lunedì 1 luglio 2019

Romanzi da leggere a puntate online. 28^ puntata, “Il sosia” di Fëdor Michajlovič Dostoevskij


a cura di Andrea Giostra - La 28^ puntata dei Romanzi da leggere online è dedicata al sesto capitolo de “Il sosia” di Fëdor Michajlovič Dostoevskij In copertina: Giorgione (Castelfranco Veneto 1478 - Venezia 1510), Doppio ritratto”, 1502, cm. 80x75, olio su tela.

IL SOSIA | Poema pietroburghese

Capitolo 6°.

L'indomani, alle otto in punto, Goljadkin si svegliò nel suo letto. Subito tutti gli eventi straordinari del giorno prima e quella incredibile e selvaggia notte con le sue quasi impossibili avventure comparvero di colpo, tutti insieme, nella loro spaventosa pienezza, alla sua immaginazione e alla sua memoria.
L'odio così esasperato e infernale da parte dei suoi nemici e, in particolare, l'ultima manifestazione di quell'odio agghiacciarono il cuore di Goljadkin. Ma contemporaneamente tutto era così strano, incomprensibile, assurdo e gli sembrava così lontano da ogni possibilità, da non potersi decidere a credere a tutta quella faccenda; Goljadkin stesso sarebbe stato persino disposto a ritenerla un vano delirio, uno squilibrio momentaneo della sua mente, un ottenebramento dell'intelletto, se, per sua fortuna, non avesse saputo, dall'amara esperienza quotidiana, fino a che punto l'odio può a volte trascinare un uomo, fino a che punto può arrivare l'accanimento di un nemico che voglia vendicare il suo onore e il suo amor proprio. Per di più, le membra indolenzite di Goljadkin, la testa annebbiata, le reni spezzate e un maligno raffreddore testimoniavano con evidente chiarezza e sostenevano tutta la verosimiglianza di quella passeggiata notturna e, in parte, di tutto quanto era accaduto durante quella passeggiata. E poi, infine, Goljadkin stesso sapeva benissimo che quelle certe persone stavano complottando da un bel pezzo qualche cosa e che, là con loro, c'era qualcun altro. Ma che fare? Dopo averci riflettuto sù un po', Goljadkin prese la decisione di starsene zitto, di rassegnarsi e di non protestare per quella faccenda fino a quando non si presentasse un momento più opportuno. "Sì, forse hanno solo avuto l'intenzione di spaventarmi e, quando vedranno che io me ne sto zitto, non protesto, mi rassegno docilmente e sopporto con umiltà, forse faranno marcia indietro, spontaneamente, anzi saranno i primi a fare marcia indietro." Ecco quali pensieri giravano per la mente di Goljadkin mentre, stirandosi nel letto e sgranchendosi le membra rotte, aspettava, come al solito, che Petruska facesse la sua comparsa in camera.
Aspettava già da un quarto d'ora; sentiva che quel poltrone di Petruska si affaccendava, là dietro il tramezzo, attorno al samovàr, ma intanto in nessun modo si decideva a chiamarlo. Diremo di più: Goljadkin, ora, temeva perfino un po' l'incontro con Petruska. "Sa Iddio," pensava "sa Iddio cosa dirà quel lazzarone di tutta la faccenda. Adesso se ne sta là zitto zitto, ma è un furbacchione, quello..." Finalmente la porta cigolò e comparve Petruska col vassoio tra le mani. Goljadkin lo guardò di traverso, con una certa timidezza, aspettando impaziente ciò che sarebbe successo e se Petruska si sarebbe finalmente deciso a dire qualcosa a proposito delle note circostanze. Ma Petruska non disse nulla, anzi sembrò molto più taciturno, più arcigno e più irritato del solito e guardava tutto di traverso; in complesso era evidente che era molto scontento di qualche cosa; non rivolse al padrone neppure uno sguardo, il che, diciamolo tra parentesi, ferì non poco Goljadkin; mise sul tavolo tutto quello che aveva portato, si girò e uscì, senza aver aperto bocca, per andare dietro al tramezzo.
