giovedì 11 marzo 2021

Giordano Petri e il lavoro per sottrazione nel film "Credo in un solo padre”. L'intervista di Fattitaliani


Giordano Petri
torna al Cinema con un ruolo da protagonista. Dall’8 marzo in esclusiva sulla piattaforma CHILI con il film “Credo in un solo padre”. Nel Cast oltre agli attori citati nell’intervista, ci sono Flavio Bucci e Francesco Baccini. Lo abbiamo intervistato per fattitaliani.it.

“Credo in un solo padre” ha come tema la violenza domestica. In che modo è stata raccontata? 
E’ una sofferta preghiera che una donna recita per scongiurare l’ennesima violenza di un carnefice, una persona che è al suo fianco e che invece di amarla si rivela una persona crudele e vigliacca. Vuole essere in qualche modo un Film con un monito di dolore, una supplica che tutte quelle persone, vittime di violenza fanno, cercando di trovare un’espiazione attraverso un’eventuale denuncia che possa dare soluzione al fatto commesso e una rivalsa nella società e nel territorio dove vivono. 
Racconta una duplice violenza sessuale, perpetrata dal nonno Giuseppe, interpretato in maniera magistrale da Massimo Bonetti, prima nei confronti della nuora (Anna Marcello) e poi della nipote (Chiara Primavesi).
Interpreto Gerardo Bianco che dovendo abbandonare il suo paese per cercare fortuna e dare un futuro migliore alla propria famiglia, affida la moglie e i figli al padre che dovrebbe essere la figura di riferimento e garantire una sorte di pace e armonia per tutto il tempo della mia temporanea assenza e invece si rivela  essere la figura negativa, capace di compiere gesti condannabili ed arrivare ad un epilogo drammatico in cui nessuno vorrebbe trovarsi. 

Quando hai parlato di duplice violenza pensavo ti riferissi sia alla figura del carnefice e sia alla giustizia perché spesso le denunce cadono nel vuoto, le donne non vengono credute, i tempi della giustizia sono lunghissimi…  
 
E’ stato proprio questo uno dei motivi che ha spinto il Regista Luca Guardabascio a raccontare la storia. Il Film parte da un’indagine sociale mossa dallo scrittore Michele Ferruccio Tuozzo nel libro “Senza far rumore” che fa un’indagine nel territorio, raccontando alcuni episodi, alcuni dei quali sono stati ispirati a storie vere come quella narrata nel Film. In questo libro ha raccontato che tanti anni fa, le storie di violenza    soprattutto in alcuni paesi dell’entroterra e della provincia erano sommerse da un’attenzione mediatica che non dava quella risonanza o comunque quell’importanza che invece meritava. Si preferiva tenere la testa sottoterra e fare in modo che il gesto grave e condannabile, compiuto, passasse come un piccolo screzio che si era creato in famiglia. L’uomo poteva legittimarsi di un gesto così grave, adducendo la colpa alla moglie che gli dava motivo non solo per compierlo ma anche per usare la forza e umiliarla davanti ad un fatto così grave. 
Il Film risulta necessario per aiutare tutte quelle donne che soprattutto in questo periodo di Lockdown si trovano ingabbiate nelle mura familiari e faccia a faccia con il proprio carnefice, spingendole a denunciare soprattutto al primo gesto di violenza, di umiliazione o di mancanza di rispetto e a raggiungere un qualsiasi centro di assistenza antiviolenza e denunciare il fatto e poi scappare dalla persona che non è adatta ad amare e né a condividere un percorso di vita.

