domenica 18 agosto 2019

Romanzi da leggere a puntate online. 35^ puntata, “Il sosia” di Dostoevskij

A cura di Andrea Giostra - La 35^ puntata dei Romanzi da leggere online è dedicata al tredicesimo e ultimo capitolo de “Il sosia” di Fëdor Michajlovič Dostoevskij. In copertina: Oskar Zwintscher (Lipsia 1870 - Dresda 1916), «Mirror Portrait - Ritratto allo specchio», 1901, olio su tela.
IL SOSIA | Poema pietroburghese

13° e ultimo capitolo.

Sembrava che il tempo volesse migliorare. In realtà la neve bagnata, che era caduta fino a quel momento addirittura a nugoli, a poco a poco cominciava a diradarsi, fino a cessare quasi del tutto. Il cielo cominciava a rasserenare, qua e là brillavano piccole stelle. Tutto però era fradicio, fangoso, umido e soffocante, specialmente per Goljadkin che, anche senza di ciò, stentava a tirare il fiato. Il suo cappotto zuppo d'acqua e diventato pesante lasciava penetrare in tutte le membra una tiepida, antipatica umidità e col proprio peso gli rompeva le gambe, già per conto loro molto indebolite. Una specie di brivido febbrile gli serpeggiava per tutto il corpo con un penetrante e acuto formicolìo; a causa dell'umidità si era riempito di un freddo sudore da malato, e così Goljadkin dimenticò, in questa situazione, di ripetere con la fermezza e la decisione a lui proprie la frase prediletta, cioè che quello, e tutto il resto, in qualsiasi modo probabilmente, anzi sicuramente, si sarebbe aggiustato per il meglio. "Del resto, tutto ciò, per ora, non ha alcuna importanza" aggiunse il nostro robusto eroe, che non si lasciava abbattere, asciugandosi sul viso le gocce di acqua fredda, che scendevano in tutte le direzioni dalla falda del suo cappello tondo, tanto zuppo da non tenere più l'acqua. Dopo avere, in più, considerato che questo non era ancora niente, il nostro eroe volle provare a rannicchiarsi su un tronco d'albero abbastanza robusto, che giaceva abbandonato accanto a un mucchio di legna nel cortile di Olsufij Ivànovic'. Naturalmente non c'era ormai più da pensare alle serenate spagnole e alle scale di seta; ma c'era comunque da pensare a un qualche angoletto isolato, se non caldo, almeno accogliente e nascosto. Lo tentava molto, sia detto per inciso, quell'angoletto nell'ingresso dell'appartamento di Olsufij Ivànovic', dove già una volta, quasi all'inizio di questa storia vera, il nostro eroe era rimasto dritto per due ore tra un armadio e un vecchio paravento, in mezzo a ogni tipo di inutili carabattole casalinghe, a ciarpame e a cianfrusaglie. Il fatto è che anche adesso Goljadkin era in piedi da due ore nel cortile di Olsufij Ivànovic', in attesa. Ma, a proposito dell'appartato e comodo cantuccio di quella volta, c'erano adesso alcuni inconvenienti che allora non c'erano. Il primo inconveniente era questo, e cioè che, con tutta probabilità, quel posto era stato scoperto e si erano prese in proposito alcune precauzioni, dopo l'incidente capitato nell'ultimo ballo in casa di Olsufij Ivànovic'; e poi bisognava aspettare un segnale convenuto da parte di Klara Olsùfevna, perché, senza dubbio, un tale segnale ci doveva pur essere. Così era sempre stato e, si dice, "non è cominciato da noi e non finirà con noi." Goljadkin ricordò di proposito, così di sfuggita, un romanzo da lui letto molto tempo prima, in cui la protagonista aveva fatto un segnale convenuto ad Alfredo, in una circostanza proprio uguale, legando alla finestra un nastrino rosa. Ma il nastrino rosa ora, di notte e con quel clima di Pietroburgo, noto per essere così umido e infido, non poteva servire al caso e, a dirla in breve, era una cosa assolutamente inattuabile. "No, qui non c'è da parlare di scale di seta" pensò il nostro eroe, "e io preferisco starmene qui, alla meglio, appartato e zitto zitto... Ecco, mi metterò qui, per esempio..." e scelse un posticino nel cortile, proprio di fronte alle finestre, accanto alla catasta di legna. Nel cortile, si capisce, c'era un grande andirivieni di gente estranea, di postiglioni, di cocchieri; oltre a ciò si sentiva il fracasso delle risate, lo sbuffare dei cavalli eccetera eccetera...; tuttavia il posto era comodo: che lo notassero o no, c'era almeno questo vantaggio, che tutto si svolgeva, si può dire, nell'ombra e che nessuno poteva scorgere Goljadkin, mentre lui poteva vedere proprio tutto. Le finestre erano vivamente illuminate; in casa di Olsufij Ivànovic' ci doveva essere una solenne riunione. La musica, però, non si era ancora fatta sentire. "Forse non c'è un ballo, ma si sono riuniti così, per qualche altra occasione" pensava, sentendosi mancare, il nostro eroe. "Ma sarà poi oggi?" gli passò per la testa. "Non ci sarà uno sbaglio di data? Potrebbe anche darsi, tutto può darsi... Ecco come può essere... come può essere tutto ciò... Forse la lettera è stata scritta ieri, ma non mi è arrivata, e non mi è arrivata perché ci si è immischiato Petruska, quel mascalzone! O c'era scritto domani... cioè che io... che bisognava fare tutto domani, aspettare cioè con la carrozza..." A questo punto il nostro eroe si sentì gelare e ficcò la mano in tasca per prendere la lettera e venire a capo della faccenda. Ma la lettera, con sua grande meraviglia, in tasca non c'era. "Come mai?" mormorò Goljadkin più morto che vivo, "dove mai l'ho lasciata? L'ho persa forse?" gemette, infine, a conclusione.
