mercoledì 29 giugno 2016

Alessandro Di Maio a "Percezioni - Festival di Musica e Immagine": l'intervista di Fattitaliani

Il 1° luglio a Casteltermini (Agrigento), presso il locale Dejavu (Piazza Duomo) avrà luogo la seconda edizione del Festival “Percezioni - Festival di Musica e Immagine” in cui concorrono dieci artisti - con opere audio e video- suddivisi tra sezione Musica e sezione Immagine.
Ecco i nomi: per la sezione “Immagine”: Elena Baroglio (Roma) con Qui non ci sono alberi; Simone Loi (Dorgali - NU) con Autism Disorder 2.0; Chiara Caterina (Salerno) con Untitled; Sara Bonaventura (Treviso) con Temple dragonfly; Gerardo Schiavone (Grassano - MT) conDBTE e Salvo Caruso (Altofonte - PA) con Luci nella notte.
Per la sezione “Musica”: Alessandro Di Maio (Roma) con Dichotomia; Duo Mediterraneo (Porto Empedocle - AG) con Avalos; Simona Mancini (Roma) con Desert Moon e Stefano Greco (Copertino - LE) con Breathe.

Tre domande ad Alessandro Di Maio:
Qual è il tuo background artistico e qual è l’abilità principale di un
compositore secondo te?
Ho cominciato ad avvicinarmi alla musica studiando la chitarra elettrica, per poi cominciare
un percorso di studi in tecnico del suono al conservatorio di Frosinone.
Durante il triennio di studi in tecnico del suono, ho sviluppato sempre più interesse per il dipartimento di musica elettronica dello stesso conservatorio. Dopo la laurea in tecnico del suono, infatti, mi sono iscritto al biennio di “Composizione Audiovisiva Digitale” del dipartimento di Musica Elettronica, affrontando il tema della composizione con un approccio diverso da quello dei conservatori classici.
Si è data tantissima importanza al rapporto tra suono e immagine, al timbro, allo sviluppo di una sensibilità nella scelta ed elaborazione dei materiali compositivi, alla gestione della forma compositiva di un brano ecc.
Gli studi che ho seguito in questi anni mi hanno portato a concepire suono e musica come un’entità unica, a trattare il suono in maniera musicale e viceversa, a trattare la musica lavorando soprattutto sul timbro, sullo spazio e sul senso di essa.
Quando lavoro nel reparto sonoro di un prodotto audiovisivo, preferisco concentrarmi nella
sezione del sound design, perché penso sia la fase più creativa e stimolante della produzione sonora in generale. Nel Sound Design non esiste il pensiero “non si può fare”, può essere creato tutto. Un buon sound designer può modellare totalmente lo stile sonoro di un prodotto, trasformando espressivamente e sensorialmente un ambiente in modo di massima incisività.
Con l’avvento della musica concreta il divario tra suono e musica si è annullato: la tecnologia ci permette oggi di creare musica da qualsiasi elemento. Basta avere un piccolo registratore portatile e abbiamo tutto il mondo che ci circonda a disposizione, sta solo a noi donargli la giusta musicalità. Infatti, mi piace integrare anche con una musica più tradizionale dei suoni naturali e concreti.
Ai giorni d’oggi abbiamo così tanti strumenti a disposizione che spesso siamo confusi su quali utilizzare e come. L’abilità di un compositore nel 2016 secondo me è quella di dare un senso al materiale che si sceglie e canalizzarlo in un messaggio concreto e fruibile.
Cosa ti ha portato a comporre un brano come “Dichotomia”?
Ho sempre avuto una fortissima empatia con tutti i suoni naturali, sin da bambino. Affrontando con il passare degli anni percorsi di studio come la composizione, il sound design e la produzione sonora di prodotti audiovisivi non potevo non elaborare un brano che trattasse il tema del paesaggio sonoro naturale. Il tutto è nato da un’elaborazione di registrazioni di campane tibetane (strumento che adoro particolarmente) creando un’atmosfera cupa e tensiva. Da questa sperimentazione è venuto l’input di creare un dialogo tra una dimensione che si potrebbe riferire al cosmo e una dimensione naturalistica. Ho voluto dare la sensazione di cambiamento e trasformazione della natura. All’ascolto spesso si potrebbe avere la sensazione di indebolimento della natura, ma in realtà lo intenderei semplicemente come trasformazione. Alla fine infatti, nonostante la natura sia meno ricca rispetto a prima, si sente che è rinata, e che si sta riformando, nonostante il conflitto che ha subito.

Cosa ne pensi del tema del festival, del “paesaggio che scandaglia le
facce della trasformazione”?
Appena ho letto il tema del festival ho avuto un sussulto proprio perché avevo finito di comporre da poco il brano “Dichotomia”, che tratta proprio di questo tema. Sono sempre molto vicino a temi che riguardano l’analisi e l’osservazione del paesaggio, perché penso che abbiano una fortissima influenza su ognuno di noi. Io sono nato e cresciuto a Roma, ma nonostante ciò ho sempre accusato il caos e la frenesia di una grande città. Spesso infatti, mi rifugio nei grandi parchi che Roma per fortuna offre (soprattutto il Parco della Caffarella, che posso ritenere come la mia seconda casa ormai). Mi piace osservare tutti i suoni che si manifestano naturalmente e che formano una grandissima composizione, che sta solo a noi percepire ed ascoltare.
La concezione di paesaggio sonoro infatti è molto lontana da molte persone, a causa del forte inquinamento acustico che attanaglia moltissime regioni. Non si ha più una “cultura del paesaggio sonoro” proprio perché non gli si dà la giusta importanza, ed io con “Dichotomia” ho voluto dare una buona fetta della composizione semplicemente all’ascolto della natura che manifesta una musicalità spontanea. La natura è incredibile e spesso crea delle armonie bellissime, ma spesso nemmeno ci facciamo caso.