venerdì 19 gennaio 2018

La Vedova Allegra, Victor Carlo Vitale a Fattitaliani: la Compagnia Italiana di Operette è ringiovanita. L'intervista

Al Teatro Parioli di Roma fino al 21 gennaio “La Vedova Allegra” musicata magistralmente da F. Lehar su libretto di Victor Leon e Leo Stein. Regia Flavio Trevisan.

Con Emanuela Di Gregorio, Victor Carlo Vitale, Claudio Pinto Kovacevic, Irene Geninatti Chiolero, Massimiliano Costantino, Vincenzo Tremante, Giulia Mattaruco, Riccardo Ciabò, Nicola Vivaldi, Mattia Rosellini.  
Primi attori e giovani attori si incontrano in scena e insieme ai ballerini danno vita ad una Vedova allegra molto leziosa e divertente. Un gioco di equivoci che non finisce in caciara ma riesce a risolvere il Caos che si era creato. Tra tutti brilla il personaggio di Njegus, segretario un po’ pasticcione, interpretato da Victor Carlo Vitale, intervistato da Fattitaliani.

La Compagnia Italiana del Teatro dell’Operetta, si presenta in una veste nuova. Quale? 
Sicuramente più giovane, ha una veste diversa rispetto a quella che è il cliché stereotipato dell’Operetta che ha all’interno persone che hanno una certa età. La Compagnia è molto più giovane, ho cinquant’anni e sono il più anziano. Si vuole dare un messaggio un po’ più fresco, cercando di attirare un pubblico leggermente più giovane. 

La sera della prima non ho visto ragazzi in sala… 
Roma è un po’ particolare, soprattutto il Teatro Parioli, non ha un target di età molto basso. In giro per l’Italia il target più basso c’è. 
Quali sono state le innovazioni della Compagnia da quando si è formata? 
Tantissime! Nel corso degli anni cambiano sia i registi che gli interpreti ma soprattutto i primi attori. L’impronta è sempre quella perché è un genere che ha una determinata struttura che va mantenuta. L’anno scorso, con “Il cavallino bianco” c’è stata la volontà di cambiamento per andare più verso il musical. 
Con il suo personaggio Njegus, segretario un po’ pasticcione, è il deus ex machina che innesca un equivoco dietro l’altro. In che modo? 
Mi diverte moltissimo. È un personaggio al quale sono molto affezionato. Sta tra un Arlecchino e un Pulcinella. Pur essendo molto simpatico è il carnefice della vittima che è appunto il Barone Zeta. Pur essendo pasticcione riesce a risolvere gli equivoci che si vanno creando. Per non far andare in caciara tutto quanto, riesce a maneggiare la situazione. Fa riferimento chiaramente a quella che è la Commedia dell’arte e all’inversione nei confronti del Padrone da parte del servo, dei classici greci o romani. 
Che cosa ha portato di suo in questo personaggio? 
Tutto! La mia appartenenza partenope, il mio estro ma soprattutto la voglia di divertirmi prendendo in giro, schernendo le persone, naturalmente con tutto il rispetto possibile, così come nella vita anche sulla scena. 
Come ha iniziato con l’Operetta? 
Sono entrato tanti anni fa, a Trieste con “Parata di primavera”, lì in qualche modo mi sono innamorato. Un attore è venuto a vedermi, in una cantina di Milano, era il 1995 e mi offrì di entrare in Operetta, cominciai con ruoli piccolissimi. Dopo due anni sono stato richiamato dalla Compagnia e dopo otto anni con loro ho fatto il primo attore e poi sono tornato nuovamente tre anni fa.  


Elisabetta Ruffolo
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