martedì 12 luglio 2016

Teatro Vascello Roma, Stagione teatrale 2016-2017

STAGIONE TEATRALE 2016-2017

Teatro Vascello
Direzione Artistica Manuela Kustermann

17 - 18 e 20 settembre 2016

STRANGE GAMES

dal Cirque du Soleil Vladimir Olshansky e con Carlo Decio e Yuri Olshansky
creazione e regia Vladimir Olshansky
produzione Olshansky “Art De La Joie”, Compagnie Théâtrale de Paris France

Strange Games è una commedia metafisica, che nasce dalla combinazione di molte arti teatrali e performative. Gli strumenti utilizzati miscelano il teatro d'attore e il teatro visuale ossia il mimo, il gesto, le marionette, la danza, la musica, i suoni e alcuni elementi multimediali. Grazie alla bellezza delle sue immagini non ha bisogno di parole, si esprime attraverso il linguaggio della poesia e del sogno. Il fine è quello di raccontare storie che compongono una parte dell'immenso mosaico della vita.
Ogni storia è raccontata da un personaggio che mette in luce diversi spaccati dell' esistenza umana, anche se apparentemente surreali e divertenti, le situazioni rappresentate sono dotate di grande spessore umano e filosofico. L'attore che lo interpreta rimane sempre al centro della commedia umana. Lo show comprende momenti di brillante improvvisazione con il coinvolgimento del pubblico da parte degli attori che trasformano lo spettacolo in un’affascinante esperienza interattiva. La dimensione dell’assurdo, insieme alle problematiche esistenziali, prende forma davanti ai nostri occhi offrendoci trovate
e sorprese magistralmente descritte e vissute attraverso l’umorismo e l’intelligenza.
Strange Games deriva da grandi tradizioni come Buster Keaton, Grock, Charlie Chaplin, Marcel Marceau e molti altri. La produzione è una visione del teatro contemporaneo di Vladimir Olshansky.
dal 4 al 7 ottobre 2016

IL FUNAMBOLO
di Jean Genet
con Andrea Giordana, Giuseppe Zeno, Melania Giglio e 2 artisti circensi e 2 danzatori
regia Daniele Salvo
produzione BIS Tremila di Marioletta Bideri

Verso la fine del 1956 Jean Genet conobbe un giovane artista del circo, Abdallah Bentaga, figlio di un acrobata algerino e di una tedesca.
Lo scrittore francese si legò a lui in un rapporto che lo indusse a peregrinare per l'Europa. Nel corso dei loro spostamenti Genet cercò di convincere Abdallah, che lavorava come giocoliere e acrobata al suolo, a salire sul filo da funambolo. Lo plagiò sino a indurlo a sottoporsi a un estenuante allenamento. Su un foglio di carta disegnò anche un numero segnandone i passi. Il giovane algerino cadde dal filo una prima volta nel 1959, ma vi risalì. Si unì alla compagnia del Circo Orfei per una tournée in Kuwait. Ma ricadde una seconda volta e fu la fine della sua carriera. Genet era convinto di aver realizzato con Abdallah, suo doppio narcisistico, una sorta di capolavoro che l'imperizia e la debolezza del ragazzo mandò in malora, come scrisse a un amico. Nel febbraio del 1964 Abdallah inghiottì un barbiturico e si tagliò le vene. Sette anni prima Genet aveva scritto per lui e su di lui un piccolo poema in prosa, Il funambolo. E' uno dei testi più belli dello scrittore, uno dei suoi più sfavillanti, dove mette allo scoperto la sua estetica ma anche la sua erotica. Si tratta di un grande inno alla Morte, compagna ma anche madre del funambolo:
«La Morte - la Morte di cui ti parlo - non è quella che seguirà la tua caduta, ma quella che precede la tua apparizione sul filo. E' prima di scalarlo che muori. Colui che danzerà sarà morto - deciso a tutte le bellezze, capace di tutte».
Il funambolo gioca sul filo dell’orizzonte, gioca la sua e la nostra vita per misurarsi con se stesso e con i limiti di tutti noi.

10 ottobre 2016

LE CITTA' INVISIBILI
di Italo Calvino
con Massimo Popolizio e Javier Girotto
aiuto regia Elena Stabile
assistente alla regia Pamela Parafioriti
cura registica Teresa Pedroni
produzione Accademia Italiana del Flauto – La Compagnia “Diritto & Rovescio”

Massimo Popolizio e Javier Girotto insieme per ricreare l’atmosfera straordinariamente suggestiva evocata da alcune pagine del testo “Le Città Invisibili” di Italo Calvino. Popolizio dà voce sia  a Marco Polo che al suo ascoltatore l’imperatore Kublai Kan a cui  racconta i suoi percorsi visionari.  Kublai Kan è un imperatore melanconico con la coscienza che il suo sterminato potere conta molto poco quando il mondo sta andando in rovina. Le città descritte da Marco sono inafferrabili, utopiche,  a volte sembrano  prendersi gioco dello stesso viaggiatore che si sorprende lungo le loro incredibili vie  improvvisamente  riflesso,  in una fuga infinita di specchi deformanti . Il dialogo tra musica e parola è continuo, nasce così una sorta di vera e propria jam session in cui l’ esecuzione  musicale funge da elemento drammaturgico.
Nella scelta dei testi Teresa Pedroni ha prediletto l’aspetto più spettacolare dove la parola diviene fortemente evocativa  e pregnante di significato. Anche la scelta del jazz come  linguaggio musicale contribuisce ad interpretare il colore e le sensazioni che da esse scaturiscono sul filo dell’ironia e della leggerezza: sax, clarinetti  e flauti andini di Javier Girotto intrecciano i loro suoni alla parola recitata, il tutto  incastonato in uno spazio magico, illuminato da un sapiente gioco di luci. Nel ripetersi delle conversazioni fantastiche tra l’imperatore Kublai Khan e Marco Polo  emerge lentamente una zona intermedia in cui i due interlocutori  grazie  a una sinergia misteriosa trasformano  in visione e racconto i desideri dell’uno e i sogni dell’altro.
“Chi comanda è il racconto non è la voce, è l’orecchio” dice Marco Polo.
Così lo spettacolo, facendo proprie queste parole, lascia al pubblico la libertà di creare il proprio percorso mentale, guidato da un dialogo incessante tra voce e musica che insieme parlano dello spazio, dell’Altrove, del viaggio, della libertà di abbandonarsi alle emozioni senza  più  bisogno di interrogarsi.

24 - 25 ottobre 2016  

IL GRANDE INQUISITORE
da I fratelli Karamazov di F.Dostoevskij
con Cosimo Cinieri
e con Sebastiano Nardone, Roberta Laguardia
e la partecipazione di Bibiana Carusi soprano
drammaturgia e regia Irma Immacolata Palazzo
produzione Vagabonda Blu

Millecinquecento anni dopo la sua morte, a Siviglia, Cristo torna sulla terra. Cammina per le strade della città spagnola dove, alla presenza di tutti i cittadini, il cardinale Grande Inquisitore sta consegnando al rogo un centinaio di eretici. Il suo arrivo è silenzioso, eppure il popolo lo riconosce, lo circonda, è pronto a seguirlo. Ma in quel momento il Grande Inquisitore attraversa la piazza, si ferma a guardare la folla, incupito. Poi ordina alle sue guardie di catturare Cristo e rinchiuderlo in prigione. Nell'oscurità del carcere, il vecchio e potente ministro della Chiesa pronuncia contro il Messia un fortissimo atto d'accusa, condannandolo a morte.

In questo episodio dalla dignità autonoma dei Fratelli Karamazov Fëdor Dostoevskij afferma il proprio pensiero filosofico-religioso: la libertà dell'essere umano si basa su una fede senza dogmi e miracoli, senza gerarchie e autorità, contrapposta alla dottrina che in nome di un mandato superiore e indiscutibile sottrae agli uomini la consapevolezza di sé e il libero arbitrio.
Come rileva Gherardo Colombo nel suo saggio la massima sofferenza dell'uomo sta infatti in questa contraddizione, vivere diviso tra il desiderio  di una tutela che lo sollevi dal tormento del decidere e l'aspirazione alla libertà individuale. Un conflitto che coinvolge tutti i popoli, in tutte le epoche, più che mai cruciale nella modernità. (Serena Vitale)

Lo spettacolo.
Sullo sfondo: il video di una Passione, giocata 40 anni fa in un Quartiere malfamato di Bari, in cui Cinieri impersona Cristo tra Cadute e Salita al Golgota, mentre in primo piano si consuma l’interrogatorio al Redentore ad opera dell’Inquisitore  interpretato dallo stesso Cinieri.
Il gioco del Doppio, tema caro a Dostoevskij, è la chiave di volta attorno alla quale ruota lo spettacolo IL GRANDE INQUISITORE, dove la figura del Cristo diviene una mera proiezione di determinati aspetti della coscienza.
31 ottobre 2016  

IL TEATRO DEGLI OGGETTI
dove gli attori sono le cose animate dalla voce
di e con Fulvio Abbate
e con Gerardo Balestrieri alla fisarmonica


Il teatro degli oggetti è un racconto della storia del mondo attraverso, appunto, le cose. Mostrare gli oggetti, nella convinzione che perfino il più modesto souvenir, fosse un posacenere pubblicitario, possa custodire uno spunto narrativo, forse perfino magico, epocale. E’ questo “Il teatro degli oggetti”, che lo scrittore Fulvio Abbate mette in scena da oltre dieci anni nei principali teatri italiani.
   Gli “attori”, nel nostro singolare caso, sono, appunto, le cose, senza un rigido testo drammaturgico di riferimento; le Cose nella loro suggestione immediata, nel loro carico di memoria o di straniamento, quasi che a completarne il senso ultimo, attraverso gli enzimi della memoria, sia proprio il pubblico, lo spettatore. Gli oggetti offerti all’attenzione altrui dal narratore e così “commentati”, in una sequenza che, per accumulazione, crea un ideale romanzo visivo, il romanzo delle cose, appunto.
   Quali cose, quali oggetti? Eccone indicati qui alcuni. Il gioco da tavolo che Groucho Marx realizzò per il canale televisivo NBC negli anni Cinquanta, l’omino del detersivo che fumava miracolosamente le sue sigarette, l’ippodromo meccanico con i suoi cavalli di bachelite, l’immagine votiva della santa dei poveri del Perù che rende invisibili i ladri, il gagliardetto del Rotary Club di Hiroshima, la banconota emessa dagli anarchici spagnoli nel 1936, il temperamatite a forma di John Fitzerald Kennedy, i biglietti da visita di un tempo remoto…

3 - 20 novembre 2016  Sala Studio

S/Z studio su Roberto Zucco
testo e regia di Vincenzo Manna
con Davide Paciolla, Barbara Folchitto, Zoe Zolferino, Chiara Degani
assistenti alla regia Matilde D’Accardi e Sara Mafodda
disegno luci Javier Delle Monache
costumi e oggetti di scena Vincenzo Manna
produzione 369gradi
in collaborazione con Armunia Festival Inequilibrio, Florian Metateatro
20chiavi Teatro

E’ il 1988. Koltès sta tornando a casa.  Affisso alla parete di un tunnel della metro vede l’identikit di Roberto Succo, un ragazzo veneziano ricercato per omicidi e violenze dalla polizia di mezza Europa. Si appassiona alla sua storia, la segue sui giornali e in televisione, e scrive il suo ultimo testo Roberto Zucco.  Tra la vita e il teatro c’è solo una lettera s/z, ma lo scarto è enorme. Koltès scrive uno dei suoi testi più possenti, uno dei meno rappresentati per complessità e crudezza. Qual è il senso profondo delle straordinarie vicende di un assassino come tanti? Cosa c’è oltre la feroce violenza di un uomo? Qual è la verità che intravediamo nell’oscurità inquietante della storia di Succo? Roberto è un uomo solo, la sua battaglia contro il mondo è una guerra su ogni fronte. Roberto è lucidissimo, consapevole delle sue azioni, tuttavia asseconda la sua follia fino alla fine. Perché così sono gli eroi: uomini che, con il consapevole sacrificio di se stessi, si ostinano a ricordarci chi e che cosa siamo.

7 novembre 2016  Vascello in musica

MILAGRO ACUSTICO in ROSA DEL SUD
Rosa di Sicilia. Un omaggio a Rosa Balistrieri
produzione Cultural Bridge Indie Label

Milagro Acustico celebra i suoi venti anni di attività con un nuovo progetto dedicato alla grande cantante siciliana Rosa Balistreri a venticinque anni dalla sua scomparsa. Lo fa reinterpretando e arrangiando alla propria maniera i brani che la cantante ha reso popolari, brani che assumono così un sapore più attuale e inedito, dalle forti tinte che vanno dal Funk al Jazz al Reggae e che mettono ancora di più in risalto la grande modernità di Rosa.
Canzoni indimenticabili dedicate ai carcerati, ai disperati, agli ultimi della Terra, seguendo quel cammino già segnato dal poeta Ignazio Buttitta al quale Milagro Acustico ha dedicato il cd "Sangu ru Poeta" nel 2011.
Interprete d’eccezione per il live è la cantante Debora Longini, che ha saputo confrontarsi con il canto unico e sofferto di Rosa Balistreri, trovando una via personale per avvicinarsi alle sue canzoni.
Originale il set strumentale che vede come sempre una vasto assortimento di strumenti della tradizione occidentale accostati a quelli della tradizione mediorientale come Oud, Krakab, Ney, etc. Rosa del Sud è anche il titolo del CD uscito nel 2015, il decimo della loro produzione artistica.


