giovedì 8 agosto 2019

Racconti da leggere online. “Oscar” di Maria Cristina Bellini.

 Rubrica a cura di Andrea Giostra

In copertina: Henri Matisse (Le Cateau-Cambrésis 1869 – Nizza 1954), “Gatto e pesci rossi”, 1911, olio su tela.

Il racconto “Oscar” è tratto dal libro “I Miracoli dei Gatti”, Massaggi Mentali Ed., Ravenna, 2016.

«Questo è il racconto spirituale tratto dal mio romanzo "I miracoli dei gatti" e mi è stato ispirato da una storia vera di cui ho sentito parlare in tv alcuni anni orsono. Ho immaginato per il protagonista chiamato a svolgere un compito così importante altre vite accanto a personaggi straordinari che hanno fatto la storia. È l'unico quadretto del libro scritto in prima persona per esaltare la consapevolezza di questo gatto. Chi come me ama il cinema troverà succosi rimandi a famosi film che invito a scoprire.»

Maria Cristina Bellini


OSCAR

Lo sapevo. L'ho sempre saputo. Fin dalla mia prima vita da gatto Mau accanto alla regina Nefertari. Agli altri della mia stessa razza lasciavo l’incombenza di liberare dai roditori gli enormi silos di grano che si stagliavano nel sole in mezzo alla sabbia, di riprodursi e accudire la prole per assicurare il futuro e la diffusione della specie. Niente esplorazioni dei giardini, delle piramidi, niente rincorse a topi, uccellini e farfalle, niente giochi con altri gatti. Io ero antenna fra l’Universo e gli esseri umani. Mio era il compito di fare da tramite recapitando i messaggi del grande disegno. La bellissima regina, dotata e sensibile, dalle mani così morbide, mi chiedeva di saltarle in grembo sulle fruscianti vesti di seta dorata ogni volta in cui aveva una decisione da prendere, un destino da indirizzare, perché lei era l’Egitto. Accarezzandomi mentre facevo le fusa la sua mente entrava in quello stato che la portava nel mezzo del nulla da cui tornava poi alla realtà con un indizio, una soluzione per il bene di tutti. E quando avevo un messaggio da recapitarle, anche nel cuore della notte stellata non esitavo a raggiungerla attraversando sicuro i corridoi dalle alte volte dell'immenso palazzo reale, ombra fra le ombre. Le nerborute guardie a torso nudo erano abituate a vedermi passare, nessuno poteva sferrare la lunga lancia contro di me, nessuno poteva fermarmi e a me non interessava fare amicizia. Anche se ero gentile con tutti il mio amore e interesse erano solo per Nefertari. Saltavo sulle lenzuola profumate di kyphi, la miscela dalla formula segreta creata solo per la regina, un trionfo di incenso, mirra e cannella di cui si cospargeva i capelli per favorire il sonno e i bei sogni. Acciambellandomi appoggiato a lei univo la mia mente alla sua e, quando il sole filtrava dalle sontuose tende nella camera rimbalzando sui mobili di squisita fattura, si svegliava credendo di aver visto in sogno la strada da intraprendere. La mia vita era felice e privilegiata, accudito da oracolo quale ero e anche se gli umani erano inconsapevoli del mio ruolo pure avevano d'istinto grandi riguardi nei miei confronti.
Venivo trattato come una divinità, avevo addirittura un assaggiatore personale, come i sovrani, per scongiurare il pericolo di essere avvelenato da chi tramava contro la dinastia e voleva impossessarsi del potere. Anche se i miei conviventi non hanno mai dovuto preoccuparsi per la mia salute il fatto di proteggere il mio cibo tranquillizzava la regina, le piaceva prendersi cura di me. Vidi Mosè, vestito da principe egiziano e con la testa rasata da cui scendeva una piccola treccia scura, stringere il braccio di Ramses in segno di amicizia, lì nell'immensa sala, dalla mia cesta degna di un re vicina al trono. Sapevo quali percorsi aveva in serbo per lui l'Universo, sapevo che l'avrei rivisto con le vesti variopinte del popolo ebraico e nemico del re egizio se avesse accettato il proprio destino e quello della sua gente. Lasciai quella vita serenamente prima di assistere allo strazio di Nefertari che poneva piangente il corpo del figlio, ucciso nella notte dall'Angelo della Morte come gli altri primogeniti egiziani, sulle ginocchia dell'immensa statua di Anubi dalla testa di cane, implorandolo di ridargli la vita. Le piaghe d'Egitto avevano risvegliato nel re solo ira e sete di vendetta, lei non poteva più influenzarlo, il mio compito lì era finito. Il mio corpo fu imbalsamato e le viscere riposte nei vasi canopi dentro la tomba faraonica che un giorno avrebbe accolto anche Nefertari e Ramses.