"Sa, sa, sa tutto, quel fannullone!" borbottava Goljadkin mentre beveva il tè. Il nostro eroe, però, non chiese niente al suo domestico, nonostante che Petruska fosse in seguito entrato e uscito diverse volte dalla camera per svariate incombenze.
Goljadkin si trovava dunque in uno stato d'animo piuttosto agitato. Sentiva un senso di raccapriccio all'idea di dover andare ancora al suo ministero. Aveva il vivo presentimento che sicuramente là qualcosa non sarebbe andata bene. "Be', ora ci andrò" pensava, "ma se là mi imbattessi in chissà che cosa? Non sarebbe meglio, per ora, pazientare? Loro sono là... ci restino finché vogliono; io oggi me ne resterò qui ad aspettare, a raccogliere tutte le mie forze, mi rimetterò un po' in sesto, rifletterò più comodamente su tutta questa faccenda e poi
sceglierò il momento giusto per piombare come una tegola sulla testa di tutti quelli là e non darò nell'occhio a nessuno." Così rimuginando, Goljadkin fumava una pipa dietro l'altra; il tempo volava; erano già quasi le nove e mezzo. "Ecco, ormai sono già le nove e mezzo" pensava Goljadkin, "e arriverei in ritardo. E poi, oltre a tutto, sono malato; malato, si capisce, senz'altro malato; e chi potrebbe dire che non lo sono? che me ne importa! Mandino pure a verificare, venga pure l'usciere; che me ne importa, in realtà? Ho mal di schiena, ho la tosse, sono raffreddato; no, in conclusione, non posso andare, con questo tempo, e poi, non è assolutamente possibile; posso ammalarmi, e poi magari morire; in questi momenti c'è una tale mortalità...". Con questi ragionamenti Goljadkin tranquillizzò del tutto la sua coscienza e si giustificò anticipatamente di fronte a se stesso per la lavata di capo che gli avrebbe rifilato Andréj Filìppovic' per negligenza nel servizio. In genere, in tutte le circostanze simili, il nostro eroe amava giustificarsi ai propri occhi con vari inappuntabili argomenti e calmare così i suoi scrupoli. Così ora, calmatili del tutto, prese la pipa, la riempì e non appena si fu messo a fare proprio per benino la sua fumata, ecco che si alzò di scatto dal divano, sbatté via la pipa, si lavò energicamente, si rase, si lisciò i capelli, si infilò la divisa e tutto il resto e andò volando al dicastero.
Goljadkin entrò mogio mogio nel suo reparto, nella trepidante attesa di qualcosa di molto poco bello; attesa vaga e inconscia quanto si vuole, ma lo stesso sgradevole; mogio mogio, prese il suo solito posto vicino al capufficio, Antòn Antònovic' Setoc'kin.
Senza guardare niente, senza lasciarsi distrarre da niente, si mise a esaminare il contenuto delle carte che gli stavano davanti.
Decise e si ripromise fermamente di tenersi il più possibile in disparte da tutto quello che potesse provocarlo, da tutto quello che avrebbe potuto comprometterlo; per esempio, dalle domande indiscrete, dagli scherzi o dalle allusioni sconvenienti di qualcuno a proposito degli eventi della sera prima; si ripromise perfino di fare a meno delle solite cortesie con i colleghi d'ufficio, come domande sulla salute eccetera eccetera. Ma era anche evidente che non poteva restarsene così; era impossibile.
L'inquietudine e l'ignoranza a proposito di un qualche argomento che lo interessasse da vicino lo tormentavano sempre più che l'argomento stesso. E ecco perché, nonostante la parola data di non intromettersi in niente, qualsiasi cosa si facesse, e di tenersi completamente in disparte in tutto, Goljadkin di tanto in tanto, di nascosto, alzava pian piano la testa e di sottecchi guardava a destra e a sinistra, scrutava i visi dei colleghi e da quelli si sforzava di capire se non ci fosse per caso qualcosa di speciale che lo riguardasse e che, per non so quale riprovevole scopo, gli fosse tenuta nascosto. Immaginava che esistesse un sicurissimo legame tra tutti gli avvenimenti della sera precedente e quello che si svolgeva ora intorno a lui. Finalmente, spinto dalla sua angoscia, cominciò a desiderare che tutto si risolvesse nel modo che Iddio voleva, ma purché fosse presto, anche con un guaio: pazienza! Ma fu proprio qui che il destino colse Goljadkin:
non aveva avuto tempo di dare concretezza al suo desiderio che i suoi dubbi furono improvvisamente risolti, ma in modo molto strano e impensato.