Rosa Balistreri nacque a Licata nel 1927 da una famiglia molto povera: il padre era un falegname geloso, violento, amante del gioco e del vino; la madre era una donna buona e semplice; aveva due sorelle e un fratello invalido. Aiutava il padre, faceva la domestica nelle case dei benestanti, lavorava al mercato per la conservazione del pesce o spigolava i campi di grano. Cantava per sfogare la rabbia. Il timbro forte ed originale della voce le consentì in seguito di interpretare le canzoni popolari siciliane con un tono fortemente drammatico esprimendo il senso di povertà e orgoglio della sua terra. Si sposò con Iachinuzzu. Fu un matrimonio combinato e dopo che il marito sciupò il corredo della figlia giocando, ella tentò di ucciderlo e andò a costituirsi dai carabinieri. Fu arrestata ma fu rimessa in libertà con la condizionale, non avendo altri carichi giudiziari. Dopo questa vicenda, per mantenere la figlia andò a lavorare in vetreria, raccoglieva lumache, fichi, verdure, salava le sarde al mercato. Infine andò a lavorare in una famiglia benestante dove fu messa incinta dal figlio di questa famiglia. Illusa da costui su una vita che avrebbero trascorso lontano da tutto e tutti, prese degli oggetti dalla casa per pagarsi la fuga in due, ma fu poi denunciata e arrestata per altri sei mesi. Uscita dal carcere, visse per strada. Il figlio nacque morto. Il conte Testa le diede lavoro come custode/sagrestana nella chiesa degli Agonizzanti dove visse nel sottoscala con il fratello. Purtroppo ricevette le molestie del nuovo prete e, con i soldi delle elemosine, partì con il fratello per Firenze. Questo fu il periodo in cui ebbe grandi gioie e grandi dolori. Lavorò come domestica, il fratello poté aprire una bottega da calzolaio, richiamò a sé le sorelle: una rimase a Licata, l'altra dopo un ennesimo litigio con il marito prese i figli e raggiunse Rosa. Purtroppo il marito la inseguì e trovatala la uccise. Il padre per il dispiacere si impiccò. Rosa visse per 12 anni con il pittore Manfredi che la presentò ad artisti quali Mario De Micheli, Ignazio Buttitta, Dario Fo.
Per circa un ventennio visse a Firenze per poi trasferirsi, nel 1971, nella sua adorata Palermo. Lasciata da Manfredi per una modella, per mantenere sé e la figlia che nel frattempo per amore aveva lasciato il collegio e aspettava un figlio, cantò per le feste dell'Unità, recitò nel Teatro Stabile di Catania. Nel 1974 partecipò, assieme ad altri esponenti del folk, ad un'edizione di Canzonissima.
Morì nell'ospedale palermitano Villa Sofia nel 1990, assieme all’immagine ed al canto di una Sicilia che non conosceva rassegnazione, per ictus cerebrale durante una tournée in Calabria.

12 - 13  novembre 2016  Danza

SIX YEARS LATER
coreografia Roy Assaf
con Roy Assaf e Madison Hoke
soundtrack e costumi Roy Assaf
musiche originaly Deefly
disegno Luci Dani Fishof
spettacolo realizzato in collaborazione con
European Dance Alliance/  Valentina Marini-Management
con il Contributo dell’Ambasciata d’Israele - Ufficio Cultura

Non sappiamo se ci siamo gia' incontrati o amati , se ci saranno altri incontro. Non sappiamo se questi sei anni siano stati importanti nelle loro vite o il motivo che li ha separati. E' un ritrovarsi tranquillo, imbarazzato, calmo, forse si ricordano l'uno dell'altro, forse stanno provando a dirsi che questi sei anni sono stati inutili. Ogni piccola variazione ci confermera' cio'che pensiamo oppure distruggera' le nostre convinzioni.
Un duetto intimo e appassionato che ci parla del passato e del presente, strettamente legati tra loro come un'inevitabile storia d'amore.

THE HILL
di Roy Assaf
con Roy Assaf, Igal Furman, Avshalom Latuch
scelte musicali Roy Assaf
costumi Roy Assaf
musiche originali Shlomi Biton
disegno luci Dani Fishof / Omer Sheizaf
direttore delle prove Malanie Berson
consulenza artistica Ronit Ziv
spettacolo realizzato in collaborazione con
European Dance Alliance/  Valentina Marini-Management
con il Contributo dell’Ambasciata d’Israele - Ufficio Cultura

The Hill, trae spunto da una canzone ebraica, Givat Hatahmoshetche, che parla della "Ammunition Hill", campo di battaglia durante la Guerra dei sei giorni. Con musiche originali di Shlomi Biton, The Israeli Army March (eseguite dalla banda dell'esercito israeliano guidata da Yitzhak Graziani), YoramTaharlev, Bee Gees e i costumi di Roy Assaf, The Hill vede in scena tre danzatori (Igal Furman, Shlomi Biton e Roy Assaf) che rappresenteranno l'assurdità e l'essenza dell'occupazione. La loro danza, in un movimento circolare costante, dimostra un loop di assurdità, un ciclo di paura e virilità, evocando risate, terrore e lacrime. Durante le celebrazioni della battaglia sono meccanici, un circolo festoso di cameratismo eseguito con una coordinazione perfetta e inquietante. La sua nuova creazione The Hill ha vinto il primo premio al 27º concorso internazionale per coreografi Ballett Gesellschaft di Hannover.


Nato nel 1982 in una comunità agreste chiamata Sde Moshe nel sud del Sde Moshe nel Sud d’Israele. Dal momento che non acquisiva skills di danza convenzionalmente, danzava e creava da quando lui stesso aveva memoria.
 Oggi stella della nuova generazione israeliana, all’età di sedici anni, entra a far parte di una compagnia di danza, condotta e formata da Regba Gilboa. Due anni dopo, Assaf fu arruolato in una unità delle Forze Armate Israeliane e vi rimase fino al completamento del servizio nazionale.
Nel 2003, Assaf incontra Emanuel Gat. I due lavorarono fianco a fianco e dopo un paio di mesi, Ray realizza il suo primo spettacolo internazionale di danza negli USA.
Nel 2004, danza accanto a Emanuel Gat in due Prime di creazioni di Gat: Winter Voyage e The Rite of Spring. Questi due lavori ebbero enorme successo in più di 300 spettacoli in tutto il mondo.
Nel 2005, Ray Assaf crea il suo primo lavoro, un duo, We Came for the wings, Stayed Because We Couldn’t Fly. Danza con la sua insegnante Regba Gilboa in Shades In Dance una competizione presentata dal Suzanne Dellal Centre for Dance a Tel Aviv. La loro performance vince il primo premio in due categorie; Judges Choice e Audience Favorite. Il gruppo di giudici spiega così la loro decisione “Il premio è dato per l’abilità a catturare il pubblico attraverso la dinamica, la fluidità, i movimenti semplici e curati…incontro emozionale tra due danzatori…insegnante e studente, che ci lascia con qualcosa in più.”
Nel 2006, Assaf lavora al fianco di Gat come coreografo, crando K626 – un lavoro in collaborazione con otto danzatori basati sul Requiem di Mozart, la cui prima avvenne al Festival di Marsiglia. Da questo momento in poi, Roy Assaf comincia a sviluppare nuovi lavori e rimettere in scena pezzi dal repertorio della Emanuel Gat Dance Company, in tutto il mondo.
Nel 2007, Assaf si ristabilisce nella compagnia di Gat a sud della Francia, dove vive e lavora fino al 2010. Nel 2009, diviene l’assistente di Gat, nella creazione di Hark, un balletto per l’Opera di Parigi e in quell’anno prende parte inoltre alla creazione del duetto Winter Variation, che rappresenta insieme a Gat stesso.
Dal 2010, Roy Assaf viene nominato Artista Associato nella compagnia tedesca NND, che opera a Groningen, la Netherlands. Assaf crea Rock per il NND.
Nel 2011 al Curtain Up Festival, realizza il duo Six Years Later. Lo spettacolo ebbe recensioni notevoli, e venne descritto come “uno spettacolo irreale…, un tenero passo a due” (Zvi Goren, Portal Habana)
Il passo a due fu anche presentato al Festival israeliano di Gerusalemme, e fu in seguito premiato con il primo premio per la coreografia alla Quinta Competizione Internazionale Coreografica di Copenhagen.
Inoltre Assaf ricevette il premio per la produzione e fu chiamato a coreografare una piece per “Cross Connection Ballet Company”, un ensemble di Copenhagen.
A luglio 2011 Assaf creò anche il duo Acknowlodgement, danzato da Cedric Lambrette e Costantine Baecher, danzatori dal Royal Danish Ballet che nel 2007 fondarono il CCBC.
Nel 2012, al Curtain Up Festival, Assaf crea The Hill, un Trio, eseguito da Igal Furman, Shlomi Bitton e Assaf stesso.
Nel Giugno 2013 The Hill venne premiato con il primo premio alla XXVII competizione internazionale per Coreografi di Hanover.
Inoltre Assaf è stato premiato con un premio di produzione dallo Staatstheatre Tanz Braunshweig.
Creerà una nuova piece per lo Staatstheatre Tanz Braunschweig per la stagione 2014/2015
Attualmente Assaf sta lavorando a una nuova produzione supportata da Israeli Festival, premiata il 14 Novembre 2013 al Curtain Up Festival al Suzanne Dellal Center di Tel Aviv e al Rebecca Crown Auditorium di Gerusalemme e nel 2016 firma la sua prima coreografia per la celebre Batsheva Dance Company.
Vive in Israele, con sua moglie Anat e le tre figlie, Aya, Nuri e Layla.

14 novembre 2016

MADAME CELINE o il ballo della malora
Louis Ferdinand Céline e Lucette Almanzor: un amore in guerra
drammaturgia di Luca Scarlini e Massimo Verdastro
dall’opera di Luis Ferdinand Céline
con Francesca Benedetti
e Giovanni Canale alle percussioni
musiche a cura di Marco Ortolani
luci Valerio Geroldi
regia Massimo Verdastro
produzione Compagnia Massimo Verdastro
Luis Ferdinand Cèline era ossessionato dalle ballerine, dalle danzatrici, scriveva libretti per la danza, che nessuno avrebbe mai rappresentato. Anche nel cuore delle sue avventure più estreme, nella Prima Guerra Mondiale, in Africa nel cuore delle epidemie, nella disgrazia della fine del mondo hitleriano, in una Germania in fiamme, lo scrittore continua a elaborare sogni in tutu, visioni di bianche interpreti di  Giselle  e dei brani più celebri del repertorio classico. Nel 1943 Cèline sposò Lucette Almanzor, interprete di danze indù e poi didatta, e con lei attraversò il disastro della fine del Reich. I due lasciarono Parigi al momento in cui gli alleati arrivavano in Normandia, lo scrittore si era esposto con gli occupanti, aveva all’attivo opere antisemite che gli avevano attirato numerosi attacchi, aveva bisogno di andarsene.
La mèta era la Danimarca, raggiunta faticosamente e dove fu destinato alla prigione e alla miseria, dopo una immersione nel Crepuscolo degli Dèi hitleriano, come racconta con feroce umorismo nella sua ultima opera capitale, la Trilogia del Nord, composta da Nord, Da un castello all’altro e Rigodon: queste opere gli resero il successo, dopo gli anni dell’esilio e dell’ostracismo. Da esse, ma anche dal capolavoro Viaggio al termine della notte e da Pantomima per un’altra volta, oltre alle memorie di Lucette Destouches Cèline segreto e di quelle di Robert Poulet Il mio Cèline, prende forma Madame Céline o il ballo della malora, una scrittura a due voci che narra di una unione a prova di tutto, precipitata nel disastro della Storia, nella villetta suburbana di Meudon, dove Lucette dava lezioni di danza, e Cèline scriveva riepilogando la propria personale discesa agli inferi, incarnando il personaggio del rivoltoso per la cultura francese. Francesca Benedetti, grande signora del nostro teatro, si confronterà questa volta con la parola incandescente, disperata e straordinariamente moderna di Luis Ferdinand Cèline, dando voce e corpo alla figura di Lucette: amica, compagna, amante appassionata ma anche spietato alter ego del grande scrittore francese.
Luca Scarlini, Massimo Verdastro

17 - 18 novembre 2016   Vascello in musica

LE DONNE, I CAVALLIER, L'ARME, GLI AMORI
dai canti dell'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto
Paolo Vivaldi e l’Ensemble Bradamante
musiche Paolo Vivaldi
voci recitanti Matteo Belli e Katia Pietrobelli
pianoforte Paolo Vivaldi – Violino Alberto Mina – Viola Antonio Bossone – Violoncello Carlo Onori – Corde Domenico Ascione – Voce Yasemin Sannino e Mohssen Kasirossafar – Live Elettronics Alessandro Sartini
in collaborazione con I Concerti nel Parco


La presente messa in scena, in forma di lettura-concerto, del primo Canto del celebre poema ariostesco, offre la preziosa occasione di riscoprire la smagliante versificazione in ottave incarnata dal plasticismo di una drammaturgia musicale che s’incontra con il concertato sinfonico delle voci recitanti in un dialogo immaginifico, ma al contempo vivissimo, intessuto dalle trame disegnate dai fili d’oro di quella grande letteratura che rilegge il tema classico dell’epica cavalleresca, come recuperandolo dalle nebbie oniriche di un passato che può rivivere solo grazie ai sortilegi di un’estrema tensione estetica.
Nell’incrocio chiasmico del primo verso si prefigura il doppio interesse tematico per le eterne figure di ogni grande narrazione universale: di donne, di amori, di gesta eroiche e di loro protagonisti, in fondo, si nutre la voce dei grandi cantori di ogni epoca e latitudine.

19 - 20 novembre 2016   Danza

ORLANDO
suggestioni coreografiche sull'Orlando Furioso di Ludovico Ariosto
ideazione, coreografia e interprete Raphael Bianco
assistente alla coreografia Elena Rolla
musiche Monteverdi, Caccini, Carissimi
adattamento e orchestrazione Ivan Bert
musicisti Ivan Bert, Enrico Degani, Adriano De Micco
canta Raphael Bianco
luci Enzo Galia
danzatori Elisa Bertoli, Maela Boltri, Vanessa Franke, Vincenzo Criniti
Vincenzo Galano, Cristian Magurano e Raphael Bianco
Costumi Melissa Boltri
produzione Fondazione Egri per la danza
con il sostegno di MIBACT, Regione Piemonte, Fondazione CRT
Compagnia di San Paolo

Raphael Bianco ha tratto lo spunto dal grande poema cavalleresco per realizzare uno spettacolo che ne riprende i criteri compositivi: un racconto interrotto a più riprese, parallelismi, simmetrie e asimmetrie, non certo con la pretesa di una ricostruzione storica, ma per parlare di oggi, con surreale incanto. Perché il messaggio delle azioni che si intrecciano e si sovrappongono, fra contrasti sociali, amori, soprusi e continue guerre, riflettono, nella loro apparenza spesso insignificante, il perenne mistero della vita, che si ripresenta di epoca in epoca nella comunità umana.
Raphael Bianco, oltre ad esserne l’artefice, si è assunto bravamente il rischio di rappresentare lui stesso in scena la sintesi delle varie discipline, mentre i suoi danzatori raffigurano una molteplicità di ruoli, oltre a paladini, fate, guerrieri rappresentano i personaggi canonici Orlando: Vincenzo Criniti, Ippogrifo / Atlante: Vincenzo Galano, Bradamante: Vanessa Franke, Angelica: Elisa Bertoli, Astolfo/Ruggero: Cristian Magurano, Alcina: Maela Boltri, Ariosto: Raphael Bianco.
Altrettanto versatili i musicisti che si alternano a percussioni, chitarra, flicorno e tromba.