Il mio aspetto è cambiato nelle reincarnazioni e sono stato il primo di molte razze che si sarebbero poi diffuse in seguito. Da gatto Certosino ho suggerito l'idea degli specchi ustori ad Archimede durante l'assedio di Siracusa e lui mi stava accarezzando la testa dalla vasca quando esclamò: «Eureka!» perché aveva trovato il suo Principio. Sono stato il gatto d'Angora rosso di Confucio, “il messaggero che nulla ha inventato”, nell'era delle primavere e degli autunni, tempo di anarchia e d'instabilità politica. Sapevo che le guerre tra i signori dei vari stati feudali si sarebbe trascinata nell'epoca successiva, il periodo dei regni combattenti, e che il sogno e la preveggenza del filosofo si sarebbe avverata dopo un paio di secoli anche se non come lui l'avrebbe voluta. Il Guerriero Senza Nome, con la complicità di Cielo, Neve Che Vola e Spada Spezzata, si sarebbe avvicinato alla distanza di dieci passi dal tiranno e non lo avrebbe ucciso perché aveva capito che, pur con grande spargimento di sangue, questi avrebbe unito la Cina sotto un unico cielo ridando poi pace e prosperità al popolo. Il momento che preferivo insieme a Confucio era quando si dedicava alla lettura e consultazione dell'I Ching, Il Libro dei Mutamenti, il millenario testo sapienziale. Sentivo la presenza dei Santi Saggi e la loro gioia per il suo contributo all'interpretazione.
Conclusi anche quella vita, grato per averla vissuta, e rimasi a lungo nel limbo. Seguirono tempi bui per la mia razza e anche se la mia vita è sempre stata protetta il mio compito è facilitare la prosperità e progredire con energia nel bene. Infatti, se facciamo al male il favore di combatterlo colpo su colpo alla fine perdiamo perché in tal modo anche noi rimaniamo coinvolti nell'odio. Perciò, restai spettatore del succedersi degli eventi umani e delle epoche in attesa di tornare in questo piano di esistenza notando che cambiavano le condizioni di vita dell'uomo, mai la sua natura.
Isabella di Spagna mi donò, nella mia forma di Main Coon, e insieme ai suoi gioielli più preziosi per finanziare l'impresa, a Cristoforo Colombo. Con lui divisi l'alloggio nell'ammiraglia, la Santa Maria, durante il viaggio verso il Nuovo Mondo mentre gli altri gatti si occupavano di liberare dai topi la cambusa. Io rassicuravo Colombo che il suo progetto di arrivare alle Indie era giusto quando per giorni e giorni non si vedeva altro che l'oceano e l'equipaggio insisteva nell'invertire la rotta minacciando di ammutinarsi. Gli ero in braccio quando lui vide una luce in lontananza, come una piccola candela che si levava e si agitava, la notte precedente l'avvistamento della costa. Sbarcai al suo fianco e i nativi non riuscirono a vedermi perché non erano ancora pronti a ricevere l'informazione della mia presenza.
Sono stato il gatto di Manx dell'astrologo di Bess, Elisabetta I, la regina che guardava gli ospiti come attraverso una lastra di vetro. Erano tempi di congiure, di alleanze prima firmate e suggellate dalla ceralacca con il sigillo reale e poi disattese per motivi religiosi di assoluta convenienza o per creare nuove alleanze più proficue, come durante il regno del padre Enrico VIII. Tempi di matrimoni combinati per assicurarsi il favore dei potenti e garantirsi la sicurezza mettendo in pratica il motto latino “se non puoi vincerli, alleati”. Ma nonostante i giochi, gli scambi di terre e possedimenti, l'avidità umana non conosce limiti di linea di sangue, alleanze o coerenza. Quando la Spagna dichiarò guerra all'Inghilterra, ovviamente per motivi puramente legati alla religione come fosse una nuova crociata contro gli infedeli, Bess era molto preoccupata per il destino del suo popolo di cui sentiva la responsabilità e l'amore. Chiese consiglio all'astrologo, che mentre mi accarezzava le disse di incendiare le navi sul Tamigi per sbaragliare l'Invincibile Armada spagnola perché quella notte il vento avrebbe mutato direzione portando la vittoria all'esercito inglese. William Shakespeare, Francis Bacon e gli altri poeti alla sua corte mi hanno coccolato e tenuto in grembo dando poi vita ai loro capolavori e teorie filosofiche.
