martedì 30 giugno 2020

LA SCRITTRICE SAMUELA PIERUCCI: LA PANDEMIA MI FA SCRIVERE IN MANIERA PIÙ INTROSPETTIVA E SEMPLICE


di Francesca GhezzaniParlare di Samuela Pierucci vuol dire raccontare di una donna dalla battuta pronta grazie al sangue toscano che le scorre nelle vene, medico di professione ma anche scrittrice, mamma di due bambini e sempre in movimento per incastrare tutto, esempio di resilienza grazie alla sua capacità di trovare sempre nuove opportunità nelle sfide che la vita ci pone di fronte.
Esordisce sul mercato editoriale con “Vuoto fino all’orlo”, poi sempre con la casa editrice Intrecci pubblica il romanzo dal titolo “Quel poco che basta”.

Samuela, quando hai avvertito la necessità di scrivere, tanto da definirla “terapeutica”?
Fin da bambina ho amato la parola scritta, come lettrice innanzi tutto e poi cercando di mettere nero su bianco quello che mi passava per la testa. Ho sempre tenuto un diario e i miei pensieri, il mio vissuto e i sogni bambini assieme alle riflessioni sul mondo intorno a me hanno quasi ogni giorno trovato spazio sulla pagina. Però c’è stato un momento ben preciso in cui ho capito che potevo dare forma alle storie e ai personaggi che riuscivo a creare, ed è stato durante l’adolescenza, dopo aver letto “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” di Enrico Brizzi. Era un libro fresco eppure cupo, parlava di me, parlava di musica, di chi eravamo o avremmo potuto essere. Ho capito che se potevo sentirmi così parte di una storia potevo anche scriverla, essere io quella che dava vita alle emozioni. Fu una scoperta, una rivelazione. 
Che tipo di lettrice sei?
Sono una lettrice alquanto eclettica, mi piacciono i romanzi gialli, di avventura, i grandi autori come Murakami, Haruf, molti autori sudamericani, ho amato King, Pennac, Benni, De Carlo così come i grandi classici letti a scuola. Leggo tanto anche libri pensati per i ragazzi ma molto consigliati anche ai lettori adulti: ci sono autori notevoli come Morosinotto, Baccalario, Geda, Magnone, Gatti, Percivale, per citarne alcuni, oltre a Dahl, Pullman, Rowling. Insomma, leggo un po’ di tutto, tranne che i libri scritti per un pubblico disattento, i libri poco curati o i polpettoni d’amore o che raccontano storie banali. 
Ti sei cimentata con la prosa, che rapporto hai, invece, con la poesia come fruitrice e come scrittrice?
Non sono una grande lettrice di poesia e non conosco molto bene i vari autori, ma in alcuni casi ne resto incredibilmente affascinata, come nel caso di Emily Dickinson, o di autrici contemporanee quali Silvia Vecchini, Giusy Quarenghi o la mia conterranea Francesca Matteoni. Mi piace cimentarmi anche con questa forma di scrittura ma più come un gioco, piccoli tentativi di mettere le parole in musica. In “Quel poco che basta” c’è anche un’appendice poetica, nata per far conoscere dopo l’epilogo alcuni aspetti della protagonista che non erano emersi.
In “Quel poco che basta” Seba e Nada sono i due protagonisti della storia le cui vicende si intrecciano alla Storia con la S maiuscola. Vuoi parlarci di loro e della correlazione tra microstoria e macrostoria?
Sebastiano e Nada sono due ragazzi che vivono quell’età storta e meravigliosa intorno ai venticinque anni, quel momento fatidico in cui si sono già fatte alcune scelte ma ancora non si è ben consci di quello che porteranno. Nel loro caso le scelte saranno dettate dalla follia inconsapevole dei sentimenti ma anche da una serie di bugie sulle proprie vite che li porteranno inevitabilmente ad un vortice di distruzione. Ho voluto poi far intrecciare alle loro storie le vicende dell’Undici Settembre, quei fatti tragici che hanno sconvolto il mondo intero ma che nel loro caso ci mostrano quanto non si possa non tener conto del destino, a tratti ineluttabile, che può mettersi di traverso e prendere a spallate ognuno di noi.
Hai notato una evoluzione personale, oltre che stilistica, tra le due opere?
Certamente non sono più la stessa scrittrice di quando, a diciassette anni, mi misi davanti a un foglio bianco per scrivere di un certo Almalinda e dei suoi amici stralunati. Col primo libro ho affrontato con una storia distopica alcuni elementi di inquietudine che mi tormentavano da ragazzina, in questo libro invece ho buttato giù rapidamente e quasi senza freni le angosce dell’età adulta, i dilemmi di cui siamo vittime quando ci accorgiamo che i nostri piani non sono proprio del tutto andati nel verso giusto. Inevitabilmente, sia per l’età diversa che per la storia propria di queste due pubblicazioni, lo stile ne ha risentito. Ad esempio, nel primo caso la mia editor ha solo fatto piccole correzioni, con “Quel poco che basta” invece ha dovuto riprendere anche il filo narrativo e farmi notare piccole incongruenze poi corrette. Due genesi, insomma, molto diverse, oltre che una diversa storia personale alle spalle.
Cosa vorresti lasciare ai tuoi figli attraverso gli scritti che hai prodotto?
Soprattutto vorrei lasciare delle domande. Mi piacerebbe che si chiedessero sempre di cosa sono soddisfatti e di cosa no, cosa possono cambiare, se il loro ruolo è quello che si sentono cucito addosso o ne discosta e quanto. Vorrei insomma lasciare poche certezze e molti dubbi, così da invitarli a crescere continuamente, perché solo così si diventa migliori. 
Infine, il periodo di pandemia che ti ha visto attiva in prima linea come anestesista rianimatore, è stato per te fonte d’ispirazione per nuovi progetti letterari?
Diciamo che è stato inevitabilmente fonte di fatica e paure, perché vivere la lotta a questo virus imprevedibile è stato molto pesante. Direi che mi ha lasciato però la voglia di cercare i piccoli bagliori di gioia e bellezza che il quotidiano ci regala, mi fa scrivere in maniera più introspettiva e semplice, mi ha dato il senso della misura. Scrivo poche cose, piccoli pensieri, piccole storie. E inoltre continuo a portare avanti il prossimo progetto, indirizzato a un pubblico giovane, di bambini. Una nuova sfida, vedremo come andrà.