22 - 23 novembre 2016   Danza

HOME ALONE
Spettacolo di danza per il giovane pubblico con interazioni video
invenzione Alessandro Sciarroni
consiglio Lisa Gilardino
produzione Balletto di Roma

Su invito del direttore artistico del Balletto di Roma Roberto Casarotto, l’artista associato della compagnia per il triennio 2015/2017 Alessandro Sciarroni porta in scena HOME ALONE, spettacolo di danza con interazioni video per il pubblico giovane interpretato dai danzatori dell’ensemble romano. La produzione rientra nel progetto TEATRO RAGAZZI con cui il Balletto di Roma intende avviare programmi di danza per i più piccoli.
Dopo il grande successo di JOSEPH­­_Kids, creazione del 2013 presentata in Italia e all’estero in prestigiosi contesti fra i quali il Festival d'Automne a Parigi e la Biennale de la Danse a Lione, Alessandro Sciarroni torna ad esplorare i temi della multimedialità per gli spettatori più giovani con una nuova versione dello spettacolo appositamente ideata per la compagnia romana.
Il lavoro intende porre i ragazzi di fronte alla possibilità di osservare i mezzi tecnologici come veicolo di creatività e non di mera alienazione. HOME ALONE fa divertire e anche riflettere, proponendo l’idea di muoversi e agire in uno spazio performativo in modi insoliti e imprevisti. Lo spettacolo richiama la profonda intelligenza e intuizione che ogni giovane spettatore (e possibile performer) porta con sé coinvolgendo piccoli e grandi in un sorprendente gioco visivo. Con l’utilizzo di un computer e di uno schermo in scena, gli interpreti deformeranno, amplieranno e restringeranno lo spazio adattando il proprio corpo alle immagini di un riflesso multiforme. Parte integrante della performance, momenti di gioco interattivo in cui i bambini sperimenteranno il semplice dispositivo tecnologico alla base della performance.

dal 24 al  27 novembre 2016   Danza

FUTURA
coreografia Milena Zullo
da un’idea di Giampiero Solari
colonna sonora realizzata da Roberto Costa sulle canzoni di Lucio Dalla
scene e costumi Giuseppina Maurizi
light designer Emanuele De Maria
produzione Balletto di Roma

Tra storie e poesie di uomini e sogni, tra mondi e racconti di ieri e di sempre, la canzone di Lucio Dalla incontra i volti e i colori della danza di oggi. Il Balletto di Roma, rappresentante eccellente della migliore forma coreografica italiana e dei più innovativi slanci creativi contemporanei, omaggia e ricorda il poliedrico artista bolognese con uno spettacolo originale di musica, danza, canzoni e parole.
FUTURA, ballando con Lucio è il frutto di un incontro di idee ed emozioni, tra la nostalgia di un'amicizia spezzata dal tempo e la memoria di una voce resa eterna dal mondo. Sono i compagni di una volta e gli ammiratori di sempre a portare in FUTURA il ricordo più vivo del musicista dai guizzi di genio, del cantautore ironico e poeta, dell'improvvisatore eclettico e instancabile. Roberto Costa, musicista, compositore e arrangiatore, nonché storico collaboratore e amico di Lucio Dalla, ricostruisce, appositamente per la produzione del Balletto di Roma, un nuovo percorso di note e parole, tra le tracce indelebili di canzoni indimenticate e i frammenti di una voce sfuggita al tempo. Grazie alla collaborazione di Sony Music e per gentile concessione dei cugini di Lucio Dalla, ad impreziosire la costruzione musicale di Costa saranno gli estratti sonori ricavati da alcuni multitraccia originali delle canzoni di Lucio. La colonna sonora di FUTURA ballando con Lucio darà, a tratti, alla complessità degli arrangiamenti missati da Dalla una nuova suggestione, lasciando che la sola voce di Lucio o un unico pianoforte riempiano di emozioni i silenzi di un mondo di palcoscenici senza Lucio.
Collaborazione e amicizia legano all'artista bolognese anche Giampiero Solari, regista, drammaturgo, autore teatrale e televisivo di grande esperienza e successo, il quale affida la sua idea dello spettacolo alle abili e profonde mani della coreografa e regista romana Milena Zullo. Insieme Solari e Zullo scelgono di condurci lungo un viaggio unico e ininterrotto che naviga tra ricordi antichi e nuove suggestioni, storici accordi e moderne influenze. Tra le parole delle canzoni di Lucio, su cui si basa la coreografia, si riscopre lo sguardo di un collezionista di immagini e vite che osservava la gente e ne incorniciava le storie. Alle suggestioni di uno sguardo irregolare sulla vita, la coreografia affida la rappresentazione di canzoni disordinate che appartengono a tutti. Tra frammenti di versi e personaggi di un circo pop, il racconto dei mille fragili eroi di piazza trova in FUTURA ballando con Lucio il proprio palcoscenico di immagini, movimenti, luci e costumi. È la danza a trasformare la rete sonora di note e parole per i versatili e plastici danzatori del Balletto di Roma in immagini e visioni antiche che riemergono tra scenari moderni e sensazioni nuove, in un dialogo attivo e costante tra corpi flessuosi e suoni vibranti.

dal 29 novembre al  4 dicembre 2016  

HABEROWSKI
era un mondo pieno di scrittori, di sbronzi, e di scrittori sbronzi, Charles Bukowski

da un’idea di Manuel Bozzi
con Alessandro Haber
musiche Alfa Romero
tromba e duduk Andrea Guzzoletti
visual Olivander
produzione Associazione Auroom


LO SPETTACOLO
Alessandro Haber e Manuel Bozzi: due menti, due cuori e un fiume di idee. Una nuova visione di una celebre performance di Haber. un "remix" come amano chiamarlo gli autori. Gli ingredienti di questo remix sono semplici, efficaci, potenti: Alessandro Haber regala una interpretazione a tratti autobiografica nella quale miscela con grande esperienza e passione i sentimenti più nichilisti e cinici dello scrittore americano. Haber interpreta, recita, canta ma soprattutto vive i testi e le poesie originali di Charles Bukowski accompagnato dalla musica elettronica di Alfa Romero e da un visual ideato da Manuel Bozzi in una continua interazione con il pubblico. Un’esperienza sonora e visiva coinvolgente e di grande qualità artistica. La tromba di Andrea Guzzoletti, con i suoi fraseggi colora e completa la pièce, unendo note romantiche e riflessive all’appeal elettronico dello spettacolo Tecnologia. recitazione, musica, amore si fondono in un progetto ad alto impatto emotivo. Un live, perché di un vero e proprio live si tratta, che arriva dritto al cuore, che farà emozionare, soffrire, sorridere e divertire il pubblico che assaporerà Bukowski sotto una nuova luce, dove le parole si uniscono alla musica elettronica ed alle immagini in un’unica incalzante danza dagli irriverenti toni beat/bukowskiani.

LA MUSICA
Alfa Romero è il nome del duo composto da Marzio Aricò e Lorenzo Bartoletti, Dj di fama internazionale e produttori di grande levatura della scena Techno/House italiana che hanno accettato la sfida di accompagnare i dissacranti testi di Bukowski magistralmente interpretati da un grande Haber. Il duo propone tracce originali, appositamente editate per lo spettacolo.
Andrea Guzzoletti nasce col Jazz e naviga con mano esperta nell'elettronica. Suona e produce con e per i più grandi. Collabora con Hector Zazou, Peter Erskine, John Taylor fino ad approdare all'avanguardia e alla musica dance. Da Label Manager di Alfa Romero Recordings contribuisce alla messa in opera del progetto Haberowski nel quale ha anche il ruolo di trombettista.

6 dicembre 2016   Vascello in musica   Cose 9 edizione

MONSIEUR TESTE
di Paul Valéry
una prosa filosofica per contrabasso, percussione e voce
con Chiara Guidi (voce), Michele Rabbia (percussioni, elettronica)
Daniele Roccato (contrabasso, elettronica)
produzione  Ass. Cult. LSD/Controchiave

9 - 10 dicembre 2016    

O FORTUNA/LA TEMPESTA
di William Shakespeare
regia Silviu Purcarete
produzione Teatro Nazionale di Craiova (Romania)
in collaborazione con Le vie dei Festival - Teatro Franco Parenti - Teatro Stabile di Torino


Silviu Purcarete, regista romeno di fama internazionale, porta in scena La tempesta, un cult che ha girato i più importanti festival e teatri nel mondo. In un’ambientazione incantata che potenzia le suggestioni shakespeariane, Prospero è un mago che evoca i personaggi in un sogno inquieto, dove gli spettatori sono così coinvolti da lasciare la sala con la sensazione di aver condiviso ogni singola emozione in scena.


dal 13 al 18 dicembre 2016
 
7-14-21-28
di Flavia Mastrella e Antonio Rezza
con Antonio Rezza
e con Ivan Bellavista
(mai) scritto da Antonio Rezza
un Habitat di Flavia Mastrella
produzione RezzaMastrella, La Fabbrica dell'Attore – Teatro Vascello Roma Fondazione TPE


Civiltà numeriche a confronto. La sconfitta definitiva del significato. Oscillazioni e tentennamenti in ideogramma mobile.

Qualcuno poteva forse pensare che, col trascorrere degli anni, il fenomeno Antonio Rezza-Flavia Mastrella fosse destinato a trovare un po’ di pace, se non il senso della ragione; e invece questa ragione ha sviluppato i suoi artigli fino a raggiungere la follia pura, ma elaborando il pensiero con un’acutezza così forsennatamente logica da fare a pezzi la sedicente realtà, assunta e cavalcata con criteri rigorosamente matematici. Franco Quadri
19 dicembre 2016

SERATA KAFKA
reading concerto da Racconti e Gli aforismi di Zürau di Franz Kafka
con Roberto Herlitzka
musica dal vivo Alessandro Di Carlo e Adriano Di Carlo
aiuto regia Elena Stabile
assistente alla regia Pamela Parafioriti
a cura di Teresa Pedroni
produzione La Compagnia Diritto&Rovescio


La Serata Kafka che si avvale della preziosa interpretazione di un grande attore come Roberto Herlitzka, nasce come viaggio all’interno di alcuni brani tratti dall’opera di Franz Kafka, autore emblematico del ‘900. Nel percorso recitativo, Roberto Herlitzka, sarà accompagnato dalla musica Klezmer, segno evocativo dell’appartenenza dell’autore alla cultura ebraica, interpretata  dal vivo dal clarinetto del  musicista Alessandro Di Carlo e dalla fisarmonica di Adriano Di Carlo.  Nella scelta dei testi, tratti da Racconti e da Gli Aforismi di Zürau, sono stati privilegiati quelli ispirati alla dimensione noir, che mette in luce un Kafka acuto indagatore dei motivi della colpa e della condanna nella geografia misteriosa dell’anima umana. Assistiamo così ad una carrellata di soggetti impegnati a combattere un’Autorità inconoscibile in un mondo a sua volta indecifrabile fatto di segni che continuano a sfuggire ad ogni decodificazione, interrotti a tratti dai folgoranti lampi di ironia dell’autore.  Una sfida immane in cui i vari protagonisti rimangono a loro volta catturati e vittime del Meccanismo sovrastante.

dal 20 al 31 dicembre 2016    

FRATTO_X
di  Flavia Mastrella e Antonio Rezza
con Antonio Rezza
e con Ivan Bellavista
(mai) scritto da Antonio Rezza
un Habitat di Flavia Mastrella
produzione RezzaMastrella, La Fabbrica dell'Attore – Teatro Vascello Roma Fondazione TPE



Si può parlare con qualcuno che ti dà la voce? Si può rispondere con la stessa voce di chi fa la domanda?
L’habitat Fratto_X è un impeto da suggestioni fotografiche. Le immagini raccontano la strada che corre e l’impossibilità di agire.


Riuscireste a immaginare la metafisica spiegata da Achille Campanile? Se ciò potesse accadere, il suo folle effetto si avvicinerebbe all’ultima creazione teatrale di Antonio Rezza e Flavia Mastrella, e cioè a una stralunata rappresentazione dell’Uomo alle prese con il puro Assurdo.
Osvaldo Guerrieri

dal 3 al 15 gennaio 2017    

ANELANTE
di  Flavia Mastrella e Antonio Rezza
con Antonio Rezza
e con Ivan Bellavista, Manolo Muoio, Chiara A. Perrini, Enzo Di Norscia
(mai) scritto da Antonio Rezza
un Habitat di Flavia Mastrella
produzione RezzaMastrella, La Fabbrica dell'Attore – Teatro Vascello Roma Fondazione TPE

In uno spazio privo di volume, il muro piatto chiude alla vista la carne rituale che esplode e si ribella.
Spazio alla logorrea, dissenteria della bocca in avaria, scarico intestinale dalla parte meno congeniale.

E’ impressionante la padronanza con cui governano quel caos organizzato, senza mai perdere il controllo. E il loro furore iconoclasta non ha un attimo di cedimento, mantiene la stessa acre tensione dal principio alla fine.
Renato Palazzi

dal 19 al 22 gennaio 2017    

NON C'E' ACQUA PIU' FRESCA
Volti visioni e parole dal Friuli di Pier Paolo Pasolini
uno spettacolo di Giuseppe Battiston
drammaturgia Renata M. Molinari
su testi e poesie di Pier Paolo Pasolini
musiche originali e dal vivo di Piero Sidoti
disegno luci Andrea Violato
assistente alla regia Chiara Senesi
regia e spazio scenico Alfonso Santagata
produzione CSS Teatro Stabile di Innovazione del FVG

Un viaggio di ritorno alla terra di temporali e primule, anche autobiografico, ideato e interpretato da Giuseppe Battiston, pensato per restituire la bellezza del grande laboratorio di poesia in lingua friulana di Pasolini e il suo spessore emozionale nella nostra memoria collettiva.