"E se essa cadrà in mani cattive? (Sì, forse ci è già caduta!) O Signore! Che conseguenze ci saranno! Sarà un tale guaio che... Ah, destino mio maledetto!" Goljadkin tremava come una foglia al pensiero che, forse, il suo turpe gemello, lanciandogli il cappotto sulla testa, aveva precisamente lo scopo di sottrargli la lettera, della quale in chissà che modo era venuto a conoscenza dai suoi nemici. "Si aggiunga che quello ha per sistema di intercettare..." pensò il nostro eroe, "prova ne è... e che prova!" Dopo il primo attacco di paura, dopo essere rimasto per un momento come pietrificato, Goljadkin senti salirglì il sangue alla testa. Tra gemiti e stridere di denti si afferrò con le mani la testa che bruciava, si lasciò cadere sul tronco di legno e cominciò a pensare... Ma i pensieri, nella sua testa, non riuscivano a connettersi. Passavano di sfuggita alcuni visi, gli tornavano in mente, ora chiaramente, ora confusamente, certi avvenimenti da tempo dimenticati, gli guizzavano nel cervello i motivi di alcune sciocche canzoni... Che angoscia, che innaturale angoscia! "Mio Dio! Mio Dio!" pensava, dopo essersi un po' riavuto, il nostro eroe, cercando di soffocare in petto un singhiozzo, "mio Dio, dammi forza d'animo, nell'inesauribile profondità delle mie sventure! Che io sia perduto, svanito senza rimedio... ormai non c'è dubbio; questo è nell'ordine delle cose, poiché non può essere in nessun altro modo. Per prima cosa, ho perso il posto, definitivamente perso, in nessun modo potevo non perderlo... Be', immaginiamo che la cosa si aggiusti... I miei soldarelli mettiamo che mi bastino per i primi tempi; ma un alloggetto, qualche mobiluccio ci vorrà pure...
Petruska, prima di tutto, non sarà più con me... Io posso fare a meno del furfante... andrò in subaffitto, sicuro... benissimo!
Entrerò e uscirò quando mi farà comodo e Petruska non sarà là a brontolare se rientrerò tardi; ecco, proprio così, ecco perché si sta bene in subaffitto... Bene, sì, mettiamo che tutto questo vada bene; ma perché io non parlo mai di quello di cui dovrei parlare?" A questo punto il pensiero del reale stato delle cose rischiarò la mente del signor Goljadkin. Egli si guardò intorno. "Ah, Signore mio dio! Signore mio dio! Ma di che sto parlando, ora?", pensò, del tutto smarrito e afferrandosi tra le mani la testa in fiamme...
"Forse, signore, volete andare via presto?" risuonò una voce sopra Goljadkin. Goljadkin ebbe un sussulto; ma dritto davanti gli stava il suo vetturino, anche lui bagnato e intirizzito fino al midollo, che, impaziente e non sapendo cosa fare, aveva avuto l'idea di dare un'occhiata a Goljadkin dietro la legna.
"Io, amico mio, non... io, amico, presto, molto presto...
aspettami, tu..." Il vetturino se ne andò borbottando a denti stretti. "Perché brontola, quello?" si domandò Goljadkin. "Io ho pur noleggiato la carrozza per la serata, io l'ho... e ora sono nel mio diritto...
ecco, com'è! L'ho noleggiata per la serata e non se ne parli più.
Anche se te ne starai così in piedi, mi è proprio indifferente.
Faccio il comodo mio. Se voglio, vado, se non voglio, non vado. E che io, ecco, me ne stia qui dietro la legna, non vuol dire proprio niente... e non osare dire niente, sai... Se il signore vuole starsene dietro la legna, ebbene stia dietro la legna... non sporca l'onore di nessuna... ecco, com'è! Ecco com'è, signorina mia, sempre che lo vogliate sapere. E in una capanna, signorina mia, così e così... nel nostro secolo industriale non ci vive nessuno. Ecco, è così! E senza moralità, nel nostro secolo industriale, no, signorina mia, non si va avanti... e di questo voi stessa ora servite da tristissimo esempio... Bisogna saper fare il capufficio e vivere in una capanna, sulla riva del mare.