La porta che dava nell'altra stanza di colpo scricchiolò con dolce timidezza, come per avvertire che la persona che stava per entrare era una qualsiasi, e una certa figura, del resto ben conosciuta a Goljadkin, apparve timidamente proprio davanti al tavolo dietro al quale stava seduto il nostro eroe. Lui non sollevò la testa, no; osservò quella figura solo di sfuggita, col più rapido dei suoi sguardi, ma ormai aveva riconosciuto tutto, capito tutto, fin nei minimi particolari. Si sentì avvampare per la vergogna e sprofondò tra le carte quella sua malcapitata testa, con lo stesso preciso scopo con cui lo struzzo, inseguito dal cacciatore, nasconde la sua nella sabbia infuocata. Il nuovo venuto si inchinò ad Andréj Filìppovic' e subito dopo risuonò una voce formalmente affettuosa, quella tipica voce con cui i superiori di tutti gli uffici parlano ai dipendenti da poco in servizio.
"Sedetevi qui" disse Andréj Filìppovic', indicando al novellino il tavolo di Antòn Antònovic', "ecco, qui, di fronte al signor Goljadkin, vi daremo subito del lavoro da sbrigare." Andréj Filìppovic' concluse il discorsetto con un rapido gesto di cortese esortazione al nuovo venuto, poi subito si immerse nel contenuto di diverse carte che stavano in un mucchio davanti a lui.
Goljadkin alzò finalmente gli occhi e se non fu preso da uno svenimento lo si dovette solo al fatto che, fin dall'inizio, aveva presagito tutta la faccenda, fin dall'inizio era stato preavvertito di tutto, avendo letto nell'anima del nuovo venuto.
Il primo gesto di Goljadkin fu di dare una rapida occhiata intorno, se non ci fosse lì qualche pissi pissi, se non cominciasse a circolare a quel proposito qualche barzelletta di cancelleria, se qualche viso non si fosse sformato per lo stupore e se qualcuno, per lo spavento, non fosse caduto sotto il tavolo.
Ma, con la più grande meraviglia di Goljadkin, in nessuno ci fu niente di simile. Il comportamento dei signori colleghi e compagni colpì Goljadkin. Gli sembrava che questo contegno fosse al di là di ogni senso comune. Goljadkin addirittura si spaventò di un silenzio così fuori dal normale. La sostanza dei fatti parlava da sola: era una cosa strana, assurda, mostruosa. C'era proprio di che agitarsi. Tutte cose, queste, si capisce, che frullarono soltanto nella testa di Goljadkin. Cuoceva a fuoco lento. E ce n'era ben donde, del resto. Colui che adesso stava seduto di fronte a Goljadkin era il terrore di Goljadkin, era la vergogna di Goljadkin, era l'ossessione di ieri di Goljadkin, era, in una parola, lo stesso Goljadkin; ma non quel Goljadkin che stava ora seduto sulla sedia con la bocca spalancata e con la penna rigida in mano; non quello che era impiegato in qualità di aiuto del proprio capufficio; non quello a cui piaceva scomparire e dileguarsi tra la folla; non quello, infine, la cui andatura diceva a chiare note "non toccatemi, io non vi toccherò", oppure "non toccatemi, vedete bene che io non vi tocco". No, questo era un altro Goljadkin, assolutamente un altro, ma nello stesso tempo identico al primo: la stessa statura, la stessa figura, vestito allo stesso modo, con la stessa calvizie; in una parola, niente, assolutamente niente era stato trascurato per avere una somiglianza perfetta, tanto che, se si fossero presi e messi uno accanto all'altro, nessuno, letteralmente nessuno, avrebbe osato dire chi fosse realmente l'autentico Goljadkin e chi il falso, quale il vecchio e quale il nuovo, quale l'originale e quale la copia.