La prima volta che lessi le poesie in friulano di Pasolini ero un ragazzo, uno studente, le trovai difficili, le lasciai lì… Poi negli anni – come accade spesso con le cose messe da parte o lasciate sul comodino – ritornandoci, compresi perché, da ragazzo, inconsapevole, immaturo, forse, non mi era stato possibile comprendere quei versi, che invece parlavano a me dei miei luoghi, i luoghi della mia infanzia. Quelle parole così mie, quei suoni, proprio quelli di mio padre, quella lingua che si parlava a tavola, mi raccontavano quella terra di “primule e temporali”, di feste e sagre paesane, di vento, di corse in bicicletta a perdifiato, dell’avvicendarsi delle stagioni nel lavoro dei contadini. di colori, suoni e profumi. Di quello che fu la guerra e ciò che venne dopo e dopo ancora e di me e di noi, e di quell’acqua:
Fontana di aga dal me país.
A no è aga pí fres-cia che tal me país.
Fontana di rustic amòur.
Insomma i miei ricordi invece di assumere i toni malinconici del passato, si sono ravvivati, fatti nuovi, simili a sogni, e ho così immaginato di poter raccontare un aspetto di quella vita e di quel tempo che nella poesia di Pasolini si fanno memoria collettiva.
Perché la Poesia, una tra le più alte forme d’arte, non è scissa dalla vita, ma è lì che nasce e risiede. I suoi versi seguono un ritmo, come i versi di una canzone seguono la musica, musica tanto cara a Pasolini.
Forse, se chiudo gli occhi, riesco ad immaginarlo in città, a Roma, nella sua casa, che ascolta Bach, e allo stesso tempo a Casarsa, mentre percorrendo quella piccola piazza e le strette viuzze o i campi dove si bruciano le stoppie, rimane rapito dalle musiche e dalle canzoni della gente, da quelle poesie del quotidiano che sono le villotte e le filastrocche a lui tanto care.
Grazie a tutta quella poesia, scritta o cantata, o sognata, sono stato di nuovo bambino, ho rivisto e visto con occhi nuovi quei luoghi, e anche io attraversando piazze e vie mi sono unito alla sagra del paese, ho cantato e ballato e ho brindato alla vita, e ciò che vorrei fare è trasmettere quelle parole che ho sentito tanto mie, a cui in qualche modo appartengo. Forse non tutte saranno comprensibili, ma sono convinto che il dialetto, ogni dialetto, attraverso la sua musicalità diventi evocativo, anzi, Pasolini sosteneva che quando il dialetto viene utilizzato per esprimere alti concetti e alti sentimenti si fa Lingua, e con i suoi suoni ci entra nell’anima e ci porta altrove.
Giuseppe Battiston
23 - 24 gennaio 2017   Danza

THE MALE3  PROJECT
coreografia Michele Pogliani
istallazione video Fabio Massimo Iaquone e Luca Attilii – Iaquoneattiliistudio
costumi Tiziana Barbaranelli
danzatori La Compagnia MP3
produzione MP3


Ciò che ero solito amare, non amo più; mento: lo amo, ma meno; ecco, ho mentito di nuovo: lo amo, ma con più vergogna, con più tristezza; finalmente ho detto la verità. È proprio così: amo, ma ciò che amerei non amare, ciò che vorrei odiare; amo tuttavia, ma contro voglia, nella costri- zione, nel pianto, nella sofferenza. In me faccio triste esperienza di quel verso di un famosissimo poeta: “Ti odierò, se posso; se no, t’amerò contro voglia.
Francesco Petrarca


Il Quadrato è la quarta delle figure geometriche fondamentali.
Simbolo della Terra, in opposizione al Cielo, esso simboleggia anche l’Universo Creato, in opposizione al Non-Creato e al Creatore.
Come figura antidinamica per eccellenza, il significato del Quadrato è quello: dell’arresto, dell’istante isolato, della stabilità.
Tra le figure geometriche, il Quadrato e il Cerchio si richiamano continuamente.
Il Quadrato rappresenta lo Spazio e il Cerchio (o la Spirale) rappresenta il Tempo.
In Astrologia, il significato del Quadrato è quello di rappresentare la tensione, lo scontro, l’ostacolo, la necessità di uno sforzo.

dal 26 gennaio al 5 febbraio 2017  
 
CASA DI BAMBOLA
di  Henrik Ibsen
adattamento e regia Roberto Valerio
con Valentina Sperlì, Roberto Valerio, Danilo Nigrelli
Massimo Grigò, Carlotta Viscovo
scena Giorgio Gori
costumi Lucia Mariani
luci Emiliano Pona
produzione Associazione Teatrale Pistoiese Centro di Produzione Teatrale
con il sostegno di Regione Toscana, MIBACT

Casa di bambola (1879) è un testo complesso e seducente che restituisce molteplici e potenti suggestioni. È l’intreccio dialettico di una crisi, di una transizione, di un passaggio, di un percorso evolutivo; è il ritratto espressionista (L’urlo di Munch è del 1893) di un disperato anelito alla libertà che crea però angoscia e smarrimento.
I personaggi si muovono in uno spazio scenografico spoglio/essenziale, sghembo, caricaturale, oscillando tra il sogno e la veglia, tra la verità e la menzogna, tra il desiderio e la necessità. Uno spazio onirico che trasfigura la realtà in miraggio, delirio, allucinazione, incubo. Una scena stilizzata per raccontare al meglio un desolante deserto relazionale ed esistenziale popolato non da volti ma da maschere che si apprestano a inscenare un dramma della finzione.
Madre di tre figli piccoli, Nora è sposata da otto anni con l'avvocato Torvald Helmer, che la considera alla stregua di un grazioso e vivace animale domestico. E lei 'sembra' felice in questa sua gabbia familiare. Entrambi vittime della loro incapacità di comunicare realmente, entrambi intrappolati in ruoli che si sono vicendevolmente assegnati: lei consapevolmente confusa, lui ignaro e sentimentalmente analfabeta.
Alberga in Nora la consapevolezza repressa di essere stata costretta dal padre e dal marito a vivere nel sortilegio dell’infantilismo e dell’inettitudine. Ma quell’embrionale pallido incosciente rancore svanisce di fronte all’ideale di perfezione a cui ha ancorato l’immagine di Helmer; e così, la relazione tra i due è viziata dalla reificazione e dall’abuso, percepibile nel sottile confine che separa l’oltraggio dal gioco, l’acquiescenza dalla complicità, l’oppressione dalla devozione.
Nora forse non possiede gli strumenti per sottrarsi ai vincoli che la tengono in scacco e le impediscono di evolvere come individuo pienamente cosciente, autonomo, capace attraverso le armi della critica di esercitare pienamente il proprio libero pensiero e incamminarsi sulla strada che conduce all’autodeterminazione (a differenza delle altre due figure femminili create da Ibsen negli anni seguenti: Hedda Gabler  e Ellida de La donna del mare).
Ma Nora è senz’altro attraversata, trafitta, tormentata dai germi della ribellione. Nora vuole naufragare. Vuole abbandonarsi nell’oceano infinito del possibile; quel brodo primordiale, quel tutto indefinito e molteplice, creatore di ogni cosa, soffio inquieto e vitale: la libertà. Suggestione vagheggiata, sognata, desiderata ma non agita. Che irrompe con forza crescente nella coscienza di Nora spingendola a intraprendere un cammino doloroso e pieno di insidie verso la maturità.
Ma Nora come la fenice risorgerà dalle sue ceneri e spiccherà il volo verso la felicità? O il solo concetto del tramonto segnerà simbolicamente il suo orizzonte esistenziale?  Sarà capace di sopravvivere alla distruzione di quel mondo che nonostante tutto l’ha cullata in acque rassicuranti e arenata in paradisi artificiali? Non sappiamo cosa ne sarà di Nora. Non sappiamo se sarà davvero capace di accogliere pienamente il cambiamento avvenuto dentro di lei per rifondarsi in una nuova esistenza.
Non ci è dato saperlo. La portata tragicamente attuale di Casa di bambola si declina forse nell’ambiguità del finale. Solo immaginandoci Nora come una donna che vive, pensa, agisce nel nostro tempo presente, possiamo forse investire Casa di bambola di un significato ultimo che non tradisce il testo ma che è capace di  parlare a un pubblico contemporaneo.
Roberto Valerio
30 gennaio 2017   Vascello in musica  Cose 9 edizione

L'ALTRO | ACUSTIMANTICO LIVE
con Raffaella Misiti voce, Marcello Duranti fiati, Stefano Scatozza chitarre e musiche
Stefano Napoli contrabbasso, Salvatore De Seta batteria, Danilo Selvaggi testi
in collaborazione con Ass. Cult. Controchiave e LSD


Acustimantico torna al Vascello con un nuovo progetto ispirato al superamento della polverizzazione delle relazioni individuali. Un repertorio di canzoni nuove in cui sia la musica che i testi cercano di ricostruire una dimensione dell'umano che abbiamo dimenticato per attraversare e superare il tempo di passaggio.

dal 7 al 19  febbraio 2017    

LE BACCANTI – Dionysus il dio nato due volte
un progetto di Daniele Salvo sulle Baccanti di Euripide
con Manuela Kustermann, Daniele Salvo, Paolo Bessegato, Paolo Lorimer
Simone Ciampi, Ivan Alovisio, Elena Aimone, Giulia Galiani
Annamaria Ghirardelli, Melania Giglio, Elena Polic Greco, Francesca Mària
Silvia Pietta, Alessandra Salamida
regia Daniele Salvo
produzione La Fabbrica dell'Attore – Teatro Vascello Roma – Tieffe Teatro Milano
Teatro Di Stato  Constanta Romania

Le Baccanti rappresentano una finestra sull'irrazionale, su un mondo antico di reale libertà espres- siva, di possessione dionisiaca, una riflessione sul senso del divino nelle nostre vite e su ciò che, nella nostra quotidianità, viene rimosso. La parola antica è un grido proveniente da un altro tempo, un appello alla riflessione, al risveglio dei sensi, un'esortazione a guardarci dentro in altri modi. Nel frenetico vivere odierno noi affidiamo gli ultimi scampoli di irrazionalità e presenza fisica ai momen- ti dell'eros, della malattia, del sonno. Le Baccanti, invece, agiscono in stato di automatismo menta- le, di sonno perenne, sono in qualche modo "agite" dal Dio, Dioniso opera attraverso di loro, attra- verso i loro corpi e le loro voci, li trasforma e ne fa strumento di ebbrezza, sensualità, stordimento, morte, dolcezza infinita, ambiguità demoniaca. Il Dio in qualche modo si fa corpo e plasma le loro voci. La febbre del nostro tempo ci porta a vivere in una realtà anestetizzata, un mondo fittizio in cui l'emozione è bandita, al servizio di un intellettualismo sterile e desolante. I nostri occhi sono quotidianamente accecati da immagini provenienti dai media. La legge del mercato non perdona: si vendono cadaveri, posizioni sociali, incarichi pubblici, armi, sesso, infanzia, organi. Restiamo in- differenti. La dimensione borghese soffoca i nostri migliori istinti, la nostra sensibilità (che brutta parola oggi, considerata quasi scandalosa), la nostra sincerità e si porta via ogni forma di creativi- tà, ogni volo. La nostra dimensione irrazionale viene completamente annientata. Il senso dell'affer- mazione dell'Io divora i nostri giorni. L'arte è svuotata della sua dimensione spirituale.I media, per- suasori occulti, agiscono sui nostri cuori e sulle nostre menti addomesticando anche gli spiriti più ribelli, sigillando gli occhi più attenti. La dimensione spirituale è irrimediabilmente perduta.
Il senso del tragico è ormai sconosciuto. Il corpo viene cancellato. Siamo ormai definitivamente tra- sformati in consumatori e, nel medesimo istante, in prodotti, sconvolti da una guerra mediatica senza precedenti nella storia. Illusi della nostra unicità, della nostra peculiarità, in realtà pensiamo tutti nello stesso modo, pronunciamo le stesse parole, abbiamo tutti le stesse esigenze, le stesse speranze, le stesse ansie, la stessa quotidianità fabbricata in serie. Ci illudiamo di essere liberi.
13 febbraio 2017   Vascello in musica  Cose 9 edizione

§ DONNE del RIMORSO (‘O male ca non se scorda)
da un progetto di Giandomenico Curi e Nando Citarella
musiche della tradizione popolare rielaborate e composte da Luciano Bellini, Nando Citarella
interpreti/Cantattori Pino Calabrese, Nando Citarella
cantattrici Cloris Brosca, Gabriella Aiello, Paola D'Agnese
musici Carlo "Olaf" Cossu - violino   Claudio Monteleoni - chitarra
Paolo Petrilli Fisarmonica
danzatrici Anna Cirigliano, Nathalie Leclerc
e con Cymbalus ed Equivox ensemble voci e tamburi
in collaborazione con Ass. Cult. Controchiave e LSD


La rivisitazione, 50 anni dopo la straordinaria “lezione” di De martino, di alcuni momenti di una storia al femminile, tutta interna al Salento pugliese; e che ha a che fare in realtà con l’universo, femminile e magico, di tutto il Sud d’Italia. Una storia complessa che attraversa il tempo e il sociale, e che trova il suo momento più intenso in nuova lettura della “donna tarantata” riproposta sia attraverso il recupero di De Martino (comprese le “lettere di una tarantata” di Annabella Rossi) sia attraverso altri documenti e testimonianze. Il tutto accompagnato da molta musica, soprattutto musica dal vivo, con i musicisti che interagiscono continuamente con gli attori e (soprattutto) con le attrici sul palcoscenico.
Uno spettacolo di grandi emozioni, di ritmi e di musiche coinvolgenti, dove momenti di storia, cultura e costume sono alternati a momenti più spettacolari, a storie e situazioni più direttamente legate all’emozione.
dal 22 al 26  febbraio 2017    

GIUSEPPE VERDI A NAPOLI
di Antonio Tarantino
drammaturgia musicale Azio Corghi
con Paolo Graziosi, Graziano Piazza, Carlo Di Maio, Marika De Chiara
scene e costumi Roberto Crea
direzione musicale Enrico Arias
regia Sandra De Falco
produzione La Fabbrica dell'Attore – Teatro Vascello Roma, Altre Conversazioni

Giuseppe Verdi è certamente stato in più occasioni a Napoli. Ed è altrettanto certo che abbia fatto visita al suo librettista Salvatore Cammarano.
Esiste un carteggio tra i due, tuttavia noi per scrivere questa commedia abbiamo dovuto immaginare un dialogo tra un musicista ricco e famoso e un poeta povero. Da una parte vi è convenienza reciproca e dall'altra c'è la gerarchia.
A mediare tra i due personaggi c'è Caterina: donna del popolo priva di timori reverenziali e dai modi spicci, essa riesce a conciliare amicizia convenienza rispetto e gerarchia in un crescendo di parole che esprimono un'umanità che sempre dovrebbe governare le nostre intezioni.
Antonio Tarantino.

