lunedì 4 marzo 2019

Racconti da leggere online. “Antico frammento amoroso” di Daniela Trovato


a cura di Andrea Giostra - La rubrica “Racconti brevi da leggere online” sta avendo un succedo davvero inaspettato di lettori online che rintracciano la nostra rubrica attraverso i vari canali social per poi leggere le storie che proponiamo con il cellulare, tablet o attraverso gli altri strumenti informatici di cui oggi disponiamo un po’ tutti.

Oggi ospitiamo la scrittrice catanese Daniela Trovato che abbiamo intervistato qualche mese fa con una interessante intervista - http://www.fattitaliani.it/2018/07/la-catanese-daniela-trovato-presenta-il.html - che omaggia i nostri lettori del suo racconto “Antico frammento amoroso”.

In copertina, Bruno Caruso (Palermo 1927 – Roma 2018), “Incantatore di insetti” (1985), 35x40 cm., olio su tavola.

“Antico frammento amoroso”

“Giuvini beddu, pulitu e galanti
La cuntintizza è mia quannu ti viu
Comu nu gigghiu passasti cca davanti,
leviti stu cappeddu, mo’ ti viu:
all’occhi porti du’ stiddi lucenti,
alli cigghia du’ petri diamanti,
e, notti e jornu, continuamente
taju ‘ntra lu cori, ‘ntra sta menti”.
Anonimo

21 maggio 1093
Sbarcò dalla nave in mattinata, dopo aver passato ben tre giorni in navigazione. Era partito dal porto di Genova e raggiungeva la Sicilia per aprire uno spaccio di grano Timilia. Era già stato tutto previsto in tempo. Qualche mese prima suo fratello aveva anticipato la partenza e aveva cominciato a darsi da fare per cercare delle botteghe dove poter conservare i sacchi piene del prezioso grano che a scadenza bimestrale veniva caricato su una nave che poi prendeva il largo verso il Nord della penisola. E così adesso Giovanni arrivava a Palermo a iniziare il suo nuovo lavoro, un incarico di onerosa responsabilità.
Giunto in Sicilia, a Palermo Giovanni era rimasto abbagliato dalla tavolozza di colori che gli si presentarono davanti agli occhi: il blu del mare, il giallo del sole e il variegato caleidoscopio dei fiori. Ancor più restò inebriato dal profumo di quella terra, la brezza mattutina trasportava una miriade di profumi di zagara, di fresie, di limoni e di mare. Era una mattina tiepida di primavera e l’esplosione della natura cominciava a farsi vedere e sentire, in ogni pezzo di terra, in ogni angolo di quella città che brulicava già a quell’ora come un operoso formicaio. Attraversò i vicoli che lo avrebbero portato al malazzeni, tra il viavai di gente che li animava, luoghi diversi da Vico, il suo paese natio. Girava cercando di non perdersi, aspettava Giacomo, suo fratello che doveva essere al porto, ma non lo vide. E così si avventurò tra quelle viuzze, curioso di tutto ciò che vedeva, ammirando i palazzotti, la gente, attratto dai bambini che incuranti di lui, giocavano a rincorrersi dietro le gonne delle madri, che cariche delle loro sporte ben in equilibrio sulla testa, urlavano di smetterla in una lingua che a Giovanni sembrò una musica. Suoni cui non era abituato, nel suo paese regnava il silenzio. I pochi abitanti erano dediti al lavoro nei campi e si udiva solo il monotono battere dello scalpellino o il cigolio di qualche carretto trainato da un asino. Scene di quotidianità, velate da una leggera malinconia che traspariva tra le mura di quel borgo. Adesso Giovanni invece si sentiva avvolto dalla limpidezza di un mondo che profumava di semplicità, in un turbinio vitale di suoni e di immagini in continuo movimento e, allietato si amalgamò in quell’onda spontanea e immediata.
