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| Foto di Gianni Brucculeri |
di Giovanni Zambito
Non accade di frequente, ormai, che i lettori si
affezionino a un personaggio della narrativa senza che questo sia sostenuto dalla
notorietà dell’attore che lo interpreta in una serie televisiva. Erano anni che
i lettori chiedevano a Mariano Sabatini via social che fine avesse fatto il suo
Leo Malinverno, giornalista investigativo romano, protagonista di due fortunati
romanzi: L’inganno dell’ippocastano e
Primo venne Caino, vincitori di vari
prestigiosi premi, tra cui il Flaiano, entrambi tradotti nei paesi di lingua
francese. Era il 2016 quando Salani mandava nelle librerie il primo titolo,
fino ad allora Sabatini aveva firmato centinaia di articoli e svariati libri di
carattere saggistico. Poi come ha avuto modo di raccontare, aiutando l’amica
Elda Lanza (prima presentatrice della Tv, nonché giallista di successo) a
collocare un suo romanzo, gli è venuta la voglia e la spinta di scriverne uno
anche a lui. Detto, fatto. Due edizioni in due settimane e il sostegno di un
collega illustre come Maurizio De Giovanni che ravvisò in lui “inquietanti doti
di preveggenza”. L’inganno dell’ippocastano che prende le mosse dall’omicidio di
un candidato sindaco di Roma si muove tra politica e malaffare e uscì in pieno
scandalo di Mafia Capitale, di fatto anticipandone i risvolti. La buona notizia
è che, a distanza di un decennio, non solo quei romanzi stanno per tornare, ma
presto sarà disponibile un nuovissimo titolo di cui avremo modo di parlare.
Intanto chiediamo a Sabatini cosa è accaduto finora: <<Sono ancora vivo,
intanto. Almeno per me è una buona notizia!>>
Ed è vivo anche
Leo Malinverno e, come si dice, lotta insieme a noi?
Certo, certo. Come ebbe a dire il grande Enzo Biagi,
senza volermi paragonare ma solo omaggiarlo, c’è stato qualche inconveniente
tecnico e l’intervallo nel mio caso è stato più lungo. Non sono stato con le
mani in mano ma intorno a me c’era la nebbia dell’editoria e qualcuno ci
soffiava dentro. Posso dire che io ce l’ho messa tutta per diradarla. Se c’è
una cosa che mi riconosco è la tenacia. Scrivere un romanzo è un lavoro
improbo, almeno per me, ma pubblicarlo è diventata un’impresa titanica.
Stanno per tornare
i tuoi primi romanzi, dunque?
È già disponibile L’inganno
dell’ippocastano, sia in ebook che cartaceo, e dal 12 febbraio ci sarà Primo venne Caino. Poi dal 12 marzo,
finalmente, arriverà il nuovo romanzo dal titolo Mutevoli nascondigli.
Perché hai scelto
il marchio Indomitus Publishing?
Semplice, perché Davide Radice, che ha una considerevole
esperienza nell’editoria internazionale e ha lavorato per Amazon Publishing
Italia, sa quel che fa e mi ha riservato un’accoglienza meravigliosa, ha
inoltre una perizia e una velocità di esecuzione non comuni. Mi piace la sua
filosofia di lavoro. Tutte cose che mi fanno ben sperare nella buona resa
dell’operazione, senza dimenticare che si tratta di libri e non di prosciutti.
È una velata
polemica verso l’editoria vecchio stampo?
Diciamo che la comprendo meno, faccio fatica a capire
dove vadano e cosa cerchino. Al di là dei numeri, mi sembra che storie,
personaggi e soprattutto qualità di scrittura contino sempre meno. Ci si
dimentica che gli attori principali della commedia dovrebbero essere gli
scrittori, quelli da cui tutto procede e che consentono che il sipario si apra
e ci sia uno spettacolo. Troppo spesso invece gli scrittori vengono trattati
come gli ultimi degli ultimi, abbandonati a loro stessi, rendiconti non
inviati, royalties truccate o non corrisposte, troppe risposte non date. Sono
solo alcune delle umiliazioni che molti subiscono. In tutto questo mi stupisce
sempre come mai ci siano tanti aspiranti scrittori.
