giovedì 31 agosto 2017

La tua giustizia non è la mia, il saggio di Colombo-Davigo. La recensione di Fattitaliani

Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo, “La tua giustizia non è la mia”, Ed. Longanesi, Milano, 2016. Recensione di Andrea Giostra

«Che cos'è la giustizia?», inizia così l'interessante libro di Colombo e Davigo, due magistrati importanti, famosi, conosciuti da tutti gli italiani, conosciuti nel mondo intero, che certamente con il pool di “Mani Pulite” hanno fortemente contribuito a cambiare la storia dell'Italia della seconda Repubblica. Questo per dire che chi scrive questo bel libro non ha certo bisogno di presentazioni e quello che scrive ha un valore indiscutibile e granitico.
Il libro è molto intrigante, interessante, ricco di spunti di riflessione sia per la gente comune, che per gli appassionati di cultura, per i giuristi, per chi vuole cimentarsi in attività sociali, imprenditoriali o politiche, insomma per chi vuole essere un cittadino consapevole e colto rispetto al contesto normativo in cui vive e vuole costruire una sua dimensione umana, relazionale, affettiva e lavorativa.
Il fatto è che, come ben sottolineano Colombo e Davigo nel loro libro, scritto come se fosse una bella chiacchierata tra vecchi e navigati amici-giuristi che si confrontano a viso aperto e senza remore o inibizioni sul tema più importante dell'uomo di tutti i tempi, qual è quello della “giustizia”, perché si viva in una sana convivenza civile tra popoli diversi, ovvero, tra genti dello stesso Paese, della stessa cultura, della stessa lingua, come l'Italia appunto, occorre avere un concetto chiaro e condiviso del termine “giustizia”.
Ma «Che cos'è la giustizia?». Rispondere a questa domanda non è affatto facile se non altro perché ogni cittadino, ogni uomo, ogni persona che vive in questo pianeta, è portatore di un concetto e di una accezione di giustizia che spesso si discosta da quello di un'altra persona in modo netto e talvolta radicale.
Allora come si fa a risolvere questo problema così importante? Come si fa perché tutti i cittadini di uno stesso Paese, di una stessa Nazione, abbiano lo stesso concetto di giustizia?
Il dialogo tra i due importanti ed assai esperti giuristi-magistrati si sviluppa proprio per dipanare questo groviglio di concetti comuni, popolari, di caste, di organizzazioni, di lobby, di congregazioni, etc...
Nelle pagine iniziali viene messo subito in evidenza che la “giustizia” ha radici antiche come l'uomo, e che nei millenni ha subìto un'evoluzione straordinaria e per certi versi radicale proprio a partire dai contesti in cui viene pronunciata: in ambito teologico la giustizia è una virtù cardinale; sotto il profilo filosofico ed etico la giustizia ha una matrice morale; nell'accezione giuridica del termine, si parla di giustizia formale, ovvero, procedimentale, che devono rispettare il diritto; sotto il profilo sociale la giustizia fa riferimento alle decisione prese e allora si parla di giustizia giusta e di giustizia ingiusta.
Tutto nasce dal “diritto positivo” che poi nei secoli si sviluppa in altre forme di “diritto”: “diritto naturale”; “diritto convenzionale universale”; “diritti umani definiti dal Protocollo generale delle Nazioni Unite”. Ecco, forse questo Protocollo – come dice Davigo in questo interessante libro - è la base del diritto del XXI Secolo di quasi tutte le nazioni che si definiscono civili e democratiche e che stabilisce, senza possibilità di sindacatura alcuna, che «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.» (art. 2 della Costituzione Italiana, 1948).
Questo importantissimo articolo della Costituzione Italiana, come sostiene Colombo, va però integrato e completato dall'articolo 3, primo comma, della Costituzione, ossia: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.»
Il dialogo tra i due importanti giuristi ha quale base proprio questi due articoli della Costituzione Italiana. Da questa base concettuale, il confronto si sviluppa, per tutta la lettura, in modo istruttivo, chiarificatore, perspicace, illuminante, esperienziale, colto, sapiente, fondamentale: componete essenziale per qualsiasi cittadino che vuole vivere all'interno della cornice del diritto e della giustizia giusta.
Ma è anche vero che l'elemento determinante perché la giustizia sia giusta, non è certamente quanto è scritto nei Protocolli Internazionali, nelle Costituzioni dei vari Paesi, nelle Leggi degli Stati, delle norme e nei regolamenti che regolano la vita sociale e civile di un popolo.
Purtroppo, sappiamo tutti, e incredibilmente in questo jato ci viene incontro anche il Vangelo secondo Luca (18,1-8-1), che alla fine sono gli uomini ad interpretare le leggi scritte, a decidere cosa è giusto e cosa non è giusto, qual è dal loro punto di vista la giustizia giusta e qual è la giustizia ingiusta per il cittadino, per il popolo, per le persone che vivono in un determinato Paese, Stato, Civiltà.
E da questo punto di vista la discussione tra Colombo e Davigo, pur essendo estremamente interessante ed arricchente, lascia questa crasi netta, questo vuoto incolmabile, che mai nei millenni è stato riparato, che mai nei millenni è stata trovata una soluzione all'arbitrarietà del giudice che deve decidere secondo la sua prospettiva che purtroppo non sempre è in sintonia con le leggi scritte.
È questa la lacuna del libro di Colombo e di Davigo che resta comunque estremamente interessante. È questo il problema irrisolto che nessuna legge, nessuna norma, nessun regolamento, nessun protocollo internazionale potrà mai risolvere: la vulnerabilità etica e morale; la fragilità della fedeltà allo Stato ed alle sue leggi per le quali chi dovrà decidere ha giurato di attenersi secondo coscienza e giustizia; è questo il fulcro della questione se è stata fatta giustizia, ovvero, se è stata compiuta un'ingiustizia: “Il fattore umano”.
di ANDREA GIOSTRA

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