Il nostro eroe, se è consentito un paragone, si trovava ora nella condizione di un uomo alle cui spalle un monello si è divertito a puntargli contro, per scherzo, uno specchio ustorio. "Ma che è questo, un sogno o no?" pensava, "è il presente o la continuazione del passato di ieri? Ma come mai? Con quale diritto si fanno queste cose? Chi ha assunto un simile impiegato, chi ha dato il diritto di farlo?". Goljadkin provò a darsi un pizzicotto, provò a pensare persino a darlo a un altro... No, non era un sogno, e basta. Goljadkin si sentiva madido di sudore, sentiva che gli stava capitando un fatto senza precedenti, mai visto fino ad allora, e per questo, appunto, per colmo di sventura, anche sconveniente, poiché Goljadkin capiva perfettamente tutto il discapito che gli derivava dal trovarsi, come primo esempio, in un così buffo pasticcio. Infine cominciò addirittura a dubitare della propria esistenza e, pur essendo in anticipo pronto a tutto e desideroso che si risolvessero, in qualunque modo, i suoi dubbi, tuttavia la sostanza stessa del fatto rendeva di per sé naturalmente plausibile la sorpresa. L'angoscia lo opprimeva e lo tormentava. In certi momenti perdeva addirittura il senno e la memoria. Rientrato in sé dopo uno di quei momenti, si accorse che, in modo meccanico e incosciente, faceva scorrere la penna sulla carta. Non fidandosi di se stesso, cominciava a ripassare tutto quello che aveva scritto, e non ci capiva niente. Finalmente l'altro Goljadkin, che fino a quel momento era rimasto tranquillamente seduto, si alzò e, attraverso la porta che conduceva in un'altra sezione, scomparve per fare qualche faccenda. Goljadkin si guardò intorno: niente; tutto tranquillo.
Si sentiva soltanto lo scricchiolio delle penne, il fruscio dei fogli girati e il parlottare negli angoli più lontani dal punto in cui sedeva Andréj Filìppovic'. Goljadkin guardò Antòn Antònovic' e, poiché molto probabilmente l'aspetto del nostro eroe corrispondeva perfettamente alla sua situazione e si armonizzava con tutto il senso della faccenda e, di conseguenza, pareva sotto certi aspetti piuttosto fuori dell'ordinario, il buon Antòn Antònovic,' posata la penna da una parte, si informò con insolito interesse della salute di Goljadkin.
"Io, Antòn Antònovic', grazie a Dio..." disse, inciampando, Goljadkin. "Io, Antòn Antònovic', sto perfettamente bene; io, Antòn Antònovic', al presente non c'è male" aggiunse un po' indeciso, non fidandosi ancora del tutto del più volte da lui menzionato Antòn Antònovic'.
"Ah! mi sembrava che foste un po' indisposto; del resto non ci sarebbe niente di straordinario, ma speriamo di no! In questi tempi ci sono sempre tante epidemie... Sapete che..." "Sì, Antòn Antònovic', conosco l'esistenza di queste epidemie...
Io, Antòn Antònovic', non è che..." proseguì Goljadkin, fissando lo sguardo su Antòn Antònovic', "io, vedete, Antòn Antònovic', non so neppure come voi, voglio dire, cioè, da quale lato voi dobbiate prendere questa faccenda, Antòn Antònovic'..." "Che cosa? Io vi... sapete... io confesso che non vi capisco bene; voi... sapete, voi... spiegatemi meglio sotto che punto di vista vi trovate imbarazzato" disse Antòn Antònovic', sentendosi a sua volta un po' imbarazzato nel vedere che Goljadkin aveva persino le lacrime agli occhi.
"Io, davvero... qui, Antòn Antònovic'... qui c'è un impiegato, Antòn Antònovic'..." "Su, su... Continuo a non
capire." "Voglio dire, Antòn Antònovic', che qui c'è un nuovo impiegato." "Sì, c'è: è un vostro omonimo." "Come?" grida Goljadkin.