Prima di tutto, signorina mia, sulla riva del mare non ci sono capiufficio, e poi è impossibile arrivarci, voi e io, a capufficio... Se, mettiamo, tanto per fare un esempio, io inoltro una domanda, e mi presento... Dico, le cose stanno così e così, nominatemi capufficio, dico, proteggetemi dal mio nemico... Ma a voi, signorina, diranno, che capiufficio ce ne sono molti e che voi qui non siete dall'emigrata Falbalà, dove vi hanno dato quegli insegnamenti morali, dei quali voi stessa ora fornite un tristissimo esempio... La moralità, signorina, consiste nel rimanere a casa, rispettare il padre e non pensare ai fidanzati prima del tempo. I fidanzati, signorina, al momento giusto, si troveranno. Ecco com'è! Naturalmente bisogna, senza dubbio, avere varie capacità; suonare un po' il pianoforte, parlare francese, conoscere la storia, la geografia, la dottrina e l'aritmetica...
Ecco com'è! e non serve altro. Oltre a questo, la cucina: senza dubbio, nel campo delle conoscenze di ogni fanciulla di buona famiglia, deve entrarci la cucina. E qui, invece, che succede?
Prima di tutto, bellezzina mia, egregia signorina, non vi lasceranno uscire, ma vi inseguiranno e poi... sotto
chiave, in convento. E allora, signorina mia? Che volete che faccia, allora?
Vorrete che io, signorina mia, seguendo l'esempio di certi stupidi romanzi, venga sulla vicina collina a sciogliermi in lacrime, guardando le fredde mura della vostra prigione e che, infine, muoia seguendo la moda di certi cattivi poeti e romanzieri tedeschi? Bene: in primo luogo permettetemi di dirvi, in via amichevole, che queste cose non si fanno, e in secondo luogo che frusterei di santa ragione voi e i vostri genitori perché vi hanno permesso di leggere certi libracci francesi; perché i libracci francesi non insegnano niente di buono. C'è un veleno, là dentro, un veleno mortale, signorina mia! O voi credete - permettete la domanda - o voi credete che, così e così... potremo impunemente fuggire... e poi ecco... eccovi la capannuccia in riva al mare; e poi cominceremo a tubare e a ragionare su vari altri sentimenti, e così passeremo tutta la vita, nella gioia e nella felicità; e poi metteremo al mondo un passerottino, e noi, diremo, le cose sono così e così... genitore nostro, consigliere di stato, Olsufij Ivànovic', ecco, c'è un passerottino, e così voi, genitore nostro, in questa bella occasione ritirerete la vostra maledizione e ci benedirete? No, signorina, le cose non si fanno così, ve lo ripeto, e, prima di tutto, niente tubare, non speratelo. In questi tempi, il marito, signorina mia, è il padrone, e una moglie buona e di onorevole famiglia deve compiacerlo in tutto. E le svenevolezze, signorina mia, oggi, nel nostro secolo industriale, non piacciono: sono passati i tempi di Jean Jacques Rousseau. Il marito, per esempio, arriva a casa dell'ufficio morto di fame:
animuccia mia, dice, c'è qualcosa per fare uno spuntino, un dito di vodka, un'aringhetta da mettere sotto i denti? E così voi, signorina mia, dovete avere subito sottomano le due dita di vodka e l'aringhetta... Il marito fa il suo spuntino di gusto, e per voi nemmeno un'occhiatina, ma vi dirà: va', dirà, va' in cucina, gattina mia, e bada al pranzo e, sì e no, vi bacerà una volta alla settimana e anche con indifferenza... Ecco, signorina mia, come vanno le cose, secondo noi! E anche con indifferenza, ripeto...
Ecco come andranno le cose, si ragionerà così, se si è arrivati al punto di dover vedere le cose in questo modo... Ma io, qui, che c'entro? Perché, signorina mia, mi avete immischiato nei vostri capricci? 'Uomo benefico, dite, che soffri per me e che sei caro in ogni modo al mio cuore, eccetera eccetera'. Per prima cosa, signorina mia, io non sono fatto per voi, voi stessa lo riconoscete, non sono abile nel fare complimenti, non mi piace dire ogni specie di profumate sciocchezzuole da signora, non ho nessuna compassione per i vari Céladon e, dato anche il mio aspetto, confesso di non aver mai rimorchiato. Ma in noi non troverete né un falso smargiasso né un vergognoso, ve lo confesso in tutta sincerità. Ecco com'è: possediamo solo un carattere retto e franco e un sano giudizio, non ci occupiamo di intrighi. Non sono un intrigante, dico, e di questo sono orgoglioso: ecco come stanno le cose! Vado senza maschera, io, in mezzo alle persone perbene e, per dirvi tutto..." All'improvviso Goljadkin sussultò. La barba rossiccia e zuppa d'acqua del suo vetturino fece di nuovo capolino dietro la catasta...