Bruna era là, forse per un caso fortuito, non usciva mai a quell’ora del mattino, ma quel giorno, era là.
Giovanni la vide, tra tanti e tante, solo lei. Uno sfiorarsi, quasi una carezza. Sentì il suo profumo, incrociò il suo sguardo, i suoi occhi neri come la notte scura illuminata dalla miriade di stelle, sì perché quegli occhi brillavano in quell’istante, quegli occhi sempre in movimento, fuggitivi, sempre attenti e vigili.
Ne restò ammaliato. A malapena, Giovanni riuscì a pronunciare qualcosa. Bruna gli aveva tolto il respiro, solo con uno sguardo.
E Bruna incrociò gli occhi verdi di Giovanni, senza riuscire a ritrarsi. Per un attimo, un istante quasi sfrontatamente.
Che cosa accadde in quell’incontro è difficile dirlo a parole e nessuno potrà mai immaginarlo. Di certo, Giovanni restò impietrito, sospeso e solo il suo cuore si pulsava con un battito inconsueto. La ragazza intimorita e turbata, abbassò il capo, non poteva cercare nuovamente quegli occhi, ma spinta dall’innata curiosità femminile, tornò a guardare lo sconosciuto, come attratta da chissà quali forze innaturali.
«Cu iè» pensò. «Chi voli di mia Picchi mi vadda accussì stu picciottu?».
Giovanni, forse incosciente delle usanze siciliane, le si avvicinò. Un incontro forse già deciso, scritto da qualche parte nella storia che certamente avrebbe cambiato gli eventi successivi. Inciamparono per caso l’uno nella vita dell'altra, inconsapevoli.
Iniziò tutto così, il destino aveva deciso per loro, di farli incontrare e questo avvenne quel giorno, tra i colori rosati della primavera, tra i profumi inebrianti dei fiori, tra il sole tiepido del mattino e il viavai frenetico dei carretti, tra tanta gente.
Lì, tra tanti occhi, Bruna scelse quelli di Giovanni, verdi, appassionati, profondi e dolci.
Una voce lo riportò alla realtà. Era Giacomo che lo chiamava. «Ma dove eri finito? Ti ho cercato ovunque» gli disse. Giovanni preso dal fluire delle emozioni che fino a qualche attimo prima lo avevano colto impreparato, ritornò in sé e, sorridendo al fratello, lo abbracciò.
I giorni a seguire, furono intensi di lavoro. Giovanni si divideva tra il malazzeni e le navi che trasportavano il grano su, in Piemonte. E poi arrivava la sera e quasi timoroso dava spazio ai pensieri. Lo sguardo fisso al mare che, come una melodia col suo frangersi nella sabbia, lo estraniava dalla realtà, dando sfogo alla sua nostalgia. Quella donna, era diventata l’essenza di una passione interiore e non poteva più farne a meno. Tante volte era ritornato in quei luoghi, ma sembrava che di lei non vi fosse più alcuna traccia. Spesso pensava di averla sognata, ma le emozioni del suo animo erano vere e vive ed esulavano dalla fantasia. E non si sarebbe rassegnato.
Un pomeriggio d’agosto, uno di quei giorni afosi in cui l’aria era irrespirabile. Giovanni si recò come sempre al malazzeni, malvolentieri. Non vedeva l’ora che arrivasse la notte per avere un po’ di refrigerio, quasi pensò di non andare e rimandare tutto al giorno dopo. Stava per tornarsene a casa… un abbaglio, forse il caldo. Si stropicciò gli occhi, incredulo. Bruna gli veniva incontro. Non era da sola, ma che importava. Si sentì sprofondare tanto l’emozione si impadronì del suo cuore. Si nascose e, in un attimo di lucidità, decise di seguirla. Bruna non si era accorta di lui. Percepì il suo profumo, lo respirò e si rese conto di quanto amore sentiva per lei. Prese coraggio e le si avvicinò. Bruna impallidì, poi gli sorrise. Non dissero nulla, parlarono gli sguardi. Ed essi esprimevano complicità, emozione, amore.