E pochi lettori…
Sempre meno, sempre più distratti dai libroidi che
propongono le cosiddette major, i grandi marchi all’inseguimento di attori,
influencer, personaggi. Scriventi, non scrittori. Lo scrittore puro è in via
d’estinzione, così come i lettori forti, quelli che non si fanno imboccare le
letture dai finti proclami di vendita. Mezzo milione di copie, sette edizioni
in una settimana, cose così.
I tuoi romanzi non
saranno, come si dice, in tutte le librerie.
Saranno nelle librerie di librai intelligenti che se li
procureranno. E poi saranno sulla più grande libreria del mondo che è Amazon.
Io stesso, pur continuando ad amare le librerie, acquisto spesso online. Si
trovano titoli da tempo espulsi dagli scaffali delle librerie e arrivano, si
può dire, il giorno dopo, al massimo in due giorni. Stesso discorso per molti
altri store. Le librerie di catena purtroppo sono perlopiù empori di prodotti
diversi e hanno sempre gli stessi nomi. Un panorama un po’ asfittico.
Perché piace
Malinverno?
Intanto ci tengo a dire che è il primo e inimitabile,
anche se un altro scrittore ha provato a fregarmi il cognome. Come se qualcuno
proponesse un altro Montalbano. Si tratta di cognomi singolari e prima di
utilizzarne uno magari fai un giro sul web per capire se qualcun altro prima di
te lo ha scelto. Vabbè, il mio Malinverno piace perché è simpaticamente
sbruffone, coraggioso, si butta nelle cose, è un sentimentale ma non
sdolcinato, ama le donne ma le teme anche, rifugge il coinvolgimento perché
l’amore per l’investigazione giornalistica, per la notizia, prevale su tutto.
Ti piace scrivere di lui?
È un caro amico, o forse il fratello che non ho avuto.
Inevitabilmente ha qualcosa di me, come tutti i personaggi che passano per la
tastiera di un narratore. Poi faccio fatica come sempre a scrivere, perché ho
un rispetto sacrale di questo lavoro e scrivere obiettivamente svuota,
dissangua, sugge energie vitali. Altroché “sempre meglio che lavorare”…
Mica vorrai
smettere?
Fossi ricco smetterei, passerei la vita a leggere. Ma
sono povero e mi tocca proseguire.
Leggeremo mai
altro di tuo che non sia Malinverno?
Se è per questo ho appena terminato un romanzo che vede
protagonista una donna, è stata una sfida con mia figlia Flavia che sostiene io
non sappia caratterizzare i personaggi femminili. Vedremo se piacerà agli
editori.
È sempre un noir o
un thriller?
Sì, direi un noir psicologico. Ogni genere ha le sue
difficoltà, il crime richiede una coerenza nella distribuzione degli indizi,
perché alla fine tutto deve tornare, senza prese in giro né fregature per il
lettore. Allo stesso tempo bisogna approfondire le psicologie dei personaggi,
tenere alto il tono degli accadimenti, bilanciare le descrizioni, creare le
atmosfere. Insomma, bisogna scrivere, sempre di quello si tratta. Possibilmente
facendolo in una lingua bella, godibile, curata.
Torniamo a
Mutevoli nascondigli, di che si tratta?
Per la trama rimando ad Amazon dove il romanzo è già in
preordine. La vicenda riparte esattamente laddove si era interrotta in Primo venne Caino, sul serial killer di
persone tatuate. Poi però vira sull’omicidio di Petronio Grigo, uno scrittore
di best seller che ha altro per la testa. E mi sconvolge la mia capacità
predittiva, tutto quello che descrivo nei miei romanzi mi capita poi nella
vita.
A cosa ti
riferisci?
A una cosa che succede a Mainverno e che poi è accaduta
anche a me. Lo scoprirete leggendo.
E il titolo,
enigmatico ed evocativo come tuo solito, a cosa rimanda?
A una bellissima frase di Carlo Levi, tratta da una sua
introduzione del Tristram Shandy di
Sterne. L’ho messa in esergo. Spesso mi faccio ispirare da spunti letterari, la
poesia di Primo Levi per L’inganno
dell’ippocastano, la Bibbia per Primo
venne Caino. Se mettendomi a scrivere un romanzo non ho il titolo mi sento
disarmato. Il titolo mi dà i confini, il tono, la motivazione. Spero che i
lettori apprezzeranno.