"Subito, amico mio; io, amico mio, sai, subito... immediatamente, amico mio..." rispose Goljadkin con voce trepidante e languida.
Il vetturino si grattò la nuca, poi si accarezzò la barba, poi fece un passo avanti... Si fermò e guardò con occhio diffidente Goljadkin.
"Io subito, amico mio, vedi... amico mio... un momento... amico mio... un momentino, vedi..." "Forse non verrete affatto?" disse finalmente il vetturino, avvicinandosi con gesto deciso e definitivo a Goljadkin.
"No, amico mio, subito... Io, vedi, io, amico mio, sto aspettando...
"Già..." "Io, vedi, amico mio... tu, amico mio, di che villaggio sei?" "Siamo di casa padronale, noi... "(1) "E sono buoni i signori?" "Si capisce..." "Sì, amico mio; tu aspetta qui, mio caro. Tu, vedi... è tanto tempo, amico mio, che stai a Pietroburgo?" "Da un anno, ormai, porto la vettura..." "E ci stai bene, amico mio?" "Si capisce..." "Sì, amico, sì... Ringrazia la Provvidenza, amico mio. Tu, amico, cercati una brava persona. Oggi le brave persone sono rare, mio caro; quella ti laverà la roba, ti darà da mangiare e da bere, mio caro, certo una brava persona... Ma qualche volta, vedi, anche in mezzo all'oro scorrono le lacrime, amico mio... vedi, ecco qui, un doloroso esempio. Ecco come stanno le cose, amico mio..." Sembrava che il vetturino sentisse compassione per Goljadkin.
"Va bene, aspetterò. Vi tratterrete ancora molto, forse?" "No, amico mio, no; io... io non aspetterò più, amico mio... Io ti ricompenserò. Non aspetterò più qui..." "Forse non andrete più via?" "No, amico mio; no, io ti
ricompenserò, caro... Quanto ti devo, caro?" "Quanto abbiamo stabilito, signore, favoritemelo. Ho aspettato molto, signore: voi, signore, non vorrete fare torto a un uomo..." "Su, caro, eccoti... eccoti, caro." E qui Goljadkin diede al vetturino i sei rubli d'argento e, seriamente deciso a non perdere altro tempo, cioè ad andarsene sano e salvo, tanto più che la faccenda era ormai definitivamente risolta e il vetturino licenziato e non c'era, quindi, più da aspettare, si precipitò fuori del cortile, uscì dal portone, girò a sinistra e, senza guardarsi alle spalle, ansimante e gioioso, si lanciò di corsa.
"Forse tutto si metterà per il meglio" pensava, "e io, così, ecco ho evitato un guaio". E realmente, come di colpo, nell'anima di Goljadkin era subentrato uno straordinario senso di leggerezza.
"Ah, se tutto si mettesse per il meglio!" pensava il nostro eroe, avendo però lui stesso molto poca fiducia nelle proprie parole.
"Ecco, io, anche quello..." pensava. "No, è meglio che io, ecco come, da un'altra parte... O non è meglio che faccia in questo modo?" così tra i dubbi e cercando la chiave per risolverli, il nostro eroe raggiunse di corsa il ponte Semjonovskij, ma, arrivato correndo fino al ponte Semjonovskij, ragionevolmente e definitivamente decise di tornare indietro. "E' meglio così" pensava. "E' meglio che io... da un'altra parte... cioè, ecco come. Farò così: sarò un osservatore estraneo e non se ne parli più; cioè sono un osservatore, una persona estranea, e succeda ciò che vuole, non ne ho più colpa io. Ecco com'è! Ecco come andranno le cose, adesso..." Una volta deciso di tornare indietro, il nostro eroe tornò davvero indietro, tanto più che, per una sua felice ispirazione, era adesso una persona del tutto estranea alla faccenda. "E' veramente meglio così: non devi rispondere di niente e vedi ciò che serve...
ecco com'è era già un calcolo esattissimo, e così era finita.
Messosi calmo, si ritirò di nuovo sotto la protezione pacifica della sua rassicurante e ben nascosta catasta e prese a tenere attentamente d'occhio le finestre. E quella volta non dovette vigilare e aspettare a lungo. All'improvviso, contemporaneamente a tutte le finestre, si notò uno strano movimento, un baluginare di figure, tende che si aprivano e interi gruppi di persone che si affollavano alle finestre di Olsufij Ivànovic', si affacciavano, cercando qualcosa in cortile. Protetto dalla sua catasta di legna, il nostro eroe cominciò, a sua volta, a seguire con curiosità la generale agitazione, girando la testa a destra e a sinistra, per quanto, almeno, glielo permetteva la breve ombra della sua protettiva catasta. Di colpo sbalordì, sussultò e per poco non si accasciò sul posto per lo sgomento. Gli era sembrato... a farla breve, aveva precisamente indovinato che non si cercava né qualcosa né qualcuno... si cercava semplicemente lui, Goljadkin.