28 febbraio 2017   Vascello in musica

PIPPO POLLINA & PALERMO ACOUSTIC QUINTET – TOUR 2017
Pippo Pollina - voce, piano e chitarra
Roberto Petroli - clarinetto e sassofoni
Fabrizio Giambanco - batteria e percussioni
Filippo Pedol - contrabbasso e basso elettrico
Michele Ascolese - chitarre acustiche ed elettrica
Gianvito Di Maio - tastiere e fisarmoniche

Dopo il sensazionale concerto di compleanno alla Volkshaus di Zurigo, la conclusione della Tournée “Süden” all’Arena di Verona e l’emozionante concerto all’Hallenstadion di Zurigo nell’Agosto 2015, Pippo Pollina, il cantautore siciliano e carismatico poeta, torna nel 2017 sul palco con un nuovo tour e un nuovo album.
Pollina seduce con la sua inarrestabile creatività, continuando a sorprendere con la sua scrittura i fan di tutta Europa: che si tratti di ballate, brani poetici, canzoni di protesta o musica rock, il linguaggio di Pollina è sempre intriso di tenerezza e sensibilità.

Pippo Pollina nasce a Palermo nel 1963 da una famiglia borghese di origini contadine. Cresce e studia nel capoluogo siciliano frequentando negli anni '80 la facoltà di giurisprudenza e l'accademia "Amici della musica" con studi di chitarra classica.
Impegnato nell'allora nascente movimento antimafia collabora al mensile catanese "I siciliani" fino all'omicidio ad opera di cosa nostra del suo direttore storico Giuseppe Fava. Insieme ad altri musicisti palermitani fonda il gruppo Agricantus con il quale lavora fino alla fine del 1985 in sei anni di intensa attività concertistica in Italia e all'estero, e seminaristica nelle scuole medie e superiori della Sicilia.
Pippo Pollina lascia l'Italia alla fine del 1985 per intraprendere un viaggio senza una meta precisa e dopo 3 anni di giro del mondo approda in Svizzera, dove oggi vive, nella città di Zurigo.
Un canzoniere di circa 250 brani incisi nel solco di 22 album. Oltre 4.000 concerti in Italia, Germania, Austria, Francia, Svizzera, Olanda, Svezia, Belgio, Egitto e U.S.A.
Innumerevoli collaborazioni artistiche fra cui rimarchevoli quelle con Franco Battiato, Inti Illimani, Konstantin Wecker, Linard Bardill, Nada, Georges Moustaki, Schmidbauer & Kälberer, Charlie Mariano, Patent Ochsner, Giorgio Conte, Etta Scollo... fanno di Pollina un artista in perenne movimento creativo.
Svariati premi della critica in rinomate rassegne musicali sia in Italia che all'estero lo indicano come uno dei depositari della tradizione della grande canzone d'autore italiana.

dal 2 al 12  marzo 2017    

FABRIZIO GIFUNI
L’AUTORE E IL SUO DOPPIO
Camus, Pasolini, Testori, Cortázar, Bolaño

giovedì 2, venerdì 3, sabato 4, domenica 5 marzo
LO STRANIERO
un’intervista impossibile
(da L’Etranger di Albert Camus)
suono G.U.P. alcaro
ideazione e regia Roberta Lena
produzione il Circolo dei lettori di Torino

martedì 7 e mercoledì 8 marzo
Fabrizio Gifuni legge
RAGAZZI DI VITA
di Pier Paolo Pasolini
Fabrizio Gifuni in collaborazione con Solares Fondazione delle Arti

giovedì 9 e venerdì 10 marzo
IL DIO DI ROSERIO
di Giovanni Testori,
studio sul primo capitolo
Fabrizio Gifuni in collaborazione con Solares Fondazione delle Arti

sabato 11 e domenica 12 marzo
UN CERTO JULIO
omaggio a Julio Cortázar e Roberto Bolaño
Fabrizio Gifuni in collaborazione con Solares Fondazione delle Arti

“Un viaggio di andata e ritorno. Le parole provenienti dai corpi dei loro autori si depositano sulle pagine di un libro all’unico scopo di essere trasmesse.
Finchè un attore le stacca dalla dimensione orizzontale in cui occasionalmente si trovano per rimetterle in verticale, riportandole alla loro sede originale, facendosene nuovamente carico. Dal corpo dello scrittore al corpo di scena.
Dietro ogni rito c’è sempre un capro da sacrificare. Talvolta quel capro siamo noi. Ma con un po’ di coraggio e molto divertimento si può giocare anche con il minotauro. Assumerne le fattezze, trovare il suo respiro, impararne il verso. Infanzia, desiderio, memoria, immaginazione. E il gioco è fatto”.
In più di vent’anni il lavoro di Fabrizio Gifuni ha dato vita a un originale percorso culturale e creativo. Una pratica di lavoro che ha scommesso sulla centralità del corpo come principale strumento d’azione. Una ricerca caratterizzata da un’ostinato studio dei testi, dalla curiosità verso nuove forme di drammaturgia teatrale e da una dedizione nei confronti di una dimensione performativa totale. Due grandissimi esordi letterari italiani, il capolavoro esistenzialista del ‘900 francese, i racconti metafisici di due giganti della letteratura latino-americana. L’autore e il suo doppio è un breve compendio di alcuni dei suoi ultimi studi e spettacoli. Una riscrittura, attraverso il corpo, di testi letterari - importanti o dimenticati - pronti ad essere illuminati e condivisi secondo varie e inaspettate prospettive.

Scrive Emanuele Trevi: “Fabrizio si è impadronito di qualcosa di prezioso. Ha rubato a P.P.P. una potenza, una peculiarità della sua anima. Non un’idea, tutti sono buoni a impadronirsi di un’idea, ma una fonte di energia ancora intatta, ancora vibrante. (...) Io mi dico sempre una cosa, quando ammiro qualcuno, quando ammiro un particolare gesto artistico: questa persona, mi dico, sta procedendo sul filo di lana dell’incomprensibile. E che significa? Non lo so spiegare. Ma le parole sono quelle. Posso solo dire che per procedere su quel filo bisogna farsi più leggeri che si può. Così come l’essenza del santo è la trasformazione della carne in fuoco, quella dell’attore è la trasformazione della carne in fiato. E come la carne è la custodia dello spirito, così il fiato è il corpo della voce, la sua materia prima. Queste sono tutte trasmutazioni che discendono da un’alchimia complessa, lungamente meditata da Fabrizio. Perché la posta in gioco è alta: liberarsi definitivamente da quell’idea un po’ stolida dell’attore che “recita” o “esegue” qualcosa che uno si leggerebbe molto più comodamente a casa. Creando al contrario, qualcosa che può esistere solo lì, in quel dato momento, un pomeriggio d’autunno a Londra e la prossima volta chissà dove.” (da “Fabrizio Gifuni a Belgrave square”, in Primo Autunno, Quodlibet editore, novembre 2015)
6  marzo 2017  Danza  

DIMMI CHE MI AMI
coreografia Simona Cieri
soggetto rosanna Cieri
musiche originali Daniele Sepe
disegno luci Rosanna Cieri
costumi Marco Caboni
danzatori Veronica Abate, Martina Agricoli, Andrè Alma
Maurizio Cannalire, Simona Gori
regia Rosanna e Simona Cieri
produzione  Motus Danza

Giordana Di Stefano aveva vent’anni ed era già madre. Aveva un sogno, quello di diventare una danzatrice professionista e per questo aveva contattato la Compagnia MOTUS per ottenere un’audizione. Giordana non ha mai fatto quell’audizione. É stata uccisa a Nicolosi con 42 coltellate il 7 Ottobre 2015 dall’ex-fidanzato, che aveva più volte denunciato per stalking.
Per una strana ironia della sorte, la Compagnia MOTUS aveva recentemente prodotto, con il sostegno di Regione Toscana e Comune di Siena, DIMMI CHE MI AMI, spettacolo che denuncia sia il femminicidio sia la solitudine e l’inadeguatezza dell’uomo di oggi, incapace di incontrare se stesso e i vissuti del cuore.
Dopo la morte di Giordana, MOTUS ha deciso di lanciare una campagna nazionale contro la violenza e propone ai teatri e festival interessati, di contribuire alla campagna programmando DIMMI CHE MI AMI.
Il senso di impotenza e di disgregazione contemporanei, non derivano soltanto dalla crisi di un’epoca paralizzata dalla minaccia del futuro, ma anche da una diminuzione della percezione di realtà che viene dall’attutirsi del sentire, dall’incapacità di avvertire il valore delle cose e, quindi, di incontrare se stessi e i vissuti del cuore.
“L’epoca delle passioni tristi” come le chiamava Spinoza, consuma i suoi soggetti, adulti ed adolescenti, in pratiche di attivismo che garantiscono un’esistenza trafelata ma che non bastano a contenere la paura della precarietà e a rifondare la speranza. In questa cornice sgangherata, le relazioni amorose corrono un rischio in più: diventare il surrogato di certezze che non ci sono, sopperire a bisogni esistenziali che altrove non possono essere soddisfatti. Quando la parte più oscura del proprio io è segnata da una realtà familiare di madri e padri assenti, confusi o disorientati, l’unica ideologia possibile rimane, sin da giovani, l’Altro o l’Altra. Ma poiché tutti i parametri della società si basano unicamente sul mercato, le modalità con le quali il rapporto affettivo viene realizzato riproducono appieno le dinamiche del consumo o della convenienza.
La ricerca di amore assume la connotazione di un affannoso e spasmodico inseguimento per raggiungere il possesso dell’altro, come unico sbocco possibile ai propri conflitti interiori. Un possesso che non accetta destabilizzazioni o rifiuti e spesso si alimenta di prevaricazioni e violenze.

dal 14 al 19  marzo 2017    

BERSAGLIO SU MOLLY BLOOM
da James Joyce
con Maria Luisa Abate, Paolo Oricco, Stefano Re, Valentina Battistone
Virginia Mossi, Daniel Nevoso, Francesca Rolli, Margaux Cerutti, Marco Isidori
tecniche Sabina Abate
scena e costumi Daniela Dal Cin
regia Marco Isidori
produzione  Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa
con il sostegno del Sistema Teatro Torino

Non è nostra la scoperta che l'ultimo capitolo dell' ”Ulisse”, lo sconfinato monologo di Molly Bloom, in altro modo non dev'essere pensato, e di conseguenza trattato, che come una voluttuosa partitura per la voce (recitante o già “cantante”?).
Nostra sarà la responsabilità scenica di rivoltarne il consueto canone psicologizzante, finora prassi regolare delle interpretazioni di questo testo, per arrivare ad un sensazionale concerto prismatico (otto saranno le voci “recitanti”, dirette letteralmente dal regista, in scena appunto nelle vesti di direttore) dove le indicazioni e le superimplicazioni semantiche e propriamente musicali della lingua joyciana saranno portate a lievitare fino a un diabolico (si rammenta con Genet, che “l'esercizio teatrale è diabolico”) parossismo fonico, eguagliatore in potenza evocativa di quella scrittura poetica (chiarisco che per i Marcido il parossismo fonico strutturato è la sede ottimale della drammaticità).
Come di consueto, il segreto interpretativo dell'operazione sta nel titolo. I titoli per noi Marcido rappresentano sempre un indicatore sensibilissimo della direzione drammaturgica che intendiamo imporre all'atto scenico; e stavolta la parola “bersaglio” rivela in maniera scoperta la linea profonda, oserei dire fondante, della nostra versione/traduzione drammatica, in un processo di affondamento nel magma joyciano al termine del quale la vittoria del teatro si espliciti con la limpidezza supplementare del testo riportato.
I bersagli esistono per essere colpiti; i bersagli esistono affinché la freccia abbia scritta una via sola di percorrimento per colpirne il cuore, e il dardo, in questo nostro caso, è la volontà artistica d'incidere, con il calore performantico della viva scena, ogni piega del tessuto poetico, fino alla realtà indiscutibile di un'adesione perfetta (il termine esatto è erotica) tra Teatro e Scrittura.
La “comunicazione”, nel teatro (ed altrove) non ci riguarda. Siamo interessati, invece, a promuovere la commozione; quella possibilità quasi sciamanica dell'Arte in questione di catturare, attraverso il “sacrificio” dell'attore, il cuore profondo del pubblico per poi usarne i palpiti stessi, affinché la rappresentazione diventi, qualunque sia stata l'occasione drammaturgica generativa, soltanto la certificazione spietata della comune nostra umana, santa riluttanza alle imposizioni (imposture?) utilitaristiche della realtà naturale; perché è proprio dell'esistenza di questa centrale frattura tragica che lo spettacolo deve, almeno secondo noi, saper testimoniare con la sua presenza nella società. Il resto è silenzio.
Marco Isidori

20 - 21 marzo 2017  

SERATA CELESTINI
con Ascanio Celestini e Alessio Lega
produzione  Lucciola

dal 23 al 26  marzo 2017   Danza

ROSSINI OUVERTURE
“Allora..Dove eravamo rimasti ?”
coreografia e regia Mauro Astolfi
interpreti Maria Cossu, Giacomo Todeschi, Giuliana Mele
Giovanni La Rocca, Claudia Mezzolla, Violeta Wulff Mena
Serena Zaccagnini, Fabio Cavallo, Mario Laterza
musiche Gioachino Rossini
assistente alle coreografie Alessandra Chirulli
disegno luci Marco Policastro
produzione Spellbound con il contributo del MIBACT
in collaborazione con Amat/Teatro Rossini di Pesaro


“La lettura della cronaca dell’epoca sulla vita di Gioachino Rossini, quello che di lui dissero altri grandi compositori, in special modo Beethoven, ha acceso il mio interesse per conoscere l’aspetto psicologico dell’uomo Rossini.
Mazzini lo definì: “un titano di potenza e di audacia, il Napoleone di un’epoca musicale”. Wagner disse che “ fu il primo, vero, grande, venerabile uomo mai incontrato nel mondo della musica”.
Mauro Astolfi