"Un vostro omonimo, dico: si chiama anche lui Goljadkin. Non è per caso vostro fratello?" "Non ne ho fratelli, Antòn Antònovic'." "Uhm! Ma che dite? Mi era sembrato che fosse un vostro stretto parente. Sapete, c'è una tale somiglianza..." Goljadkin rimase paralizzato dallo stupore e per un po' la lingua gli si bloccò. Trattare così alla buona una cosa così mostruosa, mai vista, una cosa veramente rara nel suo genere, una cosa che avrebbe colpito anche il più disinteressato degli osservatori, parlare di una semplice somiglianza, mentre era proprio come avere davanti uno specchio!
"Sapete che cosa vi consiglio, Jakòv Petrovic'?" prosegui Antòn Antònovic'. "Andate da un medico e sentite il suo parere. Voi avete una cert'aria proprio di non star bene. Specialmente gli occhi... sapete, specialmente gli occhi hanno un'espressione particolare." "No, Antòn Antònovic', io, certamente, sento... cioè, io vorrei chiedervi, come mai quest'impiegato?" "Cioè?" "Cioè, non avete, Antòn Antònovic', osservato in lui qualcosa di particolare, un qualcosa di troppo espressivo?" "Cioè?" "Cioè, io voglio dire, Antòn Antònovic', una somiglianza troppo accentuata con qualcuno, per esempio con me. Proprio adesso, Antòn Antònovic', avete parlato di una qualche somiglianza di tratti, avete fatto, così di sfuggita, un'osservazione... Sapete che a volte i gemelli sono così, cioè perfettamente uguali come due gocce d'acqua, tanto che è impossibile distinguerli? Bene, proprio questo voglio dire." "Sissignore" disse Antòn Antònovic', dopo aver riflettuto un po' e come se per la prima volta fosse stato colpito da una simile osservazione. "Sissignore! Giustissimo. E' una rassomiglianza che colpisce veramente e voi avete fatto un'osservazione giustissima, poiché realmente vi si può scambiare l'uno per l'altro" continuò, spalancando sempre più gli occhi. "E sapete, Jakòv Petrovic', è una somiglianza prodigiosa, fantastica addirittura, come si dice talvolta, e cioè è perfettamente come voi... L'avete notato? Jakòv Petrovic'? Io volevo chiedervi spiegazioni, lo confesso, sulle prime non ci avevo fatto abbastanza caso. E' un miracolo, un vero miracolo! Eppure, Jakòv Petrovic', voi non siete neppure nativo di qui, dico io!" "No, signore." "E nemmeno lui, sapete, è di qui. Forse delle vostre stesse parti.
Vostra madre, mi permetto di chiedervi, dove abitava per lo più?" "Avete detto... avete detto, Antòn Antònovic', che lui non è di qui?" "Sì, l'ho detto; non è di qui. E veramente come è strano, anche questo!" proseguì il ciarliero Antòn Antònovic', per il quale era una vera festa mettersi a cianciare di qualcosa. "In realtà è una cosa che suscita curiosità; eppure, gli passi spesso vicino, lo sfiori, lo urti, magari, ma non te ne accorgi. Del resto, non turbatevi. Sono cose che capitano. Vi dirò, ecco, che la stessa cosa successe a una mia zia da parte di madre; anche lei prima di morire vide il suo sosia..." "Nossignore, io... Scusate se vi interrompo, Antòn Antònovic', io, Antòn Antònovic', volevo sapere come mai quest'impiegato, cioè a quale titolo si trova qui..." "Al posto del defunto Semjòn Ivànovic', posto rimasto vacante; era rimasto un posto vuoto e così hanno messo lui. Ecco, vedete, quel caro Semjan Ivànovic', buon'anima, tre bambini, dicono, ha lasciato... uno più piccolo dell'altro. La vedova è caduta in ginocchio ai piedi di sua eccellenza. Dicono però che i soldi li nasconda: ha del denaro, ma lo nasconde..." "Nossignore, io, Antòn Antònovic', io, ecco, ancora di quella circostanza, dicevo..." "Cioè? Ah, sì! Ma perché ve ne occupate tanto? Vi ripeto: non turbatevi. Tutto ciò è in parte provvisorio. Ebbene? Voi siete fuori causa; tutto ciò l'ha combinato Iddio in persona, è stata la sua volontà, e lamentarsene è peccato. In questo è evidente la sua saggezza. E voi qui, Jakòv Petrovic', a quanto capisco, non siete colpevole per niente. Ci sono forse pochi prodigi al mondo? Madre natura è generosa; ma di questo non si chiederà certo conto a voi, non dovrete risponderne voi. Ecco, per esempio, avete sentito dire, spero, che quelli sì... ecco, i fratelli siamesi, sono attaccati insieme per il dorso e vivono, mangiano e dormono sempre insieme: e guadagnano, dicono, un mucchio di soldi." "Permettete, Antòn Antònovic'..." "Vi capisco, vi capisco! Sì! Ma che c'è? Niente! Io dico, secondo il mio giudizio, che qui non c'è niente che debba turbarvi.