Tutti guardavano dalla sua parte, tutti facevano segno verso di lui. Correre via era impossibile; lo avrebbero visto... Goljadkin atterrito, si accostò il più possibile alla sua catasta e solo a questo punto osservò che l'ombra protettrice lo aveva tradito:
infatti non lo riparava completamente. Con grande gioia il nostro eroe avrebbe in quel momento acconsentito a infilarsi in qualche buco per topi, in mezzo alla legna, e a restarsene lì quieto, solo che ciò fosse stato possibile. Ma possibile non lo era, nel modo più assoluto. In quel suo stato quasi d'agonia, cominciò, alla fine, a guardare decisamente tutte le finestre, con determinazione: era meglio... E, improvvisamente, si sentì definitivamente bruciato dalla vergogna. Lo avevano visto benissimo; tutti lo guardavano, tutti agitavano verso di lui le mani, gli facevano cenni col capo, tutti lo chiamavano; ecco, con grande strepito, aprirsi lo sportellino di qualche finestra; parecchie voci cominciarono a gridargli tutte insieme qualcosa...
"Mi meraviglio che queste ragazzacce non vengano frustate fin da piccole" borbottava tra sé il nostro eroe, completamente perso.
All'improvviso, dal pianerottolo uscì di corsa lui (si sa bene, chi) con indosso la sola giubba della divisa, a capo scoperto, tutto ansimante, sgambettando e saltellando, dimostrando perfidamente una pazza gioia per il fatto di avere, finalmente, visto Goljadkin.
"Jakòv Petrovic'!" sussurrò il ben noto, inutile individuo. "Jakòv Petrovic', siete qui? Qui fa freddo, Jakòv Petrovic'. Vogliate entrare." "Jakòv Petrovic'! No, Jakòv Petrovic', qui io ci sto bene" borbottò il nostro eroe con voce umile.
"No, non è possibile, Jakòv Petrovic'; vi pregano, vi pregano umilmente, ci aspettano. 'Fateci contenti,' mi hanno
detto 'accompagnate qui Jakòv Petrovic'.' Ecco, è così!" "No, Jakòv Petrovic': io, vedete, io avrei fatto meglio... Io farei meglio ad andare a casa, Jakòv Petrovic'.." diceva il nostro eroe, bruciando a fuoco lento e gelando nello stesso tempo per la vergogna e il terrore.
"No-no-no-no!" cinguettò il repellente individuo. "No-no-no... a nessun costo! Andiamo!" disse, deciso, e trascinò verso il pianerottolo il signor Goljadkin numero uno. Il signor Goljadkin numero uno non voleva assolutamente andarci; ma poiché tutti lo guardavano, e opporsi e fare resistenza sarebbe stato sciocco, il nostro eroe si avviò... Del resto non si può nemmeno dire perché si avviasse, perché non sapeva nemmeno lui, assolutamente, che cosa gli stesse capitando. Ma se era così, d'accordo!
Prima che il nostro eroe avesse potuto mettersi un po' in ordine e riaversi, si trovò nella sala. Era pallido, spettinato, malconcio; rivolse alla folla uno sguardo spento... Orrore! La sala e tutte le stanze erano piene, traboccanti... C'era un mare di gente, una vera fioritura di donne; tutti si stringevano intorno a Goljadkin, tutti si lanciavano verso di lui, tutti portavano sulle loro spalle Goljadkin, che si accorgeva molto bene che lo stavano avviando da qualche parte. "Però non verso la porta", gli passò rapidamente per il capo. E in realtà non lo spingevano verso la porta, ma direttamente verso la comoda poltrona di Olsufij Ivànovic'. Vicino alla poltrona, da un lato era ritta Klara Olsùfevna, pallida, languida, malinconica, ma elegantissima.
Colpirono particolarmente lo sguardo di Goljadkin certi fiorellini bianchi tra i suoi capelli neri, con un risultato di magico effetto. Dall'altra parte della poltrona stava Vladimir Semjònovic', in frac nero, con la nuova decorazione all'occhiello.
Goljadkin fu accompagnato, come sopra si è detto, direttamente verso Olsufij Ivànovic': da una parte dal signor Goljadkin numero due, che aveva assunto un'aria dignitosissima e molto ben intenzionata, del che il nostro eroe si rallegrò oltre misura; dall'altra da Andréj Filìppovic', con un viso imponente e solenne.
"Che vorrà dire questo?" pensò Goljadkin. Quando poi vide che lo conducevano verso Olsufij Ivànovic', sembrò che un lampo gli illuminasse la mente. Il pensiero della lettera rubatagli gli passò rapidamente per la testa... In uno stato di infinita disperazione il nostro eroe si trovò davanti alla poltrona di Olsufij Ivànovic'. "Come devo comportarmi, adesso?" pensò. "E' certo che qui ci vuole audacia, cioè franchezza non priva di nobiltà; dirò che le cose sono così e così... e via di seguito".
Ma quello che il nostro eroe evidentemente temeva non accadde.