26 luglio 1108
Il commercio del grano nel malazzeni di Giovanni andava a gonfie vele, tanto che il Gran Conte Ruggero I lo fece entrare nella sua Corte, alle sue dipendenze.
Nella magnifica casa sul mare, non lontana dal Palazzo dei Normanni, la quiete e il silenzio erano ormai diventati qualcosa di inconsueto.
Nel giardino, tra i profumati aranci e i limoni, tra le secolari palme e gli argentei ulivi, giocavano indisturbati dei ragazzini.
Bruna, seduta sotto il portico, illuminato dal riflesso del sole, prodotto sui vetri delle bifore, li osservava. Teneva in mano l’occorrente per il ricamo, tra refi colorati, cui si dedicava ormai da qualche tempo con passione.
Tra le colonne, Bruna guardava estasiata Carlo e Isotta, i suoi prediletti figli, intenti a giocare tra gli alberi e l’erba ormai secca.
Giovanni le aveva fatto il dono più grande: l’aveva resa donna felice, appagata e amata, ma soprattutto Bruna era madre.
I suoi adorati figli crescevano ogni giorno nella solare terra che era stata per Bruna, insieme nascita e rinascita. Per un istante, si estraniò dalla realtà circostante. Erano passati tanti anni ma il ricordo dell’incontro con Giovanni, il frammento amoroso che aveva cambiato la sua vita, era sempre vivo in lei e la composizione dell’immagine affiorava come se si svolgesse in quel momento; un brivido le percorse la pelle, quasi come punta da spine, un piacevole brivido.
Adesso le grida festanti e gioiose dei ragazzi, la rallegravano.
Isotta e Carlo giocavano nel rigoglioso jardinu con i quattro figli del Gran Conte Ruggero I e di Adelasia.
Il più classico gioco dell’ammuccia fece trapelare l’innocente simpatia di Ruggero verso Isotta, la giovinetta che accordava e rispecchiava insieme i tratti tipici e diversi di entrambi i genitori: ai capelli color biondo cenere, nel viso un po’ spigoloso come il padre piemontese, contrastavano la sicilianità del colorito olivastro e quelle braci, occhi intensi e profondi, che esprimevano nel contempo la stessa dolcezza e ritrosia della madre, a cui si aggiungeva una femminilità, ancora acerba, ma che sarebbe esplosa da lì a qualche mese.
Ruggero, pur essendo un ragazzo dal temperamento già ben definito, a volte mostrava la sua chiara essenza normanna: nell’aspetto aveva il carattere del padre, dominatore di genti ma davanti all’adolescente, dagli occhi di cirasa, quel ragazzo, si squagghiava.
Non aveva mai nascosto la sua attrazione per Isotta, così allegra, solare e giniusa che lo stuzzicava, chiamandolo con nomignoli vezzosi, per poi ritrarsi e nascondersi.
Successe quella mattina, particolarmente assolata e calda, d’estate. Bruna notò l’assenza dei due ragazzi, ma non si preoccupò più del dovuto: era normale ammucciarsi ppi truvarisi, giocando a nascondino.
Ebbe un guizzo, tra l’incertezza e l’esitazione, quando i compagni dei giochi, dopo essersi rincorsi e trovati, cominciarono a gridare a gran voce i nomi di Isotta e Ruggero, per avvisarli che il gioco era finito. Bruna si alzò, spinta dall’ansia, ma forse anche da un pizzico di curiosità, si avvicinò al gruppetto che, continuava a correre e gridare senza alcun freno, noncuranti di ciò che stava per accadere, intenti e assorbiti solo dal gioco.
 Bruna iniziò con discrezione a cercarli, e li scorse, lì vicino all’albero di minicuccu, teneramente abbracciati, le mani intrecciate, ridevano, ma dai loro sguardi traspariva una luce, forse il riflesso di un ingenuo e innocente amore.
Ruggero, infatti, sembrava diverso, ultimamente. Lui, altero e dominante sui pari e nel gioco, in quel momento lasciava trasparire la sua vera essenza, la tenerezza per quella ragazzina; ne contemplava la dolcezza, la sensibilità non sfuggendo né dal contatto fisico della mano, né sfuggendo dagli occhi, quelle braci infuocate. Un groviglio di sensazioni ed emozioni non conosciute ai due giovanetti.
Bruna intuì. Si senti un’intrusa e si ritirò con discrezione, tornando indietro, sui suoi passi. Quella scena l’aveva turbata, aveva rievocato e rivissuto ancora una volta il suo incontro con l’amato Giovanni, una sequenza logica, un correre con la mente, vivo e presente, nella memoria e nei meandri dell’anima, provando il piacere di ricordare quel giorno di maggio e, come un nastro che si riavvolge, si proiettava in quella piazzetta, fra tanta gente, solo lui.
Tornò, lentamente sotto il portico ombroso e riprese il suo delicato intarsio con l’ago e, sorridendo, abbassò il capo, tenendo per sé quell’imbarazzo non esternato.
L’amore pensò, anche il più innocente come quello fra adolescenti, è sempre qualcosa che va oltre il dicibile. Non può concepirsi distintamente, è trepidezza e piacere insieme e le sensazioni si confondono l’una con l’altra. È il desiderio di conoscersi e arricchirsi, vicendevolmente, un armonioso connubio di parole, gesti, silenzi.
In un crescendo di emozioni già vissute e, in quei momenti rievocate nitide e icastiche, Bruna continuò a ricamare. Le ansie e i timori cedettero il posto alla consapevolezza di essere stata una madre vigile e attenta nell’educare con profondi valori, Isotta e Carlo i suoi adorabili figli.
Quasi piacevolmente aveva rivissuto e inconsciamente traslato, con un meccanismo mentale, istanti indelebili verso l’adolescente Isotta, che cresceva nel corpo, visibilmente, ma soprattutto nell’anima, imparando a dare amore e vivendolo in modo immediato e senza riserve.
Sentì la voce di Giovanni che la chiamava dolcemente. Raccolse il suo cestino da ricamo e lentamente si avviò verso casa. L’uomo le corse incontro, sorridendole. Bruna intrecciò la sua mano con quella del marito e lo baciò. 

Daniela Trovato

Andrea Giostra