Ispirandosi a me, Egdar Allan Poe scrisse “Il gatto nero”, romanzo che lo rese famoso, inventando così il racconto poliziesco e il giallo psicologico che tanto successo e diffusione hanno tuttora nel mondo in forma di racconti e film. Perché l'essere umano non vive di solo progresso e scoperte, la ricchezza è anche divertimento intelligente e il divino si manifesta nascondendosi nelle forme artistiche non escludendone alcuna.
Sono stato un Blu di Russia alla corte di Alessandro secondo che comprese la necessità di concedere l'indipendenza ai contadini. Quante serate trascorse insieme nel suo immenso studio alla luce delle candele e della fiamma dell'enorme camino dove i grandi ciocchi ardevano costantemente schioccando e sprigionando il loro profumo di resina. Lo aspettavo accoccolato su uno dei sontuosi cuscini di damasco ricamato, una volta entrato lui si dirigeva sicuro alla grande scrivania di pregiatissimo legno scuro e si adagiava sulla poltrona degna di uno Zar come lui. Aveva un gran buon gusto, adorava il bello e apprezzava i prodotti della geniale creatività umana di cui amava circondarsi. Io, dopo essermi stiracchiato con grazia come solo noi gatti sappiamo fare, saltavo sulla poltrona di morbido velluto rosso accanto alla sua e cominciavo a fare le fusa. Alessandro era contento della mia presenza, quando mi faceva le coccole sentivo il polsino inamidato della camicia e il pesante tessuto della giacca militare. Si batté e ottenne una legge sull'emancipazione della servitù, era il momento, i tempi stavano cambiando. Il popolo si preparava alla rivoluzione che avrebbe dato nuova forma, non solo geografica, al mondo, pur se ancora lontana.
Einstein amava accarezzare il mio lungo pelo di Persiano tartaruga, diceva che non sapeva come, ma era sicuro che quell'attività gli rendesse il pensare più fluido e semplice. Per non disturbarmi mentre dormivo appoggiato alla sua mano sinistra si mise a scrivere con la destra, pur essendo mancino, la sua teoria della relatività, cambiando per sempre l'idea dell'universo così come era conosciuto. Trovo molto curioso il fatto che Erwin Schrödinger abbia pensato ad un gatto, pochi anni dopo, per il suo paradosso ancora citato tutt'oggi. Davvero bizzarro, come le menti che lavorano ad uno stesso argomento o progetto si influenzino l'un l'altra.
E io non ho fatto nient'altro che recapitare messaggi alle menti illuminate che potevano migliorare il mondo. Ma la scelta è sempre stata la loro, di mettere in pratica o meno i suggerimenti che ricevevano senza neanche rendersi conto di come succedesse. E ogni mia vita è stata privilegiata, ne sono assolutamente consapevole. Ho avuto sempre cibo di ottima qualità in abbondanza, giacigli morbidi e sontuosi e tanto, tanto affetto e coccole. Sono stato amato e ho amato tutte le persone con cui ho condiviso le mie esistenze e ringrazio loro e chi li ha uniti a me. Ho lasciato ogni vita serenamente, senza traumi né rimpianti perché sapevo che di lì a poco avrei vissuto un'altra avventura accanto ad una mente straordinaria. Ora, prima di ricongiungermi definitivamente con il Creatore, mi era stato affidato il compito più importante.