Olsufij Ivànovic' accolse benissimo, a quanto sembrò, Goljadkin e, benché non gli avesse tesa la mano, tuttavia, guardandolo, scosse la testa canuto che ispirava ogni rispetto, la scosse con un'espressione solenne e triste, ma nello stesso tempo benevola.
Così almeno sembrò a Goljadkin. Gli sembrò anche che una lacrima brillasse negli occhi scialbi di Olsufij Ivànovic'; sollevò lo sguardo e vide come anche sulle ciglia di Klara Olsùfevna, che era ancora dritta lì vicino, luccicasse una lacrimuccia, come negli occhi di Vladimir Semjònovic' accadesse qualcosa di simile e come la intangibile e calma dignità di Andréj Filìppovic' fosse anch'essa meritevole del generale commosso interesse, e come, infine, il giovane, un tempo somigliantissimo a un grave consigliere, singhiozzasse ora amaramente, approfittando di quel momento... O forse tutto questo era soltanto sembrato a Goljadkin, perché lui stesso aveva versato molte lacrime e chiaramente se le sentiva scorrere brucianti sulle guance... Con voce singhiozzante, ritornato in pace con gli uomini e con la sorte, e sentendo di amare moltissimo in quel momento non solo Olsufij Ivànovic', non solo tutti gli invitati messi insieme, ma persino il suo perfido gemello, che ora, evidentemente, non era affatto perfido e non era addirittura più gemello, ma un individuo assolutamente estraneo e di per sé amabilissimo, il nostro eroe, dicevamo, stava per rivolgersi verso Olsufij Ivànovic' in un commosso sfogo dell'anima, ma, per il traboccante afflusso di tutto ciò che in essa si era andato accumulando, non riuscì a spiegare assolutamente niente, ma poté soltanto indicare con un eloquente gesto il proprio cuore...
Finalmente Andréj Filìppovic', certo in atto di rispetto per la canizie del vegliardo, tirò un po' in disparte Goljadkin lasciandolo però, a quanto sembrava, in una posizione assolutamente indipendente.
Col volto atteggiato a sorriso e borbottando non so che cosa tra i denti, un po' incerto, ma in ogni caso quasi completamente riappacificato con gli uomini e con la sorte, il nostro eroe cominciò a farsi un po' strada attraverso la compatta folla degli ospiti. Tutti gli davano il passo, tutti lo guardavano con una certa strana curiosità e con un certo inspiegabile e un po' misterioso interesse. Il nostro eroe passò in un'altra stanza;
ovunque la stessa attenzione. Sentiva vagamente che un'intera folla si accalcava sulle sue tracce, che si osservava ogni suo passo, che sotto sotto tutti parlavano di qualcosa di molto interessante, scuotevano il capo, parlavano, davano giudizi, facevano commenti e parlottavano. Goljadkin avrebbe voluto sapere a che cosa volessero riferirsi con quei giudizi e con quei commenti e su cosa parlottassero. Dato uno sguardo attorno, il nostro eroe vide accanto a sé il signor Goljadkin numero due.
Sentita la necessità di prenderlo per un braccio e di portarlo in disparte, Goljadkin pregò caldamente l'altro Jakòv Petrovic' di aiutarlo in tutte le future imprese e di non abbandonarlo in un caso critico. Il signor Goljadkin numero due annuì gravemente col capo e strinse forte la mano del signor Goljadkin numero uno. Il cuore prese a battere forte nel petto del nostro eroe, per la pienezza dei sentimenti. Era però tutto affannato, si sentiva stretto, stretto da vicino; sentiva tutti quegli occhi rivolti a lui che parevano opprimerlo e soffocarlo... Goljadkin vide di sfuggita quel consigliere che portava la parrucca. Il consigliere gli lanciò un'occhiata severa e inquisitoria, non addolcita affatto dalla simpatia generale... Il nostro eroe era già deciso ad andare direttamente da lui per sorridergli e avere una immediata spiegazione, ma la cosa non gli riuscì. Per un attimo Goljadkin smarrì quasi del tutto i sensi e perdette la memoria...
Riavutosi, si accorse che si stava rigirando in un vasto cerchio di invitati che lo avevano circondato. Di colpo da una stanza vicina si udì chiamare ad alta voce Goljadkin; il grido sfrecciò contemporaneamente per tutta la folla. Tutto cominciò ad agitarsi e a rumoreggiare, tutti si lanciarono verso la porta della prima sala; il nostro eroe fu portato quasi a braccia, mentre l'austero consigliere in parrucca si trovò fianco a fianco col signor Goljadkin. Finalmente lo prese per mano e lo fece sedere accanto a sé, dirimpetto alla poltrona di Olsufij Ivànovic' a una distanza da lui, però, abbastanza notevole. Tutti quelli che si trovavano nelle sale si misero a sedere, in varie file, attorno a Goljadkin e a Olsufij Ivànovic', in attesa evidentemente di qualcosa fuori del normale. Goljadkin notò che accanto alla poltrona di Olsufij Ivànovic' e proprio di fronte al consigliere aveva preso posto l'altro Goljadkin con Andréj Filìppovic'. Continuava il silenzio... si aspettava davvero qualcosa. "Proprio con esattezza come accade in qualsiasi famiglia, prima della partenza di qualcuno per un lungo viaggio; ora non rimane che alzarsi e recitare la preghiera" pensò il nostro eroe.