Una personalità così potente e incredibile capace di comporre in soli 13 giorni il Barbiere di Siviglia mi ha letteralmente riempito la testa di suggestioni, di immagini, di simboli, di scene non legate alle singole opere del musicista, ma piuttosto un atterraggio su quel mondo, un’esplorazione per cercare, “vedere” attraverso le potenti immagini sonore di Rossini, lasciarmi trasportare da tutta quella forza e poter immaginare per un attimo di averlo conosciuto!
Rossini fu disconosciuto nell’epoca in cui il pubblico ancora si riconosceva in una produzione destinata al consumo immediato, che riflettesse le aspirazioni di una società in trasformazione; una produzione, in qualche modo, interessata al “realismo”. Oggi invece il pubblico crede meno in una produzione contem- poranea e si reca a teatro principalmente alla ricerca di un’evasione estetica e insieme “culturale” dalla vita quotidiana. E’ verosimile che gli ideali estetici di Rossini, volti al conseguimento del sublime, si trovino in immediata sintonia con quelli “antirealistici” dello spettatore moderno.
In questa direzione, leggendo di questa storia di questo straordinario artista che improvvisamente sparisce dalle scene...come da una semplice conversazione e poi ritorna esclamando.. “ Allora dove eravamo rimasti?” ..tutto questo è in questo progetto dove Spellbound percorre la strada di un sogno fatto di tanti momenti, di tante situazioni diverse, di personaggi che tutti insieme raccontano di uomini soli, divertiti, tristi e coraggiosi,in una grande stanza bianca dove scorrono e si mescolano i sapori e i colori di una vita piena, anche di problemi, ma con il gusto di viverla questa vita ..con la stessa arguzia di Rossini che inebriato dalla sua stessa creatività e dalla sua traboccante energia seduceva senza sosta...
Una grande stanza bianca come un’immensa tela dove proiettare e amplificare i propri demoni e i propri desideri per poterli mostrare.. ma dove tutto può essere cancellato come in una lavagna.
Così come Rossini improvvisamente spariva.”

dal 28 marzo al 2  aprile 2017    

LA RIUNIFICAZIONE DELLE DUE COREE
di Joël Pommerat
con Sara Alzetta, Giandomenico Cupaiuolo, Biagio Forestieri, Laura Graziosi
Gaia Insenga, Armando Iovino, Aglaia Mora, Paolo Musio, Giulia Weber
scene Roberto Crea
costumi Marianna Carbone
musiche Paolo Coletta
scrittura fisica Simona Lisi
regia Alfonso Postiglione
produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro
in collaborazione con La Corte Ospitale (Rubiera) e Armunia Festival Inequilibrio (Castiglioncello)

La riunifcazione delle due Coree di Joël Pommerat è un testo sull’amore.
La coatta divisione politica delle “due Coree” si presta soltanto come metafora, di platonica discendenza, per interrogarsi sulle difcoltà di ri-unione di due anime gemelle. Difatti, il flo tematico dei 18 quadri per 51 personaggi per 9 attori è l’amore come fenomeno difettoso. Amore coniugale, sessuale ma anche fliale, amore vissuto, o solo sognato, desiderato. Celebrando soprattutto le fatiche e gli inciampi dell’esperienza sentimentale, ciò che si costruisce è un caleidoscopio di situazioni, indipendenti narrativamente, che si susseguono una via l’altra, a inseguire un’ossessione, un’illusione, in un circolo più vizioso che virtuoso. Perché non c’è unione senza separazione, appagamento senza insoddisfazione, appropriazione senza perdita, felicità senza dolore. Una giostra sempre in corsa, da cui è impossibile scendere, inevitabile come la vita, con l’amore, sua necessaria costituzione, a dettarne, implacabile, le regole. Un varietà dell’amor soferto che un coro di “innamorati anonimi” tenta di mettere in scena sotto forma di performance sentimentali. Un girotondo di relazioni, una altalena di emozioni, dove ora si sorride e poi ci si commuove, in un afato tragicomico dove non sempre predomina l’azione ma ciò che in silenzio scorre nelle pieghe dei discorsi.Il linguaggio de La riunifcazione delle due Coree è contemporaneo, reale e concreto. Ma gli scrosci di surrealtà con cui l’autore innafa alcuni dei suoi confronti drammatici sollevano a tal punto la marea della loro emotività da sommergere noi che guardiamo con lo stesso umore, che ci respinge o cattura, che ci tiene a galla tra un sogno o un incubo, ma permette a tutti di nuotare nello stesso mare dei sentimenti, scivolando, come direbbe Ibsen, sull’onde delle (inevitabili) parole d’amore.I nostri innamorati, del discorso amoroso sono qui a verifcarne le possibili nuove sfaccettature, o invece le solite temperature, per accorgersi magari che l’unica lingua che tutti conosciamo è quella dei sentimenti... o ancora vedersi rivelati – parafrasando Tolstoj – che tutti gli amori felici, sono felici allo stesso modo; ogni amore infelice, lo è a modo suo.


3 aprile 2017   Vascello in musica COSE 9 edizione

THE GREAT PRETENDER omaggio a Lester Bowie
di Angelo Olivieri e Mario Corvini + CAT’S Workshop
feat. wonderful guests!
in collaborazione con Ass. Cult. Controchiave e LSD

Quando un trombettista “non convenzionale”, uno dei migliori arrangiatori sulla scena e un neonato collettivo artistico si incontrano, può nascere qualcosa di affascinante e di... pericoloso. Quando poi una produzione come quella di “COSE” rimane affascinata dall’idea e la sposa in toto, allora il rischio non è più un’eventualità, ma una certezza.  Ma se è vero che è nel rischio che nascono altre possibilità, allora vale la pena tentare.

Lester Bowie, oltre ad essere una sorta di fantasma buono che mi porto dietro più o meno da sempre, è un artista difficile da inquadrare ad una prima lettura; cercheremo di offrirne una seconda e se necessario anche una terza, con la presunzione, l’ironia e l’umiltà necessarie.
Angelo Olivieri

dal 5 al 9 aprile 2017    

TRUMAN CAPOTE  questa cosa chiamata amore
di Massimo Sgorbani
con Gianluca Ferrato
scene Massimo Troncanetti
costumi Laboratorio di costumi e scene del Teatro della Pergola
impianto e regia Emanuele Gamba
produzione Teatro della Toscana

Truman Capote questa cosa chiamata amore è uno spettacolo da e su uno dei più grandi scrittori americani del ’900, in uno spazio teatrale mutevole e leggero, una pelle prismatica di camaleonte pronto alla trasformazione, com’era la lucentezza della prosa dell’autore di A sangue freddo, di cui quest’anno ricorrono i 50 anni dalla prima pubblicazione.
“Tutta la letteratura è pettegolezzo”. Così Truman Capote liquidava con una delle sue abituali provocazioni anti-letterarie qualsiasi visione sacrale dell’arte e dell’artista. ‘Pettegolezzo’ inteso come svelamento di ciò che non si sa, indagine sui lati oscuri dell’America, in modo leggero e profondo, snob e vivace come un vodka martini. È il Capote più irriverente, infatti, quello che emerge da Truman Capote questa cosa chiamata amore, in cui Massimo Sgorbani disegna per Gianluca Ferrato, diretto da Emanuele Gamba, un dandy, un esibizionista, un personaggio pubblico prima ancora che un grande scrittore: l’anticonformista per eccellenza, che può permettersi di parlare con la stessa dissacrante arguzia di Hollywood e della società letteraria newyorkese, di Jackie Kennedy e Marilyn Monroe, di Hemingway e Tennessee Williams, senza mai risparmiare se stesso, i suoi vizi, le sue manie, i suoi successi e fallimenti.
Il suo stile, decadente, ironico e iconoclasta ha segnato la letteratura degli Stati Uniti. Truman Capote, geniale scrittore, giornalista e drammaturgo, è stato, dopo Hemingway, forse il più grande esempio di autore divenuto protagonista, e vittima, dello star system a stelle e strisce.
Un predestinato alla scrittura. Inizia a scrivere a otto anni, a diciassette le prime pubblicazioni, a diciannove vince il primo O. Henry Award della sua vita. Il suo stile è già formato, come ammetterà lui stesso negli ultimi anni della sua vita; cambia l’oggetto dei suoi racconti, la materia tra le mani, ma il suo stile è quasi identico a quello della sua giovinezza, e si basa tantissimo sul suono e sul ritmo delle parole.
Dopo un’infanzia difficile e con l’aggravante, per l’America dell’epoca, dell’omosessualità, Capote, sotto i lustrini di feste e copertine di riviste, ha saputo raccontare tanto la frizzante società newyorkese, quanto il cuore più nero del suo Paese. Il tutto con una lingua costruita alla perfezione, vero elemento distintivo della sua produzione, tanto quanto i temi di cui si è occupato nei suoi libri, da Colazione da Tiffany a Marlon Brando.
Partito dai bassifondi, lavorando come fattorino, Capote ha conosciuto il successo con i racconti, per poi imporsi definitivamente con il romanzo-verità A sangue freddo di cinquanta anni fa (1966), storia del massacro di una famiglia e capostipite di un nuovo tipo di giornalismo letterario. Poi alcol e droga hanno infiacchito il suo talento, a lungo cristallino e unico. Ma trent’anni dopo la sua morte, per cirrosi epatica nell’agosto del 1984, a neppure 60 anni di età, non possiamo che rimpiangere il suo genio e anche la sua candida e disperata voglia di stupire e, probabilmente, di essere apprezzato e amato.
“Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta; e questa frusta è intesa unicamente per l’autoflagellazione”. Se per Capote il suo talento è stato una frusta, per tutti noi è stato solo piacere puro.


dall'11 al 14 aprile 2017    

VECCHI PER NIENTE
testo e regia Nicola Russo
ispirato a La forza del carattere di James Hillman
con (ordine alfabetico)
Benedetta Barzini, Sara Borsarelli, Teresa Piergentili
Marco Quaglia, Agostino Tazzini, Guido Tonetti
scene e costumi Giovanni De Francesco
luci Cristian Zucaro
foto e grafica Liligutt Studio
organizzazione Isabella Saliceti
produzione Teatro Franco Parenti in collaborazione con Monstera

Vecchi per niente nasce dalla lettura de La Forza del Carattere di James Hillman e dalla volontà di parlare della vecchiaia da un punto di vista insolito: come espressione massima del carattere di una persona e non come crepuscolo o decadimento del corpo e della mente. Spesso nei miei lavori ho messo in discussione il concetto di physique du rôle e questo progetto è un passo avanti nella stessa direzione: fare pulizia dai luoghi comuni legati alla rappresentazione, ai sentimenti e ai ruoli che associamo automaticamente alla nostra età e a quella degli altri. Due vecchi non hanno niente in comune per il fatto di condividere la stessa età, men che meno la saggezza. In questo senso i vecchi non esistono, esiste l’identità, esiste il carattere. Per parlare della forza del carattere ho messo insieme le storie di persone anziane sui propri genitori e in particolare sul momento della morte dei propri genitori, riportando così i vecchi alla condizione di figli. Se essere figli e morire sono esperienze che accomunano tutti, mettere in scena i vecchi come figli è stato un modo per tentare di colmare quella distanza che di solito poniamo tra noi e loro.
Tra litigi, risate, parolacce, balli e incontri inaspettati Teresa, Benedetta, Agostino e Guido si rivelano e sorprendono con la loro straordinaria e folle vitalità.
Nicola Russo
Nicola Russo (1975), regista e attore, fonda nel 2010 la compagnia MONSTERA. Nello stesso anno scrive e dirige Elettra biografia di una persona comune che si aggiudica la vittoria dell’E45 Napoli Fringe Festival. Nel 2011 scrive e mette in scena Physique du rôle, liberamente ispirato al lavoro di Sophie Calle. Nel 2013 realizza due i lavori: La Vita Oscena di Aldo Nove, in residenza al teatro Elfo Puccini di Milano e Leonce e Lena, fiaba sulla necessità di essere e la convenienza di non essere da G. Büchner messo in scena per il festival Tfaddal del Teatro Franco Parenti di Milano e per Le Vie dei Festival di Roma. Nel 2014 con la compagnia MONSTERA realizza Lost in Translation Project mettendo in scena presso il Selma Susanna Theatre di Amsterdam Elettra, biografia di una persona comune in inglese. Nel 2015 scrive e mette in scena Vecchi per niente prodotto dal Teatro Franco Parenti di Milano dove va in scena per due stagioni.
Come attore è stato protagonista di molti spettacoli al Teatro dell'Elfo di Milano per la regia di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani: Puck nel Sogno di una notte di mezza estate e Romeo in Romeo e Giulietta di William Shakespeare, Tom ne Lo zoo di vetro di Tennessee Williams, Franz in Come gocce su pietre roventi di Rainer Werner Fassbinder. Ha lavorato come protagonista con Luca Ronconi in Peccato che fosse puttana di John Ford, con Marco Bellocchio nel Macbeth di William Shakespeare e con Eimuntas Nekrosius in Anna Karenina di Lev Tolstoj.

dal 20 al 22 aprile 2017    

I RAGAZZI DEL CAVALCAVIA
di Erika Z. Galli e Martina Ruggeri
con Alberto Alemanno, Maziar Firouzi, Francesco La Mantia
Daniele Pilli, Michael Schermi
regia  Erika Z. Galli e Martina Ruggeri
produzione Industria Indipendente

Cinque uomini, una famiglia: la famiglia F. La famiglia F. è formata da quattro fratelli e uno zio acquisito, ragazzi come tanti, con un lavoro e una città alle calcagna, la Città di T.
Tra la noia e la voglia di rivalsa sulla vita, i Fratelli F. e lo Zio Tex si muovono tra eccessi e prese di coscienza ed eseguono quello che pare essere un atto già predestinato dalla vita.
La narrazione si ispira ai fatti di cronaca avvenuti nel dicembre del 1996 quando il gruppo dei fratelli Furlan, per scacciare la noia, lanciò un sasso di 3 chili dal cavalcavia della Cavallosa a Tortona e uccise una donna all’interno di una macchina di passaggio.
Siamo in un luogo reale e seguiamo le gesta di questi ragazzi come da copione: lo spettacolo si suddivide in tre cicli diurni/notturni: 24-25-26 Dicembre.
Il periodo è quello delle festività natalizie e prevede, come da realtà, il lancio del sasso la notte ultima del 26 dicembre 1996.
Il progetto nasce nel 2012 con il primo laboratorio di Industria Indipendente.
A seguire diversi altri nel corso degli anni fino a giungere alla scelta quasi naturale da parte delle registe e drammaturghe di formare la Famiglia F. con i cinque protagonisti del racconto. La storia di ispirazione è stata studiata, sviscerata, analizzata nel più profondo e rielaborata e rivista durante il lavoro di improvvisazione arrivando a creare un linguaggio proprio del gruppo e una nuova e potente lingua drammaturgica.
Il percorso di ricerca durato due anni ha interessato infatti tutti i vari aspetti della messinscena: il periodo storico, gli anni 90, sono stati di grande interesse per l’approfondimento di un arco temporale non ancora del tutto passato ma allo stesso tempo non proprio recente; l’ambientazione specifica domestica ed esterna; fino all’utilizzo di una lingua vicina, ma non propria, alla zona di Tortona, Alessandria.
dal 27 al 30 aprile 2017    

BLUE BIRD BUKOWSKI
drammaturgia Riccardo Spagnulo
con Vito Signorile
luci Vincent Longuemare
realizzazione scene Michele Iannone
regia e spazio Licia Lanera
produzione Teatri di Bari Kismet Abeliano

Pensare a Bukowski oggi è come pensare a una possibilità di vita che non c’è più. Eppure di quel ‘900 non ci siamo davve- ro liberati. C’è un’anima blues e jazz che ancora persiste, che chiama all’idea di viaggio, all’idea di sogno. C’è ancora un odore di cantina e di vino e di poesia nei sogni di un’intera generazione, desiderio e nostalgia di perdersi in una straziante voglia di vita. E Vito Signorile, attore, regista e uomo di “ordinaria follia”, che in oltre quaranta anni di palcoscenico ha attraversato classici del teatro, drammaturgia contemporanea, teatro popolare, poesia e musica, vi si immerge con giovani- le entusiasmo. Ancora in viaggio.

