venerdì 31 agosto 2018

Carlo Barbieri, scrittore "tardivo" palermitano, racconta l’arte del suo scrivere. L'intervista


Intervista di Andrea Giostra.

Ciao Carlo, benvenuto e grazie per la tua disponibilità. Sei uno scrittore palermitano affermato che pubblica con uno dei più importanti e storici editori siciliani, Dario Flaccovio editore. Se oggi volessi presentarti ai nostri lettori cosa racconteresti di te quale scrittore e intellettuale palermitano?
Bentrovato Andrea. Elimino subito l’“intellettuale”, parola che mi mette a disagio come un vestito troppo largo, e rispondo. Sono uno scrittore “tardivo”, cosa che, per chissà quale motivo, è abbastanza diffusa fra gli scrittori siciliani. Sembra che Goethe, che ha detto tante di quelle cose famose che ne basterebbero per due vite, sostenesse che si diventa veri scrittori a sessant’anni; se è così, più o meno ci siamo perché ho pubblicato il mio primo libro a sessantacinque anni. Quanto al “palermitano”, io lo nacqui – come diceva Totò – e continuo a esserlo con tutto l’amore e la rabbia che tanti palermitani hanno per la propria città, bellissima e maltrattata, generosa e cialtrona, e potrei continuare con i contrasti che ne sono l’essenza. Non ho mai smesso di essere palermitano anche se la vita mi ha portato a risiedere per lunghi anni a Teheran, al Cairo e adesso a Roma. Un grande giornalista siciliano, Vittorio Nisticò, distingueva i siciliani in due categorie: quelli di scoglio, radicati e inguarbilmente stanziali, e quelli di mare aperto. Io sono un palermitano di mare aperto che però, pur essendosi allontanato molto, è sempre rimasto legato alla sua terra con una lunga gomena alla fine della quale c’è un’ancora calata nel golfo di Palermo. 
Ci parli del tuo ultimo romanzo, “La difesa del bufalo” (recensione)? Qual è il messaggio che vuoi lanciare al lettore? Quale l’idea che ti ha portato a scrivere questa storia? 
Parto dall’ultima domanda. C’è una fase che penso sia comune a tutti quelli che scrivono, che è quella del... caos primordiale mentale in cui a un certo punto, non si sa come né perché, nasce un embrione di idea. Una cosuzza piccola piccola, un esserino appena accennato che lo scrittore, come una gestante, non può fare a meno di far crescere fino a metterlo al mondo. Nel caso de La difesa del bufalo, come negli altri miei romanzi e racconti, è successa la stessa cosa. L’embrione di idea è stata quella di un jihadista di origini tunisine, ma ormai palermitano a tutti gli effetti, che certe delusioni e rabbie hanno portato alla radicalizzazione fino a indurlo a partire per andare a combattere con l’ISIS. Inaspettatamente, un giorno gli viene chiesto di tornare nella “sua” Palermo per farvi un attentato suicida durante il Festino, la grande festa in onore di Santa Rosalia, patrona della città. Pensavo di raccontare solo la storia di una corsa contro il tempo in cui l’attentatore e il suo cacciatore, il commissario Francesco Mancuso, che si trova coinvolto nonostante il caso non sarebbe di sua competenza, cercano l’uno di compiere l’attentato nel modo più sanguinoso possibile, l’altro di impedirlo. Ma gli anni che ho passato in contatto con popoli islamici, la conoscenza della storia dei territori e delle circostanze che hanno permesso la nascita di fenomeni come l’ISIS, mi hanno portato a “spiare” nella mente dell’attentatore permettendo al lettore di fare altrettanto. I messaggi alla fine sono venuti fuori “naturalmente”. Uno è contenuto nel titolo – e non provate a decodificarlo, perché non ci riuscireste. Ci ha provato inutilmente anche Tranchina, il collaboratore più stretto di Mancuso, al quale il commissario risponde: “No Tranchina, la vera difesa del bufalo è un’altra, e funziona che è una bellezza”. Sì, i messaggi ci sono: ma li lascio scoprire ai lettori.
Come definiresti il tuo stile letterario? C’è qualche scrittore, italiano o straniero, al quale ti ispiri?