Di colpo ci fu un insolito movimento che interruppe tutte le riflessioni del signor Goljadkin. Stava succedendo qualcosa di atteso da lungo tempo. "Arriva! Arriva!" si sentì tra la folla.
"Chi arriva?" balenò alla mente del signor Goljadkin, che sussultò per una certa strana sensazione. "E' ora!" disse il consigliere dopo aver guardato attentamente Andréj Filìppovic'. Andréj Filìppovic', da parte sua, gettò un'occhiata a Olsufij Ivànovic'.
Olsufij Ivànovic' con gesto maestosamente solenne, annuì.
"Alziamoci", disse il consigliere facendo sollevare Goljadkin.
Tutti si alzarono. Allora il consigliere prese per mano il signor Goljadkin numero uno, e Andréj Filìppovic' il signor Goljadkin numero due e entrambi, con gesto solenne, misero i due perfettamente uguali in mezzo alla folla che si era radunata in cerchio attorno a loro, tutta tesa nell'aspettativa. Il nostro eroe si guardò intorno perplesso, ma subito lo fermarono e gli indicarono il signor Goljadkin numero due che gli tendeva la mano.
"Vogliono farci far pace" si disse il nostro eroe, e con emozione tese a sua volta le mani al signor Goljadkin numero due; poi, sporse verso di lui anche il capo. Lo stesso fece l'altro Goljadkin... Sembrò al signor Goljadkin numero uno che il perfido amico sorridesse, che di sfuggita strizzasse furbescamente l'occhio alla folla che li circondava, che ci fosse qualcosa di malvagio nel viso del turpe signor Goljadkin numero due, e che avesse perfino fatto una smorfiaccia nel momento del suo bacio da giuda... La testa del signor Goljadkin si riempì di suoni, gli occhi gli si ottenebrarono... ebbe l'impressione che una valanga, una schiera di Goljadkin perfettamente uguali irrompesse con fragore da tutte le porte; ma era tardi... Risuonò il rumore del bacio del tradimento...
A questo punto ecco verificarsi una circostanza del tutto inattesa... La porta della sala si spalancò con un gran fracasso e sulla soglia si presentò un individuo la cui vista raggelò Goljadkin. I suoi piedi si piantarono al pavimento. Un grido morì nel suo petto oppresso. Del resto, però, Goljadkin sapeva tutto già fin da prima, e da parecchio tempo aveva il presentimento di qualcosa del genere. Lo sconosciuto, con un'andatura grave e solenne, si avvicinò a Goljadkin... Goljadkin conosceva assai bene quella figura. L'aveva vista, la vedeva molto
spesso, l'aveva vista anche oggi... Lo sconosciuto era un uomo alto, in frac nero, con un'importante decorazione al collo e con folte basette nere; gli mancava soltanto il sigaro in bocca per una più precisa somiglianza... Però lo sguardo dello sconosciuto, come già è stato detto, aveva raggelato di orrore Goljadkin... Con aria grave e solenne il terribile uomo si avvicinò al disgraziato eroe del nostro racconto.... Il nostro eroe gli tese la mano: lo sconosciuto la prese e se lo tirò dietro... Il nostro eroe si guardò intorno col viso smarrito e annientato...
"Questo è Krestjàn Ivànovic' Rutenspitz, dottore in medicina e chirurgia, vostro conoscente da lunga data, Jakòv Petrovic'!" cinguettò la voce antipatica di qualcuno proprio all'orecchio del signor Goljadkin. Si girò a guardare: era il gemello del signor Goljadkin, ripugnannte per la viltà del suo animo. Una gioia turpe e malvagia gli brillava sul viso; con entusiasmo si fregava le mani, con entusiasmo girava di qua e di là la testa, con entusiasmo sgambettava intorno a tutti; sembrava che per l'entusiasmo fosse pronto a iniziare una danza; alla fine fece un salto in avanti, strappò la candela di mano a uno dei servi e precedette, illuminando la strada, Goljadkin e Krestjàn Ivànovic'.
