martedì 21 ottobre 2014

Cinema, Adriano Aragozzini debutta come attore ne "Le ali del destino". L'intervista di Fattitaliani: "La tv oggi? appiattimento totale"

Anteprima assoluta al Barberini del Film “Le Ali del destino” la vera storia del Maresciallo Vito Sinisi, medaglia d’oro al Valore Militare durante la Seconda Guerra Mondiale, per aver partecipato volontariamente ad una rischiosa azione in volo. Durante la missione il suo aereo venne abbattuto e fu costretto ad ammarare.
Ferito gravemente, trascorse alcuni giorni sul battellino di salvataggio, in alto mare. In punto di morte chiese ai suoi compagni di sventura di essere, dopo morto, gettato nelle onde affinché il suo corpo non fosse di intralcio su quel piccolo battello alla deriva. E così fu. La pellicola, firmata da Vittorio Viscardi e prodotta da Gianna Menetti (pronipote di Vito Sinisi che nel film interpreta se stessa) per la CineArt, ha ricevuto il Patrocinio della Presidenza del Consiglio e racconta uno spaccato di vita italiana con un cast di attori talentuosi: Valerio Peroni, Francesco Varlotta, Carlotta Oreto, Michele di Sabato, Elisa Di Donna, Melissa Summa, Miriana Lettieri, Angelo Labriola. La fotografia del film è di Paolo Oreto e la musica di Nico Fidenco. Nel ruolo del nipote narratore Luigi, Adriano Aragozzini al suo debutto cinematografico che ci farà scoprire i sogni, gli amori e le aspirazioni di un eroe italiano e al quale Fattitaliani ha rivolto alcune domande: 
Chi era Vito Sinisi? 
Era un ragazzo semplice, nato da una famiglia di contadini, abitava a Ripa Candida in provincia di Potenza e, per quell’epoca era un rivoluzionario perché tutti i suoi coetanei lavoravano la terra, invece lui aveva questa passione sviscerata per gli apparecchi come li chiamavano allora e aveva deciso che avrebbe volato. Quand’era ragazzino lo prendevano in giro e a vent’anni lasciò il suo paese ed andò ad arruolarsi nell’Aeronautica militare che era appena nata, era il 1927. Ciò che mi ha colpito maggiormente di questo personaggio è stata la sua caparbietà nel fare il lavoro che desiderava fare e ci è riuscito. Per un giovane ragazzo, nato in un paesino di provincia della Basilicata, era un fatto straordinario. Soprattutto all’epoca in cui i genitori erano restii alle scelte azzardate dei figli, fino al punto di impedirglieli. 
Nel film, Lei interpreta il ruolo del narratore, ossia lo zio di Vito, Luigi. Ha dichiarato che ha affrontato il personaggio in maniera diversa, dapprima in maniera un po’ fredda e poi è arrivato persino a commuoversi.
E’ vero, sono stato coinvolto dalla sceneggiatura e sono arrivato ad emozionarmi e commuovermi, la cosa più bella è che sono riuscito a tramettere questi sentimenti a chiunque abbia visto il film. Alla presentazione, ha letto con voce incrinata un messaggio di Giorgio Napolitano che incita i giovani a far prevalere sull’interesse personale, l’interesse della collettività. Cosa ne pensa? Sono assolutamente d’accordo con il Presidente, oggi i giovani pensano solo a se stessi, sono diventati egoisti, non vogliono più sposarsi, non vogliono avere figli, invece la generazione dell’epoca potrebbe insegnare molto alla generazione attuale.
La nipote vera di Vito Sinisi (Gianna Menetti) ha scoperto in maniera casuale questa storia familiare, definendola una storia archeologica.
E’ vero, lui di questo prozio non sapeva nulla, neanche che fosse medaglia d’oro al valor militare della Seconda Guerra Mondiale. Un giorno ha scoperto Via Vito Sinisi dalle parti di Via Cassia. Ha chiesto informazioni e poi si è ricordata che la nonna le diceva che era morto ma non le aveva mai spiegato dove e perché. Pur dovendone essere orgogliosi, in quei tempi, le persone avevano pudore di quella che era la loro vita.
Le Ali del destino è stato presentato qualche giorno prima della candidatura di Matera (la città dolente di Levi) a città europea della cultura. Che posto occupa oggi in Italia la cultura?
Vorrei dire che non c’è più esiste solo individualmente grazie a grandi uomini di cultura in tutti i campi. Dal dopoguerra in poi, la cultura non è stata messa più al centro di ciò che è la vita del Paese e oggi spesso chi è dotato di cultura, finisce all’estero perché in Italia non trova sbocchi. Sui social imperversa la polemica sulla scena del film “La Meglio Gioventù”, quando il Professore Universitario, dice allo studente: “Lasci questo Paese. L’Italia è un Paese da distruggere. Un posto bello e inutile, destinato a morire,qui rimarranno solo i dinosauri”: Lo studente gli chiede: “ Lei perché rimane?” “Perché sono un dinosauro da distruggere”. 
