (tenendosi i piccoli dischi di metallo che tintinnavano nelle tasche dei morti al minimo spostamento), li caricarono su delle carrette cigolanti e li scaricarono in una fossa comune all’estremo confine meridionale della piana, dove nemmeno le pecore o i cinghiali si spingevano.

Con spontanea naturalezza Itta aprì una rivendita di ot all’aperto disponendo su un banco botticelle, fiasche, bottiglie e bicchierini. La gente cercò invano nei suoi occhi la fiera determinazione che per molto tempo aveva tenuto a bada e a freno l’irruente balordaggine delle solite facce, l’appiccicosa malinconia degli ‘abituali’, la squinternata insolenza dei cafoni ubriachi dalla mattina alla sera, la miserabile vacuità degli appena sborniati e già pronti per un nuovo giro di ot, la ruvida provocazione dei cacciatori vaganti e la stolida aggressività degli omaccioni di passaggio. Molte stagioni prima Itta aveva passato la mano nel gioco della giovinezza per darsi alle ragioni della parte che aveva scelto di sostenere con abnegazione; ora che non era né una donna matura né una vecchia quella parte non la interessava più; ora contava il tempo che le restava da vivere e Itta voleva giocarselo a modo suo. Sedette su una panca dietro il banco e con paziente naturalezza attese l’arrivo dei clienti.
Inaspettatamente furono gli stranieri ad avvicinarsi per primi. Forse credettero di vedere nel nuovo sguardo di Itta il loro stesso fatalismo, o forse furono attratti dalla sua irreale fissità. Chiesero l’ot, pagarono con dischetti di metallo e bevvero lentamente seduti per terra o appoggiati ai pali di sostegno del banco. Gli anzolani si fecero vedere un po’ alla volta, a piccoli gruppi, più incuriositi dall’insolita mescita che spinti dalla sete. Stavolta Itta non impose limitazioni, così i bambini ripresero a sorbire il ‘nettare di Gutto’, come continuavano a chiamare l’ot.
Un caldo mattino Lulla tornò a cavallo di un mulo rinsecchito. Si fermò davanti al banco di Itta, smontò, si avvicinò e scrollò la testa.
«Mi avevano assicurato che là fuori c’era il destino. Non è vero, non c’è niente per cui valga la pena di viverci», dichiarò.
Itta fece posto a Lulla sulla panca e sorrise debolmente. «Qualcosa di interessante ci sarà».
«Solo enormi lumache che vagano dappertutto».
«Ecco da dove arrivano quelle di qui».
«Quanto agli uomini...lasciamo perdere. I dodici bestioni che hanno distrutto il nostro passato sono agnellini in confronto agli altri che bazzicano là fuori come padroni del mondo».
«Il nostro passato lo abbiamo distrutto noi e continueremo a farlo. È nella logica del tempo e della nostra incoscienza. Quanto a quelli, sono sepolti sotto due metri di terra. Si sono ammazzati uno con l’altro sedici stagioni fa».
«Ne godo. Erano merda».
Il silenzio sedette fra loro, ma dovette restringersi sotto la spinta della vecchia cuoca che si avvicinava alla nipote, e fu schiacciato dalla pressione dei due corpi che si toccarono. Lulla diede una piccola spallata a Itta. «Ricominciamo a lavorare insieme come in passato? che ne dici?».
«Il passato non dovrebbe mai tornare. Ma puoi aprire un banco a fianco del mio se ti va», rispose Itta.
Lulla guardò la gente arrivare e annuì.