Goljadkin sentiva chiaramente che tutti quelli che si trovavano in sala si erano slanciati dietro di lui, che tutti si accalcavano, si urtavano l'un l'altro e che tutti insieme, a una voce, ripetevano alle spalle del signor Goljadkin: "Non è niente... non abbiate timore! Jakòv Petrovic', questo è il vostro vecchio amico e conoscente Krestjàn Rutenspitz..." Uscirono infine sulla scala principale, vivacemente illuminata; anche sulla scala c'era un mucchio di gente; la porta che dava sul pianerottolo si spalancò con gran fragore e Goljadkin si trovò sui gradini con Krestjàn Ivànovic'. Davanti all'ingresso era ferma una vettura tirata da quattro cavalli, sbuffanti d'impazienza. Il malvagio signor Goljadkin numero due in tre salti scese le scale e fu lui stesso ad aprire lo sportello della carrozza. Krestjàn Ivànovic' pregò Goljadkin di accomodarsi con un gesto di invito. Del resto, quell'atto non era affatto necessario: c'era abbastanza gente per farlo salire... Mezzo svenuto per il terrore, Goljadkin si girò a guardare indietro: tutta la scala, illuminata a giorno, era gremita di gente; occhi pieni di curiosità lo fissavano da ogni parte; Olsufij Ivànovic' in persona, dal pianerottolo più alto della scala, nella sua comoda poltrona, presiedeva e con attento e vivo interesse osservava il susseguirsi dell'avvenimento. Tutti aspettavano. Un mormorio d'impazienza serpeggiò tra la folla quando Goljadkin si girò indietro a guardare.
"Io spero che qui non ci sia niente... niente di pregiudizievole... o che possa provocare la riprovazione... e l'attenzione di tutti, per quanto si riferisce ai miei rapporti ufficiali..." disse, smarrito, il nostro eroe. Si alzò tutt'intorno un vociare rumoroso: tutti scuotevano la testa in cenno di diniego. Dagli occhi del signor Goljadkin scesero lacrime.
"In tal caso sono pronto... mi rimetto completamente e affido la mia sorte a Krestjàn Ivànovic'..." Appena Goljadkin ebbe detto che affidava la sua sorte a Krestjàn Ivànovic, un terribile assordante grido di gioia uscì dal petto di tutti quelli che lo circondavano e con la più malvagia risonanza serpeggiò tra la folla in attesa. A questo punto Krestjàn Ivànovic' da una parte e Andréj Filìppovic' dall'altra presero sottobraccio Goljadkin e lo fecero salire in carrozza; il sosia, poi, secondo la sua turpe abitudine, lo aiutava da dietro a salire. L'infelice signor Goljadkin numero uno lanciò il suo ultimo sguardo su tutto e su tutti e, tremando come un gattino su cui avessero gettato acqua fredda - se è lecito il paragone - salì in carrozza; dietro di loro prese immediatamente posto Krestjàn Ivànovic'. La carrozza fu chiusa con forza: si sentì un colpo di frusta sui cavalli, i cavalli trascinarono via la carrozza... e tutti si precipitarono dietro Goljadkin. Le urla crudeli e penetranti di tutti i suoi nemici gli corsero dietro come auguri di buon viaggio... Per un po' di tempo ancora alcuni visi apparvero intorno alla carrozza che portava via Goljadkin; ma a poco a poco cominciarono a restare indietro, sempre più indietro e, finalmente, cessarono completamente. Più a lungo di tutti rimase il turpe gemello del signor Goljadkin. Con le mani sprofondate nelle tasche laterali dei pantaloni verdi dell'uniforme, correva con aria soddisfatta, saltando ora dall'una, ora dall'altra parte della carrozza; di tanto in tanto, afferrandosi al telaio del finestrino e tenendosi appeso, ficcava dentro la testa e, in segno di addio, mandava piccoli baci al signor Goljadkin; ma poi cominciò a dare segni di stanchezza e ad apparire sempre più raramente, fino a che scomparve del tutto. Il cuore del signor Goljadkin prese a dolere sordamente in petto, il sangue gli batteva come una polla ardente nella testa: si sentiva soffocare, sentiva il bisogno di sbottonarsi, di denudarsi il petto, di cospargerlo di neve e di versarvi sopra dell'acqua gelata. Cadde infine privo di sensi... Quando si riebbe, vide che i cavalli lo portavano per una strada che non conosceva. A destra e a sinistra cupe ombre di boschi e ovunque solitudine e deserto.
All'improvviso si sentì morire: due occhi di fuoco lo fissavano nel buio, e questi due occhi scintillavano di una malvagia gioia infernale. Questo non è Krestjàn Ivànovic'! Chi è? Oppure è lui?
Lui! E' Krestjàn Ivànovic' ma non quello di prima, è un altro Krestjàn Ivànovic'! E' un orrendo Krestjàn Ivànovic'!
"Krestjàn Ivànovic', io... Io... mi pare, io... non dico niente" cominciò il nostro eroe con voce trepida e umile, desiderando, con la rassegnazione e l'umiltà, impietosire quell'orribile Krestiàn Ivànovic' "Voi ricevere 'alogio gofernativo' con legna, con "licht" e con servizio, del che voi indegno" risuonò severa e tremenda come una condanna la voce di Krestjàn Ivànovic'.
Il nostro eroe lanciò un grido e si afferrò la testa tra le mani.
Ahimè! Da un pezzo tutto questo lo aveva presentito!

NOTE:
Si allude al diritto riservato ai proprietari di terra russi di mandare qualche loro servo a lavorare in città, riscuotendo poi, per compenso, un canone annuo dal lavoratore.


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Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Andrea Giostra