La partecipazione alla vetrina di Casa Sanremo Writers 2026 valorizza un epistolario che parla a persone precise: un figlio, una moglie, una compagna lontana, se stessa. In Frammenti di vita. Dieci lettere in cerca di un mittente di Alessandra Esposito, ogni destinatario apre un tema diverso, dal coraggio alla cura, fino alla verità detta “fuori dai denti”. Editore: SBS Edizioni. Anno: 2025. Prezzo: € 15.
Come ha scelto i destinatari delle lettere a persone reali (figlio, moglie, compagna lontana)? Che criterio ha guidato l’ordine di apparizione?
Ho scelto i destinatari reali quando sentivo che esisteva una responsabilità affettiva precisa: una parola “dovuta” a qualcuno. Così sono arrivate la lettera al figlio, in Essere Madre, quella alla compagna lontana nelle pagine de Il Mare e quella alla moglie e alle figlie nelle pagine de La Morte. Non volevo figure simboliche, anche perché le dieci lettere nascono da storie reali: volevo incontri veri, con un nome davanti e una relazione da onorare. Scrivere a loro significava mettere la pagina al servizio della vita quotidiana – la crescita di un figlio, la distanza che prova un amore, la fatica e la bellezza del lavoro che ti porta via e poi ti riporta a casa. Anche l’ordine non è casuale: comincio dal gesto che apre tutto, La penna, e attraverso ricordi, silenzio, sguardo arrivo via via ai legami più esposti – Essere Madre, Il Mare, L’amore, Il tradimento – fino al congedo de La Morte. È un percorso pensato per “accordare” prima la voce e lo sguardo, e solo dopo entrare nelle stanze dove l’emozione brucia di più. In questo modo ogni destinatario appare quando la pagina è pronta a sostenerlo, accoglierlo e coinvolgerlo.
Perché lettere “non inviate”?
Perché in questo libro la lettera è prima di tutto un luogo di verità e cura: l’atto di scrivere è già un incontro, non sempre serve un recapito. Scrivere senza l’obbligo della consegna crea uno spazio sicuro dove dire l’inespresso, sciogliere nodi, perdonare o perdonarsi: la lettera diventa un atto catartico e liberatorio, più orientato alla chiarezza interiore che alla risposta dell’altro. È per questo che parlo di lettere “in cerca di un mittente”: cercano la propria voce prima ancora del recapito, e invitano chi legge a riconoscersi tanto in chi scrive quanto in chi riceve. Nel libro lo dico esplicitamente: basta un foglio e una penna; anche se la lettera non verrà mai recapitata, resta un gesto vero, capace di lasciare un segno e di trasformare un frammento in ponte. L’importante non è inviarla: è scriverla, perché da quel gesto nasce la possibilità di capirsi, di rimettere ordine e, a volte, di ricominciare.
Quando scrive “fuori dai denti”, come ha tenuto sotto controllo il tono per non ferire e al tempo stesso dire la verità?
Non è stato semplice scrivere in prima persona non essendo io il “vero” mittente, ma mi sono immedesimata – anche grazie ai racconti delle storie vere – nei panni di chi quelle lettere le avrebbe scritte. Comincio di getto, senza filtri: lascio uscire la verità com’è. Poi, in revisione, intervengo per proteggere la dignità (mia e dell’altro) senza annacquare il senso: mi fermo e alleggerisco la temperatura, tolgo ciò che nasce solo dalla reazione e non serve alla pagina. Sostituisco i giudizi con i fatti, meno etichette, più gesti e immagini concrete: è più onesto e ferisce meno. Il risultato è una sincerità misurata. Per esempio, nella lettera sul tradimento dico la verità in modo frontale – “Ti amo, ma ti ho tradito” – e subito dopo mi assumo la responsabilità, senza colpi bassi né giustificazioni. Così la pagina resta vera, ma non fa male per fare male: offre un terreno perché chi legge possa capire, non solo reagire.
La malattia entra in pagina anche con dettagli concreti (come la parrucca). Come ha trovato le parole giuste per questi passaggi?
In Lo specchio la voce è quella di una donna che parla al proprio nemico: un tumore. Non lo aggira, lo chiama per nome e gli scrive come si scrive a chi ci ha ferite e, insieme, costrette a rinascere. Ho cercato parole semplici e concrete per restare sempre dalla parte della dignità: racconto la parrucca, la rasatura, lo sguardo allo specchio, persino il trucco – gesti quotidiani che hanno aiutato quella donna a riconoscersi mentre tutto cambiava. Sono appigli reali: permettono a chi legge di reggere la fragilità senza trasformarla in spettacolo. Nomino i gesti così come sono – “la parrucca è diventata la mia alleata”, “mi sono rasata” – e poi lascio spazio al silenzio dove serve, perché alcune cose hanno bisogno di respiro per farsi capire. In quella sobrietà entra una luce che non abbellisce, illumina: la luce di chi ha attraversato la paura e oggi può dire “ti ho sconfitto” senza trionfalismi, con gratitudine per il corpo che ha resistito.
Tra le dieci lettere ci sono variazioni di ritmo molto nette. In che modo ha deciso dove accelerare e dove rallentare?
Mi faccio guidare dal tema e dall’ascolto. Dove brucia, accelero; dove serve cura, allargo il periodo e lascio pause. L’introduzione affida il ritmo anche alla musica (Jannacci) e al silenzio: è un diapason che accorda la cadenza delle lettere. Si vede bene in due esempi: in Il tradimento le frasi si fanno brevi e frontali (“Ti amo, ma ti ho tradito”), mentre in Il Mare il passo è più ondoso: descrizioni, notti di guardia, tempeste e calme che entrano nel respiro della prosa.
Cosa vorrebbe che il lettore facesse, concretamente, dopo aver chiuso il libro: scrivere una lettera, fare una telefonata, restare in silenzio?
Il mio invito è concreto e quotidiano: quello di tenere sempre un foglio e una penna a portata di mano. Non per scrivere pagine perfette, ma per lasciare traccia. A volte bastano tre righe, a qualcuno che amiamo, a chi non c’è più, o semplicemente a noi stessi, per spostare qualcosa dentro e rimettere ordine. È lo spirito con cui si apre il libro e il filo che ritorna nelle pagine iniziali: se, leggendo, ti torna la voglia di scrivere, allora la lettera ha fatto il suo mestiere e il libro ha compiuto il suo gesto. Non c’è una forma giusta: può essere una dedica sul retro di uno scontrino, una frase sul telefono, un biglietto lasciato sul tavolo. E se dopo la lettura il lettore sente che la cosa più sincera è fare una telefonata, o stare un minuto in silenzio prima di trovare le parole, va benissimo: conta trasformare la pagina in un atto vivo, che mette in relazione. La scrittura, qui, non è un esercizio di stile: è un ponte semplice e praticabile, ogni giorno, tra quello che proviamo e quello che scegliamo di dire.