Ebbene? È un impiegato come un altro e sembra che sia un buon lavoratore. Dice che si chiama Goljadkin, non è di queste parti, dice, e è consigliere titolare. Si è spiegato personalmente con sua eccellenza." "Ah! E lui?" "Niente, signore; dicono che ha dato spiegazioni esaurienti, che ha presentato delle buone ragioni. Ha detto: le cose, eccellenza, sono così e così, beni di fortuna non ne ho e desidero prestare servizio in particolare sotto la vostra lusinghiera direzione...
e, sapete, ha esposto con abilità tutto quanto serviva. È un uomo intelligente, credo. Be', si capisce che si era presentato con una raccomandazione: senza di quella, si sa, non è possibile..." "Ma da parte di chi... voglio dire, cioè, chi propriamente si è immischiato in questa vergognosa faccenda?" "Sissignore. Dicono che fosse una raccomandazione buona: sua eccellenza, dicono, ne ha anche riso con Andréj Filìppovic'." "Ne ha riso con Andréj Filìppovic'?" "Sissignore; ha riso soltanto così... e ha detto che sta bene, e che lui da parte sua non è
affatto contrario, purché presti servizio fedelmente..." "Be'?... e poi... andate avanti, signore. Voi mi ridate animo, Antòn Antònovic'; vi supplico, signore, andate avanti..." "Permettete, io di nuovo vi... Be'! sì... Be', ma non c'è niente; è una circostanza che non ha niente di straordinario: voi, vi dico, non turbatevi, in tutto questo non si può trovare niente di misterioso." "Nossignore. Io, cioè, voglio chiedervi, Antòn Antònovic', se sua eccellenza non ha aggiunto altro... a proposito di me, per esempio?" "Cioè, come sarebbe a dire? Sissignore! Be', no... niente; potete stare perfettamente tranquillo. Sapete, naturalmente, si capisce, si tratta di un affare abbastanza strano e all'inizio... ma ecco, io, per esempio, all'inizio non ci avevo quasi fatto caso. Non so proprio come mai non me ne sia accorto fino a che voi non me lo avete fatto ricordare. Ma, del resto, potete stare perfettamente tranquillo. Non ha detto niente, assolutamente niente di speciale" aggiunse il buon Antòn Antònovic', alzandosi dalla sedia.
"Così, ecco, io, Antòn Antònovic'..." "Ah, ma voi scusatemi, signore. Non ho fatto che ciarlare di quisquilie e ecco che qui c'è un affare importante, urgente.
Bisogna prendere informazioni." "Antòn Antònovic'!" risuonò la voce cortesemente invocante di Andréj Filìppovic' "sua eccellenza vi desidera." "Subito, subito, Andréj Filìppovic', vado immediatamente." E Antòn Antònovic', preso un mucchio di carte, si precipitò prima verso Andréj Filìppovic', e poi nello studio di sua eccellenza.