2 - 3 maggio 2017  

GUCCIO
uno spettacolo-concerto sull'Opera musicale di Francesco Guccini
da un'idea di Giuseppe Gandini e Roberto Manuzzi
con Valentina Bruscoli e Giuseppe Gandini
canzoni dal vivo di Francesco Guccini eseguite da
Germano Bonaveri, Antonello D'Urso e Roberto Manuzzi
drammaturgia e regia  Giuseppe Gandini
produzione La Fabbrica dell'Attore  – Teatro Vascello Roma

Lui e Lei, due conoscenti dei tempi dell’Università di Bologna degli anni ‘90, raccontano nel tempo dell’oggi, attraverso due paralleli monologhi interiori, la loro unica comune esperienza: aver partecipato ‘venti anni fa o giù di lì’ ad un concerto di Guccini al palasport di Bologna. Lui come fan sfegatato e speranzoso di sedurre Lei; lei completamente priva di qualsiasi conoscenza gucciniana e assai mal disposta all’evento cui deve partecipare suo malgrado, per non ferire Lui. La narrazione procede parallela e serrata, le sensazioni reciproche descritte sono intervallate e sottolineate dalle varie canzoni classiche e non del Poeta di Pavana. Il tono è quello della commedia, ilare, ma al tempo stesso sincero e profondo.
Dopo il concerto nulla sarà più come prima, ma non per quel che capiterà tra loro, cioè nulla, ma perché Lei sarà intellettualmente ‘illuminata sulla via di Damasco’ e Lui capirà dove concentrare in futuro le proprie energie di uomo e studente.
Descrivendo teatralmente ‘Quello che non...’ è successo tra i due protagonisti il tentativo è quello di far emergere ‘per contrasto’ due storie lontane in una sola coinvolgente narrazione, cercando di emozionare un pubblico immerso nel vortice, narrativamente coerente, delle canzoni del Maestro reinterpretate ed eseguite da tre grandi musicisti, uno dei quali (Manuzzi) storico componente della band che ha accompagnato negli ultimi 25 anni Guccini nei suoi memorabili concerti in giro per l’Italia.

dal 5 al 7 maggio 2017    

L'ULTIMA MADRE
drammaturgia e regia Giovanni Greco
con Ilaria Genatiempo, Vittoria Faro, Stefano Guerrieri, Ilenia D'Avenia
musiche Daniela Troilo
produzione Teatro di Messina e Teatro dell'Esatta Fantasia in Collaborazione con Accademia Nazionale d'Arte Drammatica Silvio D'Amico

L’ultima madre (Feltrinelli/Nutrimenti), romanzo-inchiesta nato sul campo a Buenos Aires sul tema dei desaparecidos argentini (e nello specifico su quello dell’identità negata), diventa uno spettacolo, prodotto dal Teatro Vittorio Emanuele di Messina, con la Compagnia Daf - Teatro dell’Esatta Fantasia ed in collaborazione con l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico.
Scorrono in parallelo due storie, asimmetriche nel tempo e nello spazio, ma intrecciate indissolubilmente: vi si racconta, da una parte, la vicenda esemplare di una madre-nonna de Plaza de Mayo, Maria Fernandez, casalinga semianalfabeta che diventa, per necessità, una militante rivoluzionaria, arrestata, torturata ed esiliata, perché cerca prima i suoi figli, quindi i nipoti, fatti scomparire per motivi politici dalla dittatura della giunta militare argentina di fine anni ’70, primi anni ’80 del secolo scorso. La storia di Maria, alla ricerca dei figli e poi dei nipoti, s’intreccia con quella della madre “usurpatrice”, Mercedes, e della sua famiglia, il cui dominus è Ignacio Mendoza, vero e proprio burattinaio nascosto di entrambe le storie: come accadeva spesso, i figli dati alla luce in cattività dai “sovversivi” vengono affidati, piccolissimi, a famiglie di militari, in questo caso la famiglia Mendoza, nella quale, Mercedes, l’unica figlia, è sterile. Pablo, Miguel, figli di Maria, e Irene, fidanzata di Pablo, catturati dai militari, vengono eliminati, Irene non prima di aver dato alla luce due gemelli, che crescono come Ignacio Guillermo (detto Nacho) e Maria Magdalena (detta Mari), in una famiglia che non è la loro, all’oscuro di tutto per molti anni, fino ad arrivare alla tragica scoperta della propria vera
identità. Gli avvenimenti si concentrano su un arco di tempo che va dagli anni ’70 ai nostri giorni, ma affondano le proprie radici storiche e geografiche fino all’inizio del Novecento e nell’Italia Meridionale: i figli di Maria, Pablo e Miguel, sono di origine italiana e il loro padre, Luis, è figlio di Luigi Bazzano, superstite del terremoto di Reggio e Messina del 1908 (a cui è dedicata una sostanziosa digressione). Ma nella dialettica tra la Storia e le storie, tra la cronaca e la leggenda, tra la realtà e l’invenzione, rientrano la Shoah (Irene è figlia di un comunista ebreo, sopravvissuto ai campi di concentramento), la rivoluzione messicana e Trotzky (il padre di Maria è un rivoluzionario trozkista che ha disseminato di figli mezzo Sudamerica), l’ascesa e la caduta di Peron e di Evita, il maggio del ‘68 a Parigi, la caduta del Muro di Berlino nell’89, la storia argentina degli ultimi quarant’anni, tra colpi di stato e aneliti di rivolta, tra realismo magico e tango. Nel lungo e devastante percorso di ricerca, muore misteriosamente Nacho (forse per l’intervento del nonno usurpatore); compaiono e scompaiono molti personaggi tra i quali Julio, marito di Mercedes, padre putativo dei gemelli, attivo nella repressione del dissenso, processato e amnistiato dopo il ritorno della democrazia; Maria Josefa, madre di Mercedes che impazzisce quando capisce la verità; Antonia, che ha condiviso con Irene il parto in cella nel campo di concentramento clandestino e che un giorno, rilasciata, incontra fortunosamente Maria e le racconta quello che non avrebbe mai saputo sui suoi nipoti.
Come le rette parallele che all’infinito s’incontrano, i due fili che hanno corso in avanti e all’indietro per tutto il romanzo, inseguendosi, intravedendosi talora, sognandosi reciprocamente, ma più spesso mancandosi, si ritrovano forse nel finale dello spettacolo, tra nonna e nipote: quel finale che ha riguardato fino ad oggi 117 nipoti ‘recuperati’ grazie al lavoro straordinario delle Nonne di Plaza de Mayo e che attende ancora centinaia di bambini e bambine, oggi uomini e donne, dispersi forse anche in Italia, privati del ‘diritto di assomigliare a sé stessi’, di avere un’identità vera e non ingannevole, una vita autentica e dissequestrata.

dal 9 al 14 maggio 2017    

CHI HA PAURA DI VIRGINIA WOOLF?
di Edward Albee
traduzione Ettore Capriolo
con Milvia Marigliano, Arturo Cirillo, Valentina Picello, Edoardo Ribatto
scene Dario Gessati
costumi Gianluca Falaschi
luci Mario Loprevite
regia Arturo Cirillo
produzione Tieffe Teatro Milano

Martha e George sono una coppia di mezza età che ha invitato a casa Honey e Nick, due giovani sposi che hanno appena conosciuto. In un vorticoso crescendo di dialoghi serrati, con la complicità della notte e dell'alcool, il quartetto si addentra in una sorta di gioco della verità che svela le reciproche fragilità individuali e di coppia. Il risultato della serata è un gioco al massacro, una sfida collettiva alla distruzione di sé e degli altri, che rende ogni personaggio, allo stesso tempo, vittima e carnefice.
Il testo Chi ha paura di Virginia Woolf? credo sia una potente macchina attoriale, cioè penso che esista fortemente in funzione del teatro. Come certa drammaturgia contemporanea, penso a Spregelburd per esempio, non è tanto nella sua lettura che si coglie la vera qualità della scrittura, ma nella incarnazione umorale e psicologica che avviene, quando si incomincia a lavorare con gli attori. Un teatro che usa un linguaggio naturalistico, ma che non si preclude una possibilità più astratta, anzi direi che la sottende. Già il basso continuo dato dallo stato di alterazione alcolica presuppone una forma di recitazione sporca. Come anche invita verso una estremizzazione la valenza fortemente simbolica dei quattro personaggi, con la coppia più giovane specchio e parodia di quella più anziana, accomunate da un problema di genitorialità. Un testo bulimico ed estremo, sismico, che mi ha fatto pensare ad una scena smossa essa stessa, sconnessa, che ti scivola sotto i piedi. Una scena che va in pezzi, si spezza, crolla, come il nostro Occidente incapace di uscire da se stesso e vedere il mondo. Il tutto a ritmo di batteria, colpi su colpi.
Il testo di Albee è una spietata riflessione sulla nostra cultura, sul nostro egocentrismo, sul nostro cinismo, e sull'amore. Come in un gioco al massacro, come in un interrogatorio o in una tortura, siamo in un stanza, un salotto, in una notte di sabato, dove pian piano si dà inizio ad un sacrificio, un esorcismo. Giocando e recitando ci si trova davanti alla propria distruzione, allo stato di noia che nasce dopo la perversione, a quel non sapere più cosa fare dopo aver fatto fuori tutto. Nel distruggere l'altro si distrugge se stessi, e poi ci si trova soli con l'altro, due solitudini a confronto, senza più difese, senza più riti che ci proteggono, senza più teorie analitiche che ci consolano; soli e spaventati da tutto quello che la nostra mente non ci voleva far vedere. Soli davanti alle proprie paure, come un bambino nel bosco, o di notte con i propri incubi. E poi, forse, quando sta per nascere l'alba, immaginare di potersi prendere cura di sé, e dell’altro, con dolcezza e morbidezza.
Arturo Cirillo

15 maggio 2017   Vascello in musica

CANTI D'ESILIO
concerto in onore dei poeti senza più una patria
musica di Matteo D’Amico, Carlo Galante, Louis Bacalov
Carlo Putelli, Daniele Corsi
direttore Tonino Battista con l’Orchestra di Musica per Roma
soprano primo Maria Chiara Chizzoni, soprano secondo Patrizia Polia, Tenore Carlo Putelli, Basso Giuliano Mazzini Sax Soprano e Contralto Francesco Marini
voce recitante Riccardo Polizzy Carbonelli
produzione Il Labirinto Vocale Parco della Musica Contemporanea Ensemble

17 - 18 - 19  maggio 2017  arte performativa sala studio, foyer, quartiere Monteverde
DYNAMICA
ideazione e realizzazione Dynamis
regia Andrea De Magistris
produzione Dynamis in collaborazione con La Fabbrica dell'Attore – Teatro Vascello
Una tre giorni dynamica dove confrontarsi con gli stimoli di ricerca di Dynamis. Si alternano performance, installazioni, laboratori, in teatro e nel quartiere, realizzate negli anni attorno ai temi centrali su cui il gruppo lavora: la riappropriazione della città e il contatto pragmatico con gli spazi narrativi individuali e collettivi. Il Teatro è aperto per e verso il quartiere ed eletto luogo di partenza per indagare rotte virtuose di affermazione identitaria, individuale e collettiva, strumento pragmatico per fortificare le strade utopiche di sperimentazione artistica, sociale, educativa, da distruggere e ricostruire assieme.
Dynamis è un gruppo di ricerca artistica, una comunità di studio dedicata al teatro e alle arti performative con base a Roma, al Teatro Vascello.
L'obiettivo dei percorsi formativi è orientare verso un nuovo linguaggio performativo e comunicativo per avvicinare e formare un nuovo Attore, critico, sensibile, partecipativo.
La ricerca muove dallo studio delle dinamiche sceniche e sperimenta il superamento delle strutture teatrali abituali per approfondire un linguaggio performativo altro e dynamico, in potenziale continua trasformazione. Le drammaturgie prediligono le dimensioni del reale e sono il risultato di contributi, condizionati dagli umori del vissuto quotidiano, dell'individuo, la sua relazione con se stesso, gli altri e lo spazio.
Tecnicamente l'educazione alla pratica teatrale muove dallo studio del corpo dalla Biomeccanica di Vsevolod Mejerchol'd alle tecniche che disciplinano e guidano un'azione scenica secondo i principi di un’organizzazione cosciente. Tutte le attività proposte da Dynamis sono organizzate attorno alla comunità di lavoro, condizione necessaria per lo sviluppo armonico dei tre centri individuali: fisico, intellettuale, emotivo.