«Sapessi cosa ho trovato! - la voce di Valeria era eccitata e stupita al telefono -Appena puoi passa di qua, vieni a vedere!». Vittoria rispose che nel pomeriggio sarebbe andata da lei nella clinica per disabili mentali poco fuori città dove svolgeva la sua attività di infermiera. Amava il suo lavoro, era contenta di accudire quelle persone spesso abbandonate da famigliari e amici perché non potevano dialogare. Molti pazienti non si accorgevano nemmeno delle visite, e, piano piano, rimanevano soli nei letti che diventavano sempre più grandi per loro. Lei parlava ai degenti quando se ne occupava, sperava di portare conforto raccontando quello che le succedeva, com'erano il tempo e la temperatura, e a volte canticchiava a mezza voce. Troppe anime vagavano ancora in questa clinica, anime che non sapevano come lasciare quel posto, cosa dovessero fare, non avevano una guida. Quei poveri esseri in pena ogni tanto apparivano, fluttuanti e confusi, spaventando i malcapitati mortali testimoni di quei fenomeni. Talvolta facevano cadere strumenti ed esplodere luci, terrorizzando il personale che non riusciva a trovare una spiegazione logica e rassicurante a quelle manifestazioni. Valeria mi trovò proprio fuori dalla porta secondaria della clinica in una tiepida mattina di primavera e si innamorò del mio lungo e morbido pelo bianco e grigio. Si vedeva che ero un cucciolo, eppure lei notò la profondità dei miei occhi, le sembrò che conoscessero tutto il mondo, e così era. «Guarda Vittoria, guarda! Non è un amore di gattino?». Nella guardiola delle infermiere, dall'odore tipico dei medicinali che il profumatore non riusciva a mascherare del tutto, l'infermiera mi teneva amorevolmente in grembo: «Quando l'ho trovato mi sei venuta in mente tu, anche se so che avrei dovuto chiamare Paola, non so perché, volevo proprio che tu lo vedessi. È così dolce e affettuoso, non ha smesso di fare le fusa da quando l'ho trovato. Gli ho dato un po' del mio pranzo e ha mangiato come un lupetto! Cosa dici, che nome diamo a questo tesoro?»
L'amica era entrata andando dritta verso la sedia in angolo su cui posare la borsa, poi si girò e vidi che fu presa da uno strano senso di torpore appena mi guardò. «Oscar!» - esclamò di getto. Presi un respiro profondo, chiusi gli occhi e chinai la testa. «Mia regina, sono felice di rivedervi. Riconoscerei i vostri occhi fra mille e più di mille e pur se ora indossate abiti sportivi ben diversi da quelli regali la vostra figura è la stessa. Questa volta il mio compito non è di stare accanto a voi anche se lo farei ancora molto volentieri. Devo proprio rimanere proprio nella clinica» - e riaprii gli occhi. Queste parole risuonarono nella testa di Vittoria in un lampo, lei non ne fu del tutto cosciente, vidi che la voce dell'infermiera la scosse riportandola alla realtà: «Sì, Oscar è un bel nome. Tu che ne dici, piccolino?». Per dimostrare la mia approvazione le leccai la mano, lei apprezzò molto il mio gesto e proseguì: «Dovremo trovarti una bella casa, con persone che ti vogliono bene - sospirò - mi piaci così tanto!». «Tienilo qui - disse l'amica in tono basso e profondo come quando proclamava gli ordini per il bene del proprio popolo - può restare con te e i tuoi colleghi, so che amano i gatti. Sono sicura che questo è il posto migliore per lui, quello in cui deve stare. Il veterinario verrà presto a visitarlo e vaccinarlo, fino a quel momento tienilo dentro la guardiola per sicurezza anche se mi sembra sano».
«Grazie, mia regina - pensai - vorrei salutarvi ancora una volta». Vittoria si chinò e io mi feci prendere in braccio. Le sue mani erano ancora così morbide come mi ricordavo e percepivo il suo grande amore per me. Anche se ora li portava corti, i suoi capelli corvini avevano lo stesso profumo d'incenso del kyphi e per un attimo mi ritrovai insieme a lei nell'immenso palazzo reale. Il suo viso si trasfigurò e i lineamenti divennero quelli della regina che avevo tanto amato. Sapevo che lei non era consapevole di questa parte di se stessa così come sapevo che non dovevo fargliela scoprire, l'Universo aveva incrociato nuovamente i nostri destini per un momento perché io potessi assolvere il mio ultimo compito. «Oh, cara, che faccia che hai! Sembra che tu abbia visto un fantasma! Vieni, ti ci vuole un caffè. Ho già preparato un cuccio per Oscar, mettiamolo a nanna» - disse Valeria prendendomi dalle braccia dell'amica. In precedenza aveva sparso sul tavolo le siringhe tolte da una scatola di cartone in cui aveva messo qualche coperta ormai non più adatta ai degenti. Anche se non era la cesta regale cui ero abituato era comunque comoda e adatta all'occasione e, adagiandomi con delicatezza, mi promise che presto avrebbe provveduto a fornirmi una sistemazione dotata di ogni comfort.