Il mio stile? Davvero non lo so. Scrivo così. Quanto ad ispirarmi ad altri scrittori: consapevolmente, assolutamente no. Ma ho letto così tanto, soprattutto in gioventù, che sono certo di dovere qualcosa a centinaia di autori. 
Quali sono secondo te le qualità che deve possedere chi scrive per essere definito un vero scrittore? E perché proprio quelle? 
La domanda è complessa, ma penso di poter dare una risposta semplice: un vero scrittore è una persona che scrive opere che la gente legge con piacere. Se poi insisti - “Sì, ma cosa fa sì che la gente legga con piacere uno scrittore?”, in altre parole se mi chiedi di scomporre la soddisfazione del lettore negli elementi che la determinano, beh, allora ci perdiamo per strada. Perché i lettori non sono tutti uguali, hanno interessi diversi, sensibilità diverse. Il concetto va considerato in chiave statistica: se scrivi una storia originale, coinvolgente e ben editata, ci saranno più persone che diranno “mi è piaciuta”; se ne scrivi una insulsa, scombinata e sgrammaticata, sarà difficile trovare estimatori. Ma conosco persone che si rifiutano di leggere i thriller di qualsiasi autore, persino di Agatha Christie, e altri che “basta che ci sia il morto e un po’ di sangue...”. Io, per esempio, non amo né i romanzi rosa né quelli erotici, perché mi sembra che ambedue siano prodotti confezionati per un certo pubblico. Ovvio che per qualcuno non è così. De gustibus...