17 - 18  maggio 2017   Danza

TABULA
idea e coreografia Katarzyna Gdaniec e Marco Cantalupo
interpreti Pascal Bayart, Marti Güell Vallbona, Ai Koyama, Dorota Łęcka
Raquel Miro, Jean-Yves Phuong, Marie Urvoy, Michalis Theophanous
luci German Schwab
musiche Hildur Gudnadottir, Svarte Greiner, Raime, Koen Holtkamp
montaggio musiche Marco Cantalupo, François Planson
scenografia Gilbert Maire, Romaine Fauchère
costruzione scenografia Atelier Arrière-Scènes

costumi Katarzyna Gdaniec
produzione  Compagnie Linga, L’Octogone Théâtre de Pully

In TABULA, le regole del gioco sono costantemente modificate dal movimento di una scenografia imponente, due tavole massicce che esplorano, nelle loro variazioni spaziali, tanto l’immobilità di una “ultima cena” che il movimento di un conflitto territoriale.
Lo spazio è qui la parola chiave. Spazio condiviso, conquistato, rivendicato dagli inter- preti di una danza a fior di pelle, contrastata e potente. Modulato all’infinito, lo spazio scenico non è più rigido, limitato, ma diviene sostanza viva ed elastica.
L’ambiente musicale è mixato, ibrido tra il nuovo classico e la drone music minimalista, mentre le luci “tagliano” i corpi e le forme architettoniche create dalla scenografia. Otto danzatori modulano così all’infinito il campo d’azione, erigono muri, torri e ponti, creando alleanze e contrasti inediti, strappandosi parti di territorio. La risonanza con un’attualità sempre più impregnata di conflitti e barriere è immediata.
TABULA propone un teatro delle operazioni a geometria variabile, nel quale i corpi si battono per la conquista dello spazio vitale.

dal 19 al 21 maggio 2017    

SCAPEZZO
di e con Nicola Vicidomini
e con Sarò Zero e Italo Vegliante
costumi Sarò Zero
regia M Deborah Farina
produzione Baracca Vicidomini
Scapezzo è un excursus umoristico senza alcun approdo,
un continuo corto circuito che contempla il fallimento come condizione umana e universale in quel caos che è la natura.
Nicola Vicidomini

Vicidomini passa i suoi giorni senza far nulla. Aspettando il tram, si innamora di sè stesso. Accumula debiti per farsi regali ed è costretto a corteggiare una "viecchia cuntessa" molto ricca. Giunge alla conclusione che gli piacciono le "viecchie". Infastidito dai rumori in casa (continui consigli del nonno e vicini che bussano alla porta 24 su 24), chiede ospitalità a Piero Angela affinchè possa studiare serenamente per conseguire "'u cuncors a cattedr". Diventerà in seguito garbatissimo chansonnier, produttore cinematografico e di fotoromanzi realizzati con foto rubate, manager squattrinato di artisti inesistenti, operatore culturale, presentatore e politico. L'habitat scenico, spoglio e disadorno, si popolerà di "pulacche" alla ricerca di "viecchi facultosi” con cui relazionarsi sentimentalmente, chansonnier strampalati, personaggi da talent show e altre fallimentari meraviglie.
Nicola Vicidomini è considerato un innovatore del linguaggio umoristico. Nel 2008 realizza l'opera discografica Scendi Vittorio Scendi, in collaborazione con la Andy Warhol Foundation for the Arts di New York. Nel 2009 è nel cast del programma di Marco Giusti Stracult Show (Rai2), in coppia con Stefano Sarcinelli. L'esperienza televisiva proseguirà attraverso costanti partecipazioni a programmi Rai, tra i quali Telethon 2010, Base Luna, Stracult 2010 e 2011. Nello stesso anno è ospite del Festival Internazionale del Film di Roma. Nel settembre 2010 le Università di Barcellona e Salerno, dedicano un'intero incontro all'approfondimento del suo lavoro, all'interno del convegno annuale "Corpi Destrutturati”. Nel 2012 è tra i protagonisti del programma Stracult. Nel 2013 è lo strampalato pianista Raffaello Megna a Meno male che c'è Radio 2 in compagnia di Nino Frassica e Simone Cristicchi; cura un suo spazio, inoltre, con successo, in Stracult 2013, al tormentone "Mi piacciono le viecchie". Nello stesso anno è ospite del Festival Internazionale del Cinema e delle Arti "I mille occhi" - Trieste, con l'opera sperimentale "De Sancta Quiete", film del quale ha curato la regia. Nel 2014 è nel cast del programma di Italia 1 Colorado nei panni del suo Zincaro, maschera moderna che si assume il fallimento di tutte le cose. E’ ospite, inoltre, con Mario Marenco e Nino Frassica a Che Fuori Tempo Che Fa, programma di Rai3 condotto da Fabio Fazio. Torna nell’edizione 2015 di Colorado con il Mumento Culturale . Porta in giro con successo SCAPEZZO, spettacolo che ha registrato molti sold out, caso unico del panorama comico.

dal 22 al 24 maggio 2017    

DA SOLI NON SI E' CATTIVI
dai racconti di Tiziana Tomasulo
con Simone Barraco, Francesca Farcomeni, Francesco Meloni, Marta Meneghetti
Ramona Nardò, Francesco Zecca
assistente alla regia Federico Spinelli
aiuto regia Francesco Meloni
regia Fabiana Iacozzilli
produzione Lafabbrica in collaborazione con La Fabbrica dell'Attore – Teatro Vascello
con il sostegno di Kollatino Underground, Associazione Ex Lavanderia, Clossa Lab

“Da soli non si è cattivi” è una raccolta di racconti nella quale mi sono imbattuta quest’inverno. I personaggi che descrive l’autrice sono esilaranti nella loro lucida cattiveria ma lasciano intravedere, e questo è per me il dato più interessante, quelle pulsioni profonde di cui ogni essere umano si vergogna.
I pensieri di morte e di vendetta strettamente connessi al  desiderio di distruggere l’altro (e tutti li abbiamo avuti anche solo per una frazione di secondo) sono qui ingigantiti al punto da essere il motore principale di ogni racconto.
I protagonisti di queste storie sono il male e la miseria che li abitano ed è proprio per questo che sono pieni di grazia e di bellezza. Ed eccoci dunque di fronte ad una donna che dopo la morte di sua figlia chiede insistentemente alla sorella di uccidere la propria per ritornare ad essere uguali, ad un uomo che decide di uccidere perché non più in grado di trattenere la pipì, ad un uomo o ad una donna che s’incatena al divano perché preferisce immaginare la vita invece di viverla, ed ancora ad una coppia che vive la relazione d’amore unicamente per dimostrare all’altro di poter essere il migliore tra i due.
E dunque “da soli non si è cattivi” è una riflessione sulla nostra incapacità di relazionarci con l’altro, di provare sentimenti quali l’amore, la compassione, il perdono, sul preferire la solitudine… insomma un materiale di lavoro assolutamente contemporaneo.
La compagnia sta lavorando su quattro di questi racconti (Il coinquilino di Ido; La figlia di tutti; L’amante; Catene) che saranno messi in scena in forma di quadri autonomi. L’obiettivo è di riuscirne a lavorare sei ma, essendo solo a dieci mesi dal debutto, non sappiamo se sarà possibile.
Un unico set, un unico ambiente: Una Casa.
Una Casa con la sua claustrofobia; Una Casa asfissiante ma più libera; Una casa  dove comunque ci diamo sempre ragione; Una Casa dove lo stare al mondo diventa non dico accettabile ma almeno tollerabile.
Vogliamo chiudere questa riflessione/presentazione del progetto con una frase di Murakami che racchiude il senso del lavoro che stiamo facendo: “La cattiveria nasce da sentimenti negativi come la solitudine, la tristezza e la rabbia. Viene da un vuoto dentro di te che sembra scavato con il coltello, un vuoto in cui rimani abbandonato quando qualcosa di molto importante ti viene strappato via”.

dal 26 al 28 maggio 2017     Teatro e danza
SAREMO BELLISSIMI E GIOVANISSIMI SEMPRE
LA SCELTA - BEATI PAUPERES SPIRITU/ECKHART PROJECT
testi e regia Marco Chenevier
coreografia e interprete Marco Chenevier
direttore di palco Andrea Sangiorgi
Produzione: TIDA - Theatre Danse con il sostegno del MIBACT - Ministero dei beni e delle attivita culturali e dell'Assessorato Istruzione e Cultura della Regione Valle d'Aosta
Il performer, ingabbiato nel compito di dover realizzare uno spettacolo su Meister Eckhart, si rende conto della difcoltà dell'operazione quando oramai è stato accettato l'incarico.
La ricerca dell'interiorità secondo il mistico domenicano del XIV ー secolo Meister Eckhart, deve essere perseguita nella dissoluzione dell'egoità cercando la solitudine interiore, distaccandosi dalla volontà dalla memoria, dai sensi e dal giudizio.
Dapprima adottando un atteggiamento intellettuale e analitico, il performer riprende i fondamenti della mistica di Eckhart tentando innumerevoli volte di tradurne almeno uno in uno spettacolo di danza.
Ma nell'autocensura dei tentativi l'analisi si perde nella vana ricerca di un'idea drammaturgica che sembra continuamente fallire.
Il malessere e le rifessioni vengono così condivisi con il pubblico in modo leggero e divertente in una parziale frattura del codice.
Il ragionamento, esausto, porta il performer a chiedersi infne se non fosse sbagliato il processo in sé. La chiave di volta potrebbe essere quella di domandarsi quale sia il senso di un lavoro su Eckhart oggi, e se l'accusa di eresia che egli subì sette secoli fa non palesi un confitto atavico tra potere ed interiorità
La costruzione scenica rivela la scrittura della drammaturgia stessa, la quale diventa il flo conduttore che lega i quadri, le coreografe e le scene.
La vita del mistico e la sua ricerca del distacco si intrecciano con una rifessione sul ruolo dell'arte contemporanea nella società odierna, incentrata su modelli esteriori volti alla propaganda del consumismo. Forse Eckhart, anche oggi, verrebbe tacciato di eresia non più dalla Chiesa, bensì dal Mercato.

29 maggio 2017    

ATELIER TRANSEUROPA EXPRESS
CARIATIDE CANZONE
da Le Troiane di Euripide
progetto di Carlo Quartucci e Carla Tatò

IL VASCELLO DEI PICCOLI
15 - 16 ottobre 2016 sala studio

LA GALLINA Alfonsina e il re
spettacolo di teatro d'attore con pupazzi e musica dal vivo
di e con  Luisa Piazza
chitarra Emanuela Maglio
pupazzi e scene Valentina Bazzucchi
regia Matteo Rigola
produzione Compagnia Grandangolo

22 - 23 ottobre 2016 sala studio

I MUSICANTI DI BREMA
spettacolo di teatro d'attore con pupazzi
di e con  Luisa Piazza e Laura Saccani
produzione Compagnia Grandangolo

29 - 30 ottobre 2016 sala studio

LA TENDA ERRANTE – ZIO LUPO
ideazione e realizzazione Dynamis
regia Andrea De Magistris
produzione Dynamis  in collaborazione con La Fabbrica dell'Attore – Teatro Vascello

26 - 27 novembre 2016

HOME ALONE
spettacolo di danza per il giovane pubblico con interazioni video
invenzione Alessandro Sciarroni
consiglio Lisa Gilardino
produzione Balletto di Roma

3 - 4 dicembre 2016

DINOSAUR SHOW “LIVE EXPERIENCE”
uno spettacolo con Attori e Dinosauri “Vivi”
di Flavio Colombaioni
produzione Fratelli Colombaioni

11 - 16 e 17 dicembre 2016

LA MERAVIGLIOSA ARTE DELL’INGANNO
di e con Bustric
produzione Sergio Bini

dal 26 dicembre  all'8 gennaio 2017

BUBBLES
uno spettacolo di bolle di sapone di Marco Zoppi
con Marco Zoppi
e  Rolanda Sabaliauskaite
produzione La Fabbrica dell'Attore – Teatro Vascello

dal 14 gennaio al 19 febbraio 2017

CIRCO PINOCCHIO
di Leonardo Angelini
diretto e interpretato da Valentina Bonci, Isabella Carle, Matteo Di Girolamo
Marco Ferrari, Chiara Mancuso, Valerio Russo, Pierfrancesco Scannavino
produzione La Fabbrica dell'Attore – Teatro Vascello in collaborazione con La Scuola Romana di Circo

dal 25 febbraio al  9 aprile 2017

IL LIBRO DELLA GIUNGLA
diretto e interpretato da Valentina Bonci, Isabella Carle, Matteo Di Girolamo
Marco Ferrari, Chiara Mancuso, Valerio Russo, Pierfrancesco Scannavino
produzione La Fabbrica dell'Attore – Teatro Vascello

18 e 19 marzo 2017

IL VILLAGGIO
ideazione e realizzazione Dynamis
regia Andrea De Magistris
produzione Dynamis  in collaborazione con La Fabbrica dell'Attore – Teatro Vascello

dal 22 al 30 aprile 2017

ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE
regia Danilo Zuliani
produzione Nomen Omen



dal 5 al 14 maggio 2017

SPAZZASMOG
di Valentina Bruscoli
regia Valentina Bruscoli
produzione La Fabbrica dell'Attore – Teatro Vascello

INFORMAZIONI E BOTTEGHINO


STAGIONE DI TEATRO E DANZA
Orari:
tutti i giorni ore 21.00   domenica ore 18.00

Biglietteria:
Intero Prosa 20,00 €
Ridotto Prosa over 6 15,00 €
Ridotto Prosa student 12,00 €
Posto unico Danza  15,00 €
Posto unico Sala Studio 10,00 €
Servizio di prenotazione 1,00 € a biglietto

Abbonamenti:
10 spettacoli a scelta 100,00 €
5 spettacoli a scelta 60,00 €
Se ti abboni entro il 4 ottobre l’accompagnatore paga 5,00 € a spettacolo
esclusi i Festival




VASCELLO IN MUSICA
Orari:
ore 21.00

Biglietteria:
Intero € 15,00
Ridotto over 65 e studenti € 12,00
Servizio di prenotazione € 1,00 a biglietto



IL VASCELLO DEI PICCOLI
Orari:
sabato ore 17.00   domenica ore 15.00

Biglietteria:
Posto unico  10,00 €
Servizio di prenotazione 1,00 € a biglietto

Abbonamento:
5 spettacoli a scelta 40,00 €

TEATRO VASCELLO
via Giacinto Carini, 78 – 00152 Roma
Tel. 06.5881021/06.5898031
www.teatrovascello.it promozione@teatrovascello.it
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Coop. La Fabbrica dell'Attore - Onlus
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TEATRO VASCELLO
via Giacinto Carini n.78- info: 065881021 -065898031

IL Teatro Vascello si trova nello splendido quartiere di Monteverde vicino al Gianicolo sopra a Trastevere a Roma, con i suoi 350 posti, la platea a gradinata e il palcoscenico alla greca permette un'ottima visibilità da ogni postazione.
Il Teatro Vascello propone spettacoli di Prosa, Spettacoli per Bambini, Danza, Drammaturgia Contemporanea, Eventi, FestivaL, Rassegne, Concerti, Laboratori

Come raggiungerci con mezzi privati: Parcheggio per automobili lungo Via delle Mura Gianicolensi, a circa 100 metri dal Teatro. Parcheggi a pagamento vicini al Teatro Vascello: Via Giacinto Carini, 43, Roma; Via Francesco Saverio Sprovieri, 10, Roma tel 06 58122552; Via Maurizio Quadrio, 22, 00152 Roma, Via R. Giovagnoli, 20,00152 Roma
Con mezzi pubblici: autobus 75 ferma davanti al teatro Vascello che si può prendere da stazione Termini, Colosseo, Piramide, oppure: 44, 710, 870, 871. Treno Metropolitano: da Ostiense fermata Stazione Quattro Venti a due passi dal Teatro Vascello