*
Le suggestive pietanze della cuoca richiamarono gli anzolani come se niente fosse cambiato dai tempi di da Finila e la piazza si riempì di aromi irresistibili che il vento del sud prese a dilatare oltre il villaggio, oltre la piana, oltre gli intrichi. Lulla cucinava con esperta rapidità e sintesi perché la ressa era troppa e il tempo per le raffinatezze troppo poco; però non si privava dell’azzardo di abbondare con certe spezie quando occorreva contenerne l’uso e scarseggiare quando invece bisognava abbondare. La gente passava dal banco di Lulla a quello di Itta strascicando i piedi per non rovesciare gli stufati che traboccavano nelle scodelle di coccio, mangiava e beveva ot in piedi, intorno ai due banchi. Gli stranieri continuarono a pagare con i dischetti di metallo (finché ne ebbero), gli altri con le solite uova, con sacchetti di lumache, di farina, con barattolini di miele e bottigliette di latte, e i cacciatori vaganti con le immancabili lepri, - ognuna delle quali ora valeva cinque pasti caldi - cui presto si   aggiunsero tordi, pernici e quaglie.
La pratica di mangiare e bere in piazza divenne abitudine e questa convinse gli stranieri ad aprire a loro volta un banco: un giorno un uomo e una donna si presentarono con una lunga tavola e tre cavalletti; in pochi attimi allestirono un’esposizione di collane di piccole pietre finemente lavorate. Una cosa del genere non si era mai vista, specie tutto quel colore. L’attenzione della gente fu subito catturata, e anche Lulla, interrompendo la cottura di un arrosto, andò a vedere. Si seppe poi che a fabbricare le collane con minuziosa gravità nell’ovattato silenzio della notte erano i bambini. Nemmeno una restò invenduta.
Tre banchi in piazza erano diventati una piacevole consuetudine, ma sei avrebbero fatto un mercato. Due comari che strillavano la bontà della loro frutta secca improvvisarono un banco alla sinistra degli stranieri, e un giovane cacciatore ammucchiò su un tavolaccio, accanto al banco di Itta, una montagna di pelli conciate e pelliccie di volpe. Si aggiunse un venditore di fili e matasse, che si piazzò alla destra di Lulla.
Qualcuno notò che quattro banchi da una parte e due dall’altra squilibravano la disposizione del mercato, così due solerti anzolani si fecero avanti e chiesero all’ultimo arrivato di spostarsi alla destra degli stranieri. Questi non volle sloggiare, disse che la sua merce valeva quanto il profumo di arrosto e meritava il posto che lui aveva scelto.
«Servono due che facciano il terzo e il quarto nell’altra fila», tagliò corto Itta.
Due giorni dopo il carretto di un arrotino entrò in piazza e prima del tramonto arrivò un barbiere in groppa a una piccola cavalla. Il primo seguì scrupolosamente le istruzioni, ma il secondo fece storie.
«Arrotino e barbiere sono mestieri incompatibili», mugugnò. «Uno fa affilare un rasoio perché la barba intende farsela da solo, no? e allora spiegatemi cosa ci sto a fare qui. E poi non capisco perché il mio banco debba stare proprio accanto a quello dell’arrotino».
«Perché non si perda la simmetria», rispose uno dei due solerti anzolani.
Il barbiere sogghignò. «La simmetria? come farete quando la piazza sarà stracolma di banchi?».
In molti ammisero che il barbiere non aveva tutti i torti. La gente si riunì e a tarda sera concluse che i banchi potevano essere disposti nella piazza dove meglio si riteneva. Solo il barbiere e Itta si spostarono (alle due estremità della piazza), per ragioni opposte: il barbiere per calcolo e Itta perché non ne poteva più di sentire scemenze.
Se otto banchi facevano un mercato, ventitre fecero la piazza del mercato. Quattro stagioni dopo centotrentadue banchi definirono una volta per tutte la piazza, che fu il mercato. Il banco di Itta si smarrì nella labirintica mappa di tavoli, assi, pali, cavalletti, impalcature, angoli, incastri, sostegni e tende, ma l’ot lo mantenne un punto di riferimento; quello di Lulla - benché incastrato fra due titanici banchi di chincaglieria - poté contare sull’impareggiabile aroma di arrosto che, a dispetto dell’agguerrita concorrenza, saturava l’aria del mercato. Degli altri sei fondatori, gli stranieri si accontentarono di una ventina di clienti fedeli, il venditore di fili e matasse - circondato da quattro banconi di stoffe - si ridusse a rammendate strappi e scuciture, il cacciatore vagante preferì le dimostrazioni di tiro con l’arco alle penose contrattazioni, gli strilli delle venditrici di frutta secca si perdettero nel marasma di sonorità e schiamazzi, l’arrotino non fu che un puntino nell’intrico di arti e mestieri e il barbiere si rassegnò a condividere il banco con un cavadenti.
Il mercato non apriva e non chiudeva, viveva nel perenne moto della folla. La gente si alternava alla gente lungo il corso del giorno e della notte: l’alba era intasata come il mezzogiorno e la notte come l’aurora. Dietro i banchi
gli ambulanti reggevano fino allo stremo, sostituiti da commessi e garzoni un istante prima di crollare, e dormivano dove potevano: in piedi, contro un palo, sotto il banco, per terra. Si vendeva tutto e si acquistava tutto, si rivendeva, si riacquistava, si permutava in un vortice di gesti, di parole sovrapposte, spezzate, perdute.
Riapparvero i dischetti di metallo - i soldi - appena in tempo per evitare che il congestionato baratto esplodesse. In due giorni di frenetiche compravendite scomparvero gli svariati generi alimentari che fino ad allora erano stati la consolidata forma di pagamento e il brulicare di voci fu soffocato dal dilagante tintinnio dei soldi nelle tasche della gente, che nel maneggiarli scopriva un insospettato e delirante piacere. Meno di una stagione dopo il baratto non fu che un patetico ricordo.
Ma non per Itta. Il suo entusiasmo per il mercato era già logoro quando il trentesimo banco fu istallato al centro della piazza; al centesimo - una costruzione di quattro piani - promise a sé stessa che non avrebbe sopportato la vista del centotrentesimo. Si rimangiò la parola solo perché durante una febbrile settimana si bevve ot a fiumi, ma ormai il disgusto era dentro di lei. Quando i soldi irruppero fra la folla e i primi segni di avidità e usura si manifestarono, Itta salì sul banco e urlò il suo disperato appello.
«I soldi vi porteranno alla rovina, gente! tornate al baratto!».
Per un lungo istante il tintinnio si placò, le teste si alzarono e le voci tacquero, poi i soldi ripresero la loro danza con rinnovato potere. Itta
fermò un ubriaco. «Vuoi la ricetta dell’ot? è tua in cambio di niente».
Infagottò quattro stracci e facendosi largo a gomitate se ne andò da Anzol.


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Note dell’editore:
«Haria vive ritirata sull'appennino ligure-emiliano, e comunica con il mondo esterno mediante i suoi libri, in cui dispensa la conoscenza di cui è portatrice. Ove giovani donne, in secoli diversi, in fuga dal proprio tempo, in fuga per la consapevolezza e la libertà. Nove vite, una vita, e una luce negli occhi che le guida e le accomuna. Nove donne oltre il varco sull'ignoto, per un magico, solidale destino.»

“Anzol”, Haria, Collana Letteratura di Confine, Proprietà letteraria riservata, © RUPE MUTEVOLE, prima edizione 2013, ristampe 2017.

Cristina del Torchio
https://www.facebook.com/RupeMutevoleEditore/
https://www.reteimprese.it/rupemutevoleedizioni 

Andrea Giostra