"Ma com'è dunque, questa storia?" pensava intanto Goljadkin; "ecco che razza di giochetti si fanno qui da noi! Ecco che venticello soffia da queste parti... Non c'è male: dunque, sembra che la faccenda abbia preso una piega favorevolissima," diceva tra sé e sé il nostro eroe, stropicciandosi le mani e, per la gran contentezza, senza nemmeno sentire la sedia sotto di sé. "Così la nostra faccenda è una comunissima faccenda. Così tutto finisce in un'inezia, si risolve in una cosa da niente. E in verità nessuno dice niente, nessuno osa fiatare; i malandrini, se ne stanno seduti, intenti agli affari loro. Benone, benissimo! Io voglio bene a una brava persona, gliene ho sempre voluto e sono pronto a stimarla... D'altra parte, però, c'è questo, che, a pensarci su, questo Antòn Antònovic'... ho quasi paura a fidarmene: è un po' troppo bianco di capelli e mi sembra che la vecchiaia l'abbia rimbambito alquanto... La cosa più importante, in ogni modo, e più straordinaria è che sua eccellenza non abbia detto niente e che abbia lasciato perdere: ottima cosa, questa! Non posso che applaudire! Soltanto quell'Andréj Filìppovic', però, che c'entra qui con le sue risatine? Che gliene importa a lui? Vecchio imbroglione! Ce l'ho sempre tra i piedi; cerca sempre di attraversarti la strada come un gatto nero e continua con dispetti e ripicche, dispetti e ripicche..." Goljadkin tornò a dare un'occhiata in giro e si sentì rianimato dalla speranza. Però, continuava ad avere l'impressione che, nonostante tutto, un pensiero lontano, un pensiero non buono, venisse a turbarlo. Gli venne persino l'idea di avvicinarsi lui stesso agli impiegati con una scusa o con l'altra, di anticiparli di corsa, come una lepre, e perfino (in un modo qualunque o all'uscita dall'ufficio o avvicinandoli con qualche motivo di servizio) tra una parola e l'altra accennare, così vagamente:
signori così e così... è veramente una rassomiglianza stupefacente, una coincidenza stranissima, uno scherzaccio, addirittura... Ossia scherzarci sopra lui per primo e sondare così la profondità del pericolo. "Perché si sa che è l'acqua cheta che rovina i ponti..." concluse mentalmente il nostro eroe.
Del resto, tutto questo il nostro eroe lo pensò soltanto: in compenso cambiò idea presto. Capiva che quello avrebbe significato mettere il carro davanti ai buoi... "Il tuo temperamento è questo!" si diceva, battendosi un colpetto sulla fronte con la mano, "cominci subito a rallegrarti... sei già tutto contento! Sei un'anima troppo ingenua! No, Jakòv Petrovic', è molto meglio che noi due abbiamo pazienza, è meglio che abbiamo pazienza e aspettiamo!" Ciononostante, come si è appena detto, Goljadkin si sentiva già rinascere alla speranza, quasi fosse risuscitato alla vita. "Non c'è male!" pensava, "mi sento proprio come se mi fossi scaricato dalla schiena otto o dieci quintali! Ma, vedi un po' che combinazione! 'Eppure lo scrigno si apriva tanto facilmente!'(1) Krylòv ha ragione, ha proprio ragione, se ne intende... è una testa fina quel grande scrittore di favole! E in quanto a quello là, presti pure il suo servizio, lo presti pure, alla sua salute!
purché non imbrogli nessuno e non rompa l'anima a nessuno; faccia il suo servizio e io sono d'accordo, e approvo!" Intanto le ore passavano, volavano e, mentre meno te lo aspettavi, suonarono le quattro. L'ufficio fu chiuso; Andréj Filìppovic' prese il cappello e, come si conviene, tutti seguirono il suo esempio. Il signor Goljadkin si trattenne ancora un po', giusto giusto il tempo necessario, e volutamente uscì dopo tutti gli altri, proprio per ultimo, quando tutti si erano sparpagliati per diverse direzioni. Uscito in strada, si sentì come in paradiso, tanto che sentì persino il desiderio di fare un giretto e di passare per il Nevskij. "Guarda un po' il destino!" pensava il nostro eroe. "Un inatteso capovolgimento di tutto quanto. Il tempo si è rasserenato, c'è il gelo e appaiono le slitte. E il gelo si addice veramente al russo, col gelo il russo va perfettamente d'accordo! Mi piace l'uomo russo. E c'è anche un po' di neve, la prima infarinatura, come direbbe un cacciatore; ecco, se su questa infarinatura ci
fosse una lepre!... Che peccato! Ma, però, non c'è male!" Così si manifestava l'entusiasmo di Goljadkin e intanto qualcosa continuava a frullargli per la testa: angoscia, no, non era... ma a tratti sentiva una tale stretta al cuore da non sapere come confortarsi. "Del resto, aspettiamo un giorno, e poi ci rallegreremo. Infine, che cos'è questo? Suvvia, ragioniamo, vediamo... Su, mio giovane amico, lasciamo ragionare... lasciamo ragionare! Be', è un uomo come te, prima di tutto, assolutamente come te. E dunque? se c'è un uomo così, è forse una ragione perché io pianga? Che importa a me? Io me ne sto in disparte; io faccio un fischio e basta! È così e basta! Faccia pure il suo servizio, lui! Be', è un prodigio e una stranezza, dicono là, come i fratelli siamesi... Ma perché, poi, siamesi? Loro sono gemelli, poniamo, ma anche i grandi uomini a volte erano presi per originali. Anche la storia ci insegna che al famoso Suvarov piaceva rifare il verso del gallo... Be', tutto questo lo faceva per politica; e i grandi condottieri... sì, del resto, perché i condottieri? Ecco, io me ne sto per conto mio, e basta, e non voglio conoscere nessuno, e nella mia innocenza disprezzo i nemici. Non sono un intrigante e di questo ne vado orgoglioso.