Con la pandemia, la violenza si è moltiplicata! Condividere lo stesso spazio per tutta la giornata, scatena una mente ignobile che può essere quella di chi arriva a compiere un atto del genere. 
Assolutamente! Lo scopo del Film è quello di voler mostrare i fatti nella loro crudeltà, parlarne, sottolineare questi gesti crudeli, proprio per raccontare a tutti la verità su qualcosa che purtroppo ancora oggi, appare un tabù del passato come un retaggio culturale che non vuole essere dichiarato ma emerge soltanto a fatto compiuto, quando si arriva all’epilogo finale che culmina sempre con quello che è il femminicidio, con l’uccisione della donna preposta da parte del carnefice. Si fa presto a parlare! Ci vorrebbero delle strutture che a monte sostengano queste donne, ci dovrebbe essere un lavoro di ricerca, una maggiore sicurezza da parte delle donne a fuggire e a non sentirsi abbandonate. Sapere che c’è sempre qualcuno che tende la mano ed è pronto ad aiutare. Il lockdown ha dimostrato questo, facendo vedere che Associazioni e Sportelli antiviolenza, hanno in qualche modo abilitato i loro operatori. Hanno trovato degli escamotage affinché la donna possa essere in grado di chiamare e rivolgersi a loro per esporre la gravità in cui vivono e soprattutto in questa emergenza, le difficoltà che vivono e che le trova costrette a soccombere e a sentirsi prigioniere. 
Dovrebbe essere lo Stato a proteggerle, fornendo delle strutture, allontanando l’uomo dalla casa, dai bambini, dalla donna. Dovrebbe imporre delle misure restrittive che sono previste dal codice penale ma spesso sono molto soft…
Rimangono inosservate soprattutto nella provincia, nelle zone più nascoste. Nella nostra Nazione c’è una difficoltà di educazione e di moniti anche da parte di Istituzioni Regionali, dai Comuni o da altre realtà locali che possano sensibilizzare il fenomeno. Si preferisce vivere nell’omertà, nel non voler raccontare piuttosto che tirar fuori questa paura e denunciare. Si deve intervenire nelle scuole, negli uffici, dove attraverso le campagne di sensibilizzazione e un aiuto concreto, fisico, in modo che la donna non si senta sola ed abbandonata. 
Hai voluto bene al personaggio perché è un uomo imperfetto…  
Assolutamente! Il mio Gerardo Bianco è un uomo impacciato, un ingenuo in tutto il Film, una figura che ho cercato di rendere al meglio attraverso un lavoro di recitazione per sottrazione, cioè togliendogli tutta quell’enfasi che un personaggio può portarti ad interpretare. L’ho messo a nudo nella sua impotenza di fronte a questa realtà che sta vivendo. Quando lui alla fine scoprirà ciò che è successo, ci sarà un epilogo inaspettato che ovviamente sottolinea quella che era la sua fragilità di essere umano e la sua impotenza di fronte a questo padre- padrone che arriva a considerare i propri familiari come oggetti. Tant’è che nonno Giuseppe dice sempre a tutti “questa è roba mia, è cosa mia, voi siete roba mia”. Ciò sottolinea la sua difficoltà nel trovare una scappatoia da questa condanna al quale è destinato. 

Il padre-padrone dove si trova maggiormente?

Purtroppo si trova ovunque non si può fare una distinzione tra Nord e Centro Sud. Ormai siamo tutti quanti contaminati. Penso che si tratti più di un fatto di educazione, un fatto culturale, purtroppo in alcune zone meno sviluppate non c’è l’educazione al rispetto   della donna e della figura umana in genere. Essendo un fatto culturale, molto spesso l’ignoranza, l’ego referenzialità, ti porta a dimenticare quelli che sono i valori che sono alla base del senso civico. Si dovrebbe intervenire fin da piccoli, nelle scuole. Rimettere l’educazione civica come materia fondamentale proprio per far rispettare quelli che sono i diritti umani a cui spesso le persone si appellano ma in maniera sbagliata e a volte senza avere una logica in quello che fanno.
Farei in modo che Educazione Civica sia una materia al pari delle altre perché è alla base di tutto quello che noi andremo a studiare.  Se non abbiamo dei precetti, un’educazione, una formazione, un senso di consapevolezza della vita, della società di oggi, possiamo studiare ed erudirci come vogliamo ma è soltanto un’opzione in più che ognuno ha ma non è un qualcosa che ti rende unico nel tuo comportamento o nel tuo andamento sociale. 