Lei si sente un dinosauro della Televisione?
Assolutamente no, sono una persona che poco professionalmente è stata colpita dal fatto che oggi non vanno avanti i bravi professionisti ma si mandano avanti esclusivamente i raccomandati. Sono una persona viva e pronto a rifare ciò che ho fatto in passato con maggior successo. Purtroppo non me lo fanno fare perché l’Italia è un Paese in cui in televisione lavorano solo i raccomandati. Oggi addirittura c’è un’arroganza tale che i professionisti non solo non vengono ricevuti ma neanche gli si risponde più al telefono.
Pensa che lo facciano per paura della grande professionalità che appartiene a chi ha fatto grande la televisione, com’è successo anche a Baudo?
Certamente, oggi c’è un appiattimento totale in televisione, c’è bisogno degli Yes Man. Baudo appartiene alla storia della televisione italiana, io con tutto quello che ho fatto nella mia carriera, sanno che sono un grande professionista e quindi lavoriamo in un certo modo.
Che ricordo ha di quando il Sindaco le ha dato la cittadinanza onoraria di New York?
Ho vissuto un’emozione incredibile, il Consiglio Comunale della città mi aveva detto che mi sarebbe stato assegnato un premio ma non sapevo quale fosse. Quando è arrivata la motivazione: perché avevo aiutato “la cultura popolare” degli italoamericani, ho fatto un background della mia vita, rendendomi conto che per venti e più anni, avevo portato a New York artisti di tutti i generi, avevo presentato gli spettacoli in tutti i più importanti teatri americani, da Broadway al Madison Square Garden e quindi è stata una gioia infinita. Sono pochi i cittadini onorari di New York e quindi la cosa mi inorgoglisce ancora di più. Là se un professionista di rilievo ha dei progetti importanti da proporre alla televisione, non solo viene subito ricevuto ma non viene neanche lasciato in attesa telefonica, cosa che qui in Italia è una vergogna nazionale. 
Ha iniziato la sua carriera come giornalista di Sorrisi e Canzoni, si occupava di musica?
No, mi occupavo un po’ di tutto, la possibilità di curare eventi musicali nacque per caso quando lavoravo alla Rizzoli, mandarono una giornalista ad intervistare Gino Paoli che allora era il cantante maledetto e anticonformista. Alla domanda cosa facesse prima di cantare gli rispose in malo modo e lei si arrabbiò interrompendo l’intervista. La risposta di Paoli divenne una gag per qualsiasi cosa si dovesse fare. Dopo un po’ di mesi, fui mandato io ad intervistarlo, gli feci la stessa domanda e lui mi rispose ridendo allo stesso modo. Da lì nacque una grande amicizia, lo ospitavo a casa mia quando era a Roma, fino a quando non mi chiese di fargli da manager. Cominciai a farlo come secondo lavoro, dopo un anno le cose andarono così bene che dopo un anno lasciai il giornalismo. Dopo di lui vennero Luigi Tenco, Nico Fidenco (che ha curato le musiche del film), Patty Pravo, Modugno. Ho portato Mina in Venezuela e via discorrendo. 
E’ stato per anni Patron del festival di Sanremo, innovandolo e riportando i cantanti a cantare con l’orchestra dal vivo. Che cosa è rimasto del suo Festival? 
Molto poco: il nome della categoria Campioni che fu scelto da me, la Grande Orchestra e basta. Ero riuscita a portare la grande musica dei Grandi cantautori a Sanremo che adesso non esiste più. Se c’è ancora è perché li invitano come ospiti. Ricordavo recentemente con Carlo Fuscagni il direttore di Rai1 in quell’epoca e con Lorenzo Vecchioni, il condirettore che Celentano voleva venire come ospite e noi non lo prendevamo perché doveva venire in concorso. Oggi invece gli artisti italiani vanno al Festival come ospiti. La Rai dovrebbe preservare Sanremo e non mettersi la concorrenza in casa, facendo partecipare concorrenti dei reality che sono dei programmi musicali che fanno concorrenza al Festival. 
Grandi ricordi, grandi canzoni, ci racconta un aneddoto particolare?
Presentai la canzone di Francesca Alotta e Aleandro Baldi, dopo qualche anno andai in America e sentii cantare questa canzone in inglese, pensai ad un plagio per poi scoprire che questa canzone era stata riprodotta in inglese da vari artisti, tra i quali anche Jennifer Lopez e il marito. 
Cosa farà da grande? 
La mia professione è il Produttore televisivo, continuerò a farlo sia in Italia che all’estero, se non sarà possibile farlo per la Rai, lo farò per altre Reti. Elisabetta Ruffolo.
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