sabato 25 settembre 2021

La scrittrice e poetessa Rita Pacilio: vi racconto del mio esordio narrativo "Cosa rimane" e del desiderio di parlare alle donne afghane

di Francesca Ghezzani - Tradotta nel corso della sua carriera letteraria in greco, romeno, francese, arabo, inglese, spagnolo, catalano, georgiano e napoletano, la poetessa e scrittrice Rita Pacilio ci parla del suo romanzo Cosa rimane, pubblicato con Augh Edizioni per la collana Frecce.

Una storia ambientata tra il Nord e il Sud dell’Italia negli ultimi anni Duemila, ma con rimandi storici che vanno dagli anni Cinquanta ai Novanta. Attraverso la protagonista Lorena e i personaggi collaterali, l’autrice affronta tematiche fondamentali quali l’inclusione, la diversità e l’incontro virtuale, toccando sentimenti forti in cui riconosciamo nitidamente l’amore, la rinuncia, la paura, l’umiliazione, la vergogna e la privazione.

Rita donna e Rita scrittrice: come sono cambiate negli anni?

Ogni parte di me non è mai sfuggita al suo tempo. Quindi, posso dire di essere cambiata di anno in anno mettendo continuamente in discussione la mia indole e le mie passioni. Ho cercato di focalizzare l’intenzione della vita prestando ascolto anche all’anima delle cose. Niente è andato perduto delle esperienze umane che hanno influenzato (e meno male!) il mio percorso professionale e artistico. Ho sempre cercato di smitizzare un po’ tutto per ri-confermare un nuovo grado di consapevolezza e per rimanere in sintonia con la natura, con l’esistenza. In questo senso, per me, “cambiare” assume una tensione arrendevole ma sapiente.

In un’altra tua intervista ho letto che, se potessi scegliere, vorresti essere tradotta affinché i tuoi scritti arrivassero in Afghanistan. Perché?

Ho già sperimentato la gioia di essere tradotta e pubblicata all’estero, ma con l’Afghanistan e in particolare con le donne afghane, avverto un legame emotivo molto forte. Sono sempre stata attratta e coinvolta dalla loro storia culturale, dalla loro poesia, dal loro grido descritto e urlato nei landay, distici poetici tradizionali e antichissimi in cui parlano di guerra, separazione, patria, dolore e amore. Questa forma di canto viene trasmesso di donna in donna in forma orale senza lasciare alcuna traccia dell’autrice: mi viene da pensare alla delicatezza e alla potenza del vento! Ecco, vorrei che il mio romanzo e la mia poesia potessero arrivare fin lì (e in tutti i paesi dove non regna la pace civile) per essere strumenti di lotta e di amore contro ogni forma di dolore e sopruso.


Veniamo al tuo esordio narrativo: Cosa rimane. È un punto di arrivo o di partenza?

Non ho mai considerato importante solo l’arrivo o la partenza. I confini tra le due condizioni sembrano necessari alla scrittura. Infatti, bisogna arrivare al pubblico, per esempio. Mi viene una metafora per dirla meglio: il movimento che accompagna i nostri occhi e i nostri pensieri, infatti, non è il risultato di un progetto o di un volere, né ha inizio o fine, ma appartiene alla eterna storia dell’andamento che l’esperienza della vita ci consente di fare ogni giorno. Continuamente e all’infinito. Per questo motivo, andata e partenza sono entrambe variabili perfette e imperfette che si possono incontrare lungo il cammino vitale. Cosa rimane è un punto di partenza, sicuramente! È un esordio ed è lo strumento che mi consente di sperare e credere di poter realizzare un nuovo viaggio.

Qual è, secondo te, la risorsa più grande su cui la letteratura e la cultura più in generale possano appoggiarsi?

Il mondo editoriale, sicuramente.

E, al contrario, quale grande limite o difficoltà colpisce l’editoria?

Il fatto è che il concetto di buona editoria legato ai grandi marchi andrebbe rivisto anche alla luce dei prodotti che troviamo in libreria. Infatti, non sempre la qualità corrisponde al marchio. Le “alte sfere editoriali” sono inavvicinabili e non sempre sono chiare le dinamiche di selezione dei manoscritti. Anzi, risulta impossibile comunicare con gli editori o i direttori editoriali senza avere intermediari o figure di riferimento. Inoltre, va preso in considerazione il vizio di mercato che dà grande successo agli autori che fanno tendenza, che sono alla moda tenendo conto più della notorietà del personaggio che dei contenuti letterari proposti. Molti autori avvertono un senso di solitudine e di ingiustizia, soprattutto quando il proprio progetto creativo viene a trovarsi di fronte a varie forme di compromesso. Spesso la professionalità e la creatività vengono mortificate e il proprio ego entra in conflitto quando l’aspettativa viene delusa. L’errore, secondo me, sta nel considerare maggiormente rispettabile il grande nome editoriale a scapito dei piccoli marchi che, molto frequentemente, lavorano meglio e con rigore lottando, costi quel che costi, per l’idea dell’autore.

Infine, in qualità di donna di cultura, in un mondo sempre più crossmediale auspichi per le diverse forme d’arte una continua contaminazione o che ognuna abbia vita propria, senza l’ombra della commistione?

La fusione delle arti, assolutamente. Auguro al mondo culturale una esplosione di emozioni, affollate e commosse dalla memoria, per ricondurre il lavoro intellettuale all’affermazione di maggiori identità capaci sempre più di evolversi mettendosi al servizio della comunità come protagonisti di più verità e non di uno spazio personale chiuso e accartocciato su se stesso.