Spesso i colpevoli di questi gravi fatti di cronaca non sono ignoranti o analfabeti ma sono istruiti, fanno dei lavori importanti. È un retaggio culturale ma non legato alla provenienza geografica o agli studi fatti ma come hai giustamente sottolineato è legato all’educazione ricevuta in famiglia. 
Mi riferivo alla condizione familiare in cui una persona ha vissuto. Uno si può anche emancipare ma se alla fine come precetti, applica quelli che ha percepito in famiglia che può essere una forma d’ignoranza, di superiorità nei confronti di un altro genere, a non privilegiare la parità dei sessi, dei diritti, a trovarsi in una condizione medievale nella condotta quotidiana. Come dicevamo, una persona può studiare, si può erudire   ma sono solo nozioni e ciò che primeggia è il retaggio culturale, ambientale, la condizione familiare da cui proviene, l’educazione avuta, è senz’altro condannabile.
Sei stato protagonista di “Carlo Levi a Sud di Eboli” interpretando il ruolo di Italo Calvino, che ricordi scolastici avevi?
Italo Calvino era uno dei miei scrittori preferiti, lui è stato un Maestro per tutti i ragazzi che lo hanno letto da giovane e penso che riscoperto da adulto abbia un valore ancora più forte. Ci sono delle metafore, dei riferimenti importantissimi per il vivere quotidiano e soprattutto per rendere la persona più unica che eccezionale. Calvino è un personaggio che mi ha regalato grandi emozioni. L’abbiamo portato all’interno di una Rassegna importante “Matera Capitale della Cultura 2019” e su questo palcoscenico importante siamo riusciti a far conoscere il percorso che Carlo Levi fece durante il suo periodo di esilio con tutti gli abitanti della valle del Sele, conoscendo tradizioni, usi e costumi, spontaneità e freschezza di queste persone che pur essendo ignoranti, ha cercato di erudire attraverso l’aiuto di Italo Calvino che  abbiamo reso come una sorte di Caronte dantesco, in qualche modo accompagna in questo viaggio di redenzione e di educazione. Levi è reso magistralmente da Fabio Mazzari. 


Hai citato il palcoscenico e ti dividi tra Cinema, Teatro e Televisione, ho letto che la tua casa preferita è il Cinema, com’è nata la passione? 
E’ nata per caso! Avevo la passione della recitazione ma non sapevo da dove iniziare. Alla fine inizi sempre nel territorio locale, avvicinandoti a compagnie locali piuttosto che quella del Liceo. Dopo i vari percorsi accademici come il Centro Teatrale Universitario, lo Stabile dell’Umbria e il Centro Sperimentale di Roma, mi sono avvicinato a questa realtà cinematografica per caso. Mi ero appena diplomato e nell’Accademia venne Roberto Benigni che stava cercando nuovi attori che facessero parte del Cast di “Pinocchio”. In particolare cercava dei ragazzi che andavano a completare il gruppo dei giovani del “Paese dei Balocchi”. Fui scelto per interpretare Bastiano, un giovane poco amante della scuola, dedito al gioco. Benigni mi ha tenuto a battesimo per il Cinema. 

Tornando alla tua domanda “Che cosa mi piace di più del Cinema rispetto al Teatro”! In verità mi piace un po’ tutto, mi piace essere attore e mi piace condividere la mia esperienza attoriale su tutti i palchi dove mi viene richiesta. Il Cinema è una magia della quale godi nel momento in cui ti vedi nel maxi schermo. Vedere la tua presenza, la tua faccia, il modo come ti muovi. Interpretare un personaggio ti dà una grande gioia e una consapevolezza maggiore del lavoro che hai fatto.  Da lì lavori a ritroso di tutto quello che è stato per arrivare a quel risultato. Il Cinema è bello perché si crea una sorta di famiglia putativa mentre nel Teatro fai le repliche, vai in tournée ma alla fine non è più come si partiva per sei, sette mesi e condividevi gran parte dell’anno con la Compagnia. Adesso fai cinque o sei repliche, ti fermi un mese poi fai tre giorni, poi due e diventa tutto un po’ discontinuo.  Far parte di un progetto cinematografico significa condividere per un mese, un mese e mezzo, tutti i giorni con un gruppo altrettanto putativa con cui condividi le emozioni, l’esperienza, gioie e dolori. In qualche modo si cerca una certa intimità che poi ti porti sempre dietro perché sono esperienze che rimangono impresse nella tua mente e nel tuo cuore.
Il Cinema in qualche modo è luce, vitalità, sentimento e forza mentre il Teatro risulta essere una sorta di “Diretta”, sul palco dai tutto te stesso e condividi l’esperienza con il tuo pubblico che ti stimola e ti dà la carca giusta per arrivare a fine spettacolo, si chiude il sipario e torni ad essere un cittadino comune.

Elisabetta Ruffolo