venerdì 15 gennaio 2021

Libri, in "Scrigni di sale" un unico corpo a corpo mozzafiato, modulato su diversi registri. La recensione

In Scrigni di sale (Maurizio Vietri Editore, Enna 2020, € 16,00), il romanzo d'esordio di Aurora Cacciatore (intervista di Fattitaliani), c'è un unico corpo a corpo mozzafiato, modulato su diversi registri: la speranza contro se stessa, il tempo contro la memoria, il desiderio a fronte della morte, la tenerezza dell'amicizia verso la solitudine disperata, «il ventre arido» sul sorgere della vita…

                A vivere le relazioni e i sentimenti, dove non si dà spazio per le zone grigie del compromesso e delle mezze misure, le vere anime del romanzo: Irene, Sophie, Leonardo, Yuri, Emma, Livio, Sandro, Wanda, Paolo… con le quali, al netto di naturali propensioni verso l'insensibilità, si stabilisce fin da subito un rapporto empatico, ed è ciò che inchioda, costringendo a leggere l'opera senza alcuna soluzione di continuità. È davvero risulta fine l'introspezione nel loro animo. Nondimeno celata, quasi in filigrana, permane la lotta dell'anima: in un «perché» di interrogazione e in un «perché» urlo e atto di citazione di Dio. Ricordate Giobbe? Al dolore, al limite della comunicabilità di Irene, fa da controcanto l'esuberanza estrosa e travolgente di Sophie. La saggezza, atavicamente contadina di Paolo, si compone con la visionarietà profetica di Dora. La bontà disarmante di Leonardo vince sulla condanna di sé di Livio. Non meno tragiche e drammatiche le vite di Ludovico, Camillo, Cristiano, Vito…

                L'Autrice tocca un vertice di commovente bellezza nel comunicare il miracolo dell'amore, che nonostante tutto continua a umanizzare. Sandro, col suo fascio di rose non riesce a proferir parola, nella sua composta eleganza è immobile: si dà a vedere, e solo Wanda ne penetra lo sguardo, e lo sguardo si fa gesto, visione, centro e orizzonte: «in uno slancio -Sandro- prese la mano delicata della ragazza e baciandola, se la strinse al cuore, mentre quella voce che prima supplicava, si rivestì di struggente tenerezza…». Cosi come rinveniamo un altro focus in un'esclamazione: «C'è ancora tempo», che se ben colta costituisce una non secondaria chiave d'accesso agli scrigni che il romanzo racchiude. L'autrice non sottrae i protagonisti, e in definitiva se stessa, al confronto serrato con il tempo e ne rivela dalla sua concezione il rapporto che questi intrattiene con la morte e con la storia. 

                Come il fachiro sembra ci si muova continuamente su cocci e punte acuminate o, se si preferisce su cumuli fumanti di macerie. Su questa visione, che in qualche modo richiama la nona tesi sulla storia di Walter Benjamin, si ergono il piccolo Ninni e il "cucciolo" di Wanda, Donato. Sono loro il vento che viene dal Paradiso, che nonostante le ali dell'angelo della morte, fin troppo corteggiata, spazzano le macerie dei sogni reificati, delle speranze deluse, delle occasioni mancate, delle visioni squarciate e della bellezza infranta: «… qualcosa di nuovo accadeva sotto i loro occhi. Irene sorrise all'amica e il suo sorriso non aveva pieghe».

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