Charles Bukowski, grandissimo poeta e scrittore del Novecento, artista tanto geniale quanto dissacratore, a proposito degli scrittori diceva … «Be’, nella maggior parte dei casi devo dire che gli scrittori non sono brave persone. Preferisco parlare con un meccanico di un’autofficina che sta mangiando un panino al salame per pranzo. In effetti, potrei imparare più cose da lui. È più umano. Gli scrittori sono una brutta razza. Cerco di stare alla larga da loro.» (Intervista a William J. Robson and Josette Bryson, Looking for the Giants: An Interview with Charles Bukowski, “Southern California Literary Scene”, Los Angeles, vol. 1, n. 1, December 1970, pp. 30-46). Qual è la tua idea in proposito? Cosa pensi degli scrittori contemporanei?
Non conosco nessuno scrittore contemporaneo così personalmente da potere dare giudizi di questo tipo. Ma a naso direi che fra gli scrittori c’è la stessa percentuale di brave persone e di farabutti che c’è fra i meccanici di officina. Che Bukowski abbia frequentato più scrittori di quanto non abbia fatto io, e per questo si sia fatta una brutta idea su di loro, è plausibile; ma quanti meccanici di officina ha frequentato, per potere affermare che sono migliori? Io mi ricordo che una volta uno, per aggiustarmi un clacson...
Qual è il ruolo del critico letterario secondo te? E perché è importante per uno scrittore il suo giudizio artistico-letterario? 
I critici letterari dovrebbero aiutare i lettori a scegliere opere di “probabile loro gradimento” incuriosendoli su titoli che potrebbero passare altrimenti inosservati, a espandere i loro interessi verso generi letterari mai considerati, a far notare le parti più belle di un’opera, a evitare le bufale. Nel farlo, dovrebbero però usare sempre un linguaggio semplice e rifuggire da preziosismi verbali o concettuali. Se i critici letterari assolvono al loro compito nel modo giusto, la loro funzione è molto importante. E se no... 
Gino de Dominicis, grandissimo genio artistico del secolo scorso, dei critici diceva … «…che hanno dei complessi di inferiorità rispetto agli artisti. Sono sempre invidiosi. È una cosa che è sempre successa. C’è poco da fare.» Intervista a Canale 5 del 1994-95. Tu cosa ne pensi? 
Anche in questo caso, penso che generalizzare sia un errore. Credo che i critici amino per lo più il loro lavoro e siano pronti a confessare candidamente che non saprebbero scrivere un romanzo; ma probabilmente ce ne sono anche modello “la volpe e l’uva”. 
Come è nata la tua passione per lo scrivere, e qual è il tuo obbiettivo nello scrivere i tuoi racconti e i tuoi romanzi? 
L’interesse per la scrittura l’ho avuto da sempre, ma non l’ho mai coltivata veramente fino al 2010. La prima volta che qualcosa di mio è finito stampato (ciclostilato, per l’esattezza) su un foglio di carta avevo quattordici anni ed ero uno scout. Trent’anni dopo ho scritto una serie di miniracconti per il giornalino dell’azienda. Vent’anni dopo, grazie al fatto che la Fornero non si sapeva nemmeno chi fosse, sono andato in pensione... ed è scoppiata la passione. Perché scrivo? Per divertirmi facendo una cosa che mi piace. Perché mi piace? Perché mi permette di esprimere la mia creatività, certo, ma soprattutto perché mi consente di “parlare” ai miei lettori. Il massimo è incontrarli di persona, ed è per questo che faccio una ventina di presentazioni in giro per l’Italia di ogni libro. 
Perché secondo te oggi è importante raccontare con la scrittura? 
In realtà è sempre stato importante, perché il racconto scritto è una forma particolarmente efficace di comunicazione: una “stargate” che mette istantaneamente in comunicazione due cervelli, quello dell’autore e quello del lettore. Inoltre si presta più di altre alla riflessione: uno scritto si può leggere, meditare, rileggere subito o dopo dieci anni. Casomai dovremmo chiederci “Perché si legge di meno?”, ma la risposta la sappiamo già. 
Cosa consiglieresti a un giovane che volesse cimentarsi come scrittore? Quali i tre consigli più importanti che daresti? 
Leggere moltissimo. Non cadere nelle trappole dorate di pseudo-editori che trovano mille modi per spillare soldi a scrittori esordienti che muoiono dalla voglia di essere pubblicati. E infine, non illudersi di poter vivere di quello che si scrive. Bisogna scrivere per sé stessi, considerandolo un meraviglioso hobby. I pochissimi scrittori che diventano famosi ed economicamente autosufficienti sono solo un pericolo, perché inducono troppi giovani a sperare di potercela fare come loro. 
Sempre Charles Bukowski, a proposito dei corsi di scrittura, che oggi abbondano e vengono pubblicizzati a dismisura soprattutto sui social, diceva … «Per quanto riguarda i corsi di scrittura io li chiamo Club per cuori solitari. Perlopiù sono gruppetti di scrittori scadenti che si riuniscono e … emerge sempre un leader, che si autopropone, in genere, e leggono la loro roba tra loro e di solito si autoincensano l’un l’altro, e la cosa è più distruttiva che altro, perché la loro roba gli rimbalza addosso quando la spediscono da qualche parte e dicono: “Oh, mio dio, quando l’ho letto l’altra sera al gruppo hanno detto tutti che era un lavoro geniale”» (Intervista a William J. Robson and Josette Bryson, Looking for the Giants: An Interview with charles Bukowski, “Southern California Literary Scene”, Los Angeles, vol. 1, n. 1, December 1970, pp. 30-46). Cosa pensi dei corsi di scrittura assai alla moda in questi anni? Pensi che servano davvero per imparare a scrivere? 
Non ho avuto modo di farmi una opinione personale, ma riporto quella della grande Tecla Dozio, purtroppo non più fra noi. Notissima nell’ambito della letteratura gialla per le sue capacità di talent scout e editor, mi disse: “Quando mi arriva un testo di qualcuno che è stato a una scuola di scrittura, io me ne accorgo subito, e non mi piace.” 
Quali sono i tuoi prossimi progetti? Dove potranno seguirti i tuoi lettori? 
In questo momento ho sul tavolo, pronti per essere proposti a editori: – un giallo della serie del commissario Mancuso, decisamente particolare perché immerso in una Sicilia esoterica sulla quale penso non sia mai stato scritto un romanzo; – una raccolta di racconti umoristici che ha vinto il primo premio e il premio speciale della giuria riservati agli inediti all’Umberto Domina (in giuria Bruno Gambarotta, Guido Clericetti, Enzo D’Antona, Gianni Nanfa); e... – ben tredici minigialli illustrabili per bambini, che hanno per protagonista Francesco Mancuso detto Ciccio, un bambino che da grande vuole fare il poliziotto (e come sappiamo, lo diventerà). Nel quotidiano, scrivo articoli più o meno seri su Metro News (che ho scoperto essere il giornale più letto d’Italia: è quello distribuito sulle Metro di Roma, Milano e Torino), su Ultimavoce.it, Fattiitaliani.it, IlFogliettone.it e Malgradotuttoweb.it (sul quale hanno pubblicato, quando era cartaceo, Sciascia, Bufalino e Camilleri, e su cui scrivono oggi Pira, Cavallaro e Savatteri). Naturalmente sono su Facebook, LinkedIn, Twitter e sul mio blog carlobarbieriblog.it 
Un’ultima domanda Carlo. Immaginiamo che tu sia stato invitato in una scuola media superiore a tenere una conferenza sulla scrittura e sulla narrativa in generale, alla quale partecipano tutti gli alunni di quella scuola. Lo scopo è quello di interessare e intrigare questi adolescenti all’arte dello scrivere e alla lettura. Cosa diresti loro per catturare la loro attenzione e appassionarli? E quali sono i consigli più importanti che daresti? 
Non devo inventarmi nulla perché lo faccio già: In Alto Adige, in Trentino, in Sicilia. Funziona così: la scuola compra alcuni libri, i ragazzi li leggono passandoseli e li discutono prima in classe e poi con l’autore. In un liceo siciliano organizzano addirittura uno show fatto di brani recitati e sceneggiati. Grande entusiasmo, e voglia di leggere che nasce senza forzature; e io mi diverto più di loro. Andiamo ai consigli. Quanto alla scrittura, sono i tre che ho già dato prima. Quanto alla lettura, ripeterei quel “leggere moltissimo” e aggiungerei, “Ragazzi, leggere non è solo un piacere: è anche il miglior investimento che possiate fare su voi stessi. Intanto, perché chi più sa, più si fa avanti nella vita. Ma anche perché la cultura rende liberi. Oggi infatti tutti puntano a mettere le loro idee nel vostro cervello: ma se lo trovano occupato dalle idee che vi siete fatti da soli leggendo molto, col cavolo che ci riescono.”

Carlo Barbieri
Twitter: @BarbieriBooks

Andrea Giostra
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