Sono onesto, retto, pulito, cortese e mitissimo di animo..." Di colpo Goljadkin si fermò e cominciò a tremare come una foglia e per un momento chiuse perfino gli occhi. Nella speranza, però, che l'oggetto della sua paura fosse una semplice illusione, li riaprì infine e timidamente lanciò una rapida occhiata alla sua destra.
No, non era un'illusione! A fianco a lui sgambettava il suo conoscente del mattino, sorrideva, lo guardava in viso e sembrava in attesa dell'occasione buona per attaccare discorso. Il discorso però non veniva. Percorsero entrambi, così, una cinquantina di passi. Tutti gli sforzi di Goljadkin erano rivolti a intabarrarsi il più possibile, nascondendosi nel pastrano e calzando il cappello sugli occhi, fino al massimo possibile. Per colmo di offesa, il pastrano e il cappello dell'amico erano proprio identici ai suoi, come se fossero stati tolti di dosso a Goljadkin in quel preciso istante.
"Egregio signore" disse finalmente il nostro eroe, facendo uno sforzo per parlare a voce bassa e senza guardare il suo amico, "mi pare che noi andiamo per strade diverse... ne sono addirittura sicuro" disse, dopo una pausa. "Infine sono certo che mi avete compreso perfettamente..." aggiunse con voce abbastanza severa, come conclusione.
"Io vorrei" disse finalmente l'amico di Goliadkin, "io vorrei...
voi certamente mi scuserete, generosamente... io non so a chi rivolgermi qui... le mie circostanze... io spero che voi scuserete la mia audacia... ho avuto persino l'impressione che voi, stamattina, spinto dalla compassione, aveste un po' d'interesse per me. Da parte mia, ho sentito fin dal primo sguardo un'attrazione verso di voi, io..." E qui Goljadkin augurò mentalmente al nuovo collega di sparire sotto terra.
"Se osassi sperare che voi, Jakòv Petrovic', mi voleste benignamente ascoltare..." "Ma noi... noi qui... noi... sarebbe meglio andare a casa mia" rispose il nostro Goljadkin, "noi ora passeremo dall'altra parte del Nevskij, là ci troveremo più comodi e poi per il vicolo... è meglio che prendiamo per il vicolo." "Bene, signore. Prendiamo pure per il vicolo" disse timidamente il dolce compagno di strada di Goljadkin, come se, rispondendo con quel tono, volesse far capire che lui, manco a pensarlo! non poteva fare delle difflcoltà e che, nella condizione in cui si trovava, era prontissimo a accontentarsi di un vicolo. Per ciò che riguarda Goljadkin, non capiva assolutamente quello che gli stava capitando. Non credeva a se stesso. Non si era ancora ripreso dallo sbalordimento.

NOTE:
(1) Verso di Ivan Krylòv (1768-1864), famosissimo autore di favole.


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Fëdor Michajlovič Dostoevskij

Andrea Giostra