Mi accovacciai, feci un bel respiro, sentii le due amiche uscire chiacchierando dalla guardiola, salutai la mia regina e ringraziai per averla potuta incontrare ancora. Poi chiusi gli occhi e mi gustai il meritato riposo nell'attesa che la mia avventura cominciasse. Le infermiere, entusiaste della mia presenza, mi spupazzavano e coccolavano durante i loro turni e tutti erano affettuosi con me. Non avevo fretta di uscire a vedere come fosse la clinica, ero già stato informato. Il veterinario fu molto gentile, avevo visto un bel futuro di prosperità fra lui e Vittoria sempre che entrambi lo avessero accettato. So bene cos'è il Karma, la mia regina lo aveva pagato ormai, poteva ben vivere di nuovo felice. Pregai in cuor mio che così sarebbe stato, in fondo ho bene un canale preferenziale con l'Universo! Sono cresciuto sano, bello e robusto, come sempre, e mi sono dedicato al mio compito con la mia abituale solerzia.
Il patto con la Grande Mietitrice è chiaro, una persona da accompagnare alla volta, ognuno ha i propri tempi. Quando sento il richiamo esco dalla guardiola in cui vivo e mi dirigo spedito e sicuro dalla persona che mi è stata indicata. All'inizio qualche medico o infermiere aveva cercato di trattenermi con giochi e carezze che ho sempre rifiutato, oppure voleva impedirmi di entrare nella stanza in cui ero stato chiamato. Ora, dopo tanti episodi, mi lasciano passare per i corridoi e le scale come facevano le guardie di Nefertari anche aprendomi qualche porta se necessario. Entro nella camera, salto sul letto della persona, mi accoccolo appoggiandomi ad un suo fianco, chiudo gli occhi sospirando, ed entro nel mezzo del nulla. Le menti dei ricoverati sono in una barca sospesa sull'acqua fra due sponde in mezzo alla nebbia, non hanno coscienza di se stessi, non possono chiedere l'aiuto e il conforto di un ministro religioso o dei loro cari nel momento del trapasso. Ognuno si accorge del mio arrivo dall'increspatura sull'acqua e dalla luce diventata più intensa.
«Che succede?».
«Sono qui per aiutarti a slegare la corda che ti tiene ancora alla riva e lasciare questo piano di esistenza per andare dentro la Luce. Stai tranquillo, è tutto a posto».
«Allora è il momento!».
«Sì, è il momento di ricongiungerti. Le tue faccende sono sistemate da tempo, ormai. Con la tua permanenza in questo luogo e in queste condizioni hai pagato il tuo Karma, ti sarà facile passare oltre».
«È un sollievo, finalmente la mia vita prende una direzione precisa».
«Ora puoi lasciare i quattro elementi della vita, cominciando dalla Terra, poi il Fuoco, poi l'Acqua».
«I miei cari! Anche se sono venuti a trovarmi, non li ho riconosciuti, non me ne sono accorto. Vorrei tanto vederli un'ultima volta».
«Puoi farlo ora, la corda è slegata. Rimarrai ancora sospeso fra le due sponde e potrai andare dai tuoi cari ovunque siano. Ti vedranno solo i bambini come un'apparizione fugace e tutti sentiranno la tua carezza come un soffio».
«E sapranno che sono io?».
«Sì, penseranno a te in quell'istante. Qualcuno ne sarà consapevole, per altri sarà come un lampo».
Anch'io percepivo l'amore che la persona provava nel rivedere i propri affetti in quell'attimo di eternità senza spazio né tempo.
«Sono pronto, vedo una Luce più forte di mille soli, è meravigliosa! Provo una grande gioia!».
«È là che devi andare, proprio dentro la Luce, dove ti aspettano per accoglierti i tuoi cari che ti hanno preceduto. Ecco, puoi lasciare anche l'ultimo elemento, l'Aria. Sei in Pace, ora». Dopo che hanno serenamente esalato l'ultimo respiro resto accoccolato sul letto ancora per mezz'ora, ad occhi chiusi. Poi mi stiracchio, scendo e attraverso i corridoi per tornare nella guardiola a rifocillarmi.
Una dottoressa della clinica aveva capito, dai miei occhi, non tutto ma intuiva che avevo un compito speciale e avrebbe voluto fare amicizia. Rifiutai, non posso avere amici, non so chi dovrò accompagnare.


Maria Cristina Bellini

Andrea Giostra
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