martedì 30 giugno 2020

Il paradiso perduto

“Carissimi, ora sto vivendo per la prima volta” queste sono le parole in tutte le lingue europee, alla fine del 1700 e lungo tutto l’Ottocento, scritte da tanti giovani artisti ai propri genitori o parenti o amici, allorché arrivati a Roma o a Napoli. “Ora vivo per la prima volta!”
Non esiste un contesto umano a seguito del quale si possa esprimere un tale pensiero e non esiste un contesto nemmeno lontanamente paragonabile alla Roma dell’epoca e a Napoli. La storia tramanda migliaia di libri, resoconti, cronache già a partire dal 1500 che registrano le osservazioni e esperienze dei viaggiatori  europei specie su Roma e Napoli che entrambe rispetto ad altre città altrettanto amate e ricercate quali Venezia e Firenze, avevano indubitabilmente qualcosa in più o quanto meno di differente, comunque di ammaliante e di incantevole.
Se ci limitiamo a Roma e a Napoli e, oggi, ci guardiamo attorno, dovunque, salvo ovviamente alcuni luoghi e siti, ci si chiede: ma che cosa vedevano e gustavano quei giovani quando scrivevano quelle parole? Quando qualche celeberrimo cervello scriveva “o Roma, tu sei un mondo” o quell’altro, arrivato a Napoli, annotava “et in Arcadia ego” “sono nel paradiso”?    
Napoli per esempio che cosa aveva di più? A parte le centinaia e centinaia  di chiese e di cappelle, il numero sterminato di monasteri e di conventi, alcuni splendidi palazzi nobiliari, splendide fontane monumentali come a Roma, piazze e scorci urbani unici, offriva lo spettacolo di una città antica protesa letteralmente sulle rive di un mare talmente limpido e trasparente che in certi posti lasciava ammirare perfino le antiche vestigia romane sommerse, un cielo azzurro per il quale non ci sono parole, le isole vicine, il Vesuvio incombente… e poi la natura incontaminata e intonsa e una campagna irrorata dagli efflussi vulcanici così ubertosa e fertile che consentiva più raccolti l’anno  col risultato che la città era una perenne esposizione di verdure, frutti, fiori, prodotti della terra e del mare in una fantasmagoria di colori e in un concentrato di odori e profumi fuori del comune: era ancora, come all’epoca dei Romani, Campania felice. E il forestiero venuto dal Nord era strabiliato di fronte a tale spettacolo mai nemmeno immaginato. Si dirà, la natura è bella dovunque nel mondo quando intatta e rispettata, è vero, ma a Napoli è differente, la natura era accompagnata al clima, un clima speciale, dolce e mite, mai troppo freddo mai troppo caldo, accarezzato dagli zefiri: stare all’aperto in qualsiasi ora del giorno e della notte e in  qualsiasi giorno dell’anno era sempre un gradimento. E poi quel mare, quel cielo,  le isole quali gemme, il Vesuvio fumante, i suoni, le voci e le canzoni del popolo, gli odori, della zagara o degli aranci e dei limoni… E il Vesuvio annientatore di Pompei e di Ercolano che continuamente vomitava ceneri e fuoco, con somma delizia dei visitatori. E poi Roma antica che stava venendo  alla luce del sole a Pompei a Oplonti a Ercolano… quali emozioni, quali spettacoli, quali godimenti: e gli uomini venuti dal Nord una volta a Napoli impazzivano: molti abbandonavano genitori e famiglie e vi si stabilivano. Ci arrestiamo perché l’elenco delle delizie sarebbe quasi infinito. Gli aranceti, palle d’oro nel verde delle foglie! Tutto a Napoli era più umano e sopportabile, anche la miseria che non mancava, il degrado, la ingiustizia, meno feroci e crudeli. La Napoli dopo la unificazione? E la Napoli in epoca democristiana? Non è facile scegliere l’aggettivo idoneo per illustrare gli attuali sfacelo e putrefazione urbanistici scaturiti da questi due momenti.
E Roma? Richiamando le parole  di un grande tedesco di cento anni prima, anche D’Annunzio  declamava: “Tu sei un mondo, o Roma!”. E non è una parola. Il forestiero venuto da fuori e non solo dall’Europa, quale spettacolo gli si parava davanti appena entrato alla Porta del Popolo? Chiese meravigliose e irripetibili e palazzi unici al mondo di Bernini e di Borromini, fontane pubbliche inimmaginabili altrove, ville e casali da sogno, vestigia romane  e classicità dovunque volgevi lo sguardo e poi i Musei Vaticani, la Cappella Sistina, le opere di Raffaello e di Caravaggio, le sculture di Michelangelo, le decorazioni delle chiese: al cospetto di tale scenario  incantatore ben si comprendeva quella sindrome e deliquio che prendevano l’osservatore al cospetto di tali meraviglie uniche. E per tornare all’inizio diventa più che comprensibile leggere quelle parole, lo si ammetta,  incredibili: “ora veramente conosco che  cosa è vivere”. Aggiungere gli scenari e le emozioni e suggestioni che ispiravano anche i Castelli Romani e i paesini abbarbicati sui Simbruini e gli Ernici chiarisce perché ancora  più che a Napoli  tanti artisti sceglievano Roma come patria fino alla morte. E anche ora qui ci arrestiamo: da qualunque parte mettiamo piede a Roma, oggi, non capiamo se siamo a Calcutta o nella favela brasiliana: a partire dai cosiddetti liberatori piemontesi, passando per i mussoliniani, arrivando alla genia democristiana la peggiore, pervenendo al culmine della efferatezza e autolesionismo rappresentati dalla perforazione e trapanazione del sacro suolo della Roma antica per farne la metropolitana, ci troviamo davanti allo spettacolo di una concentrazione urbana a dir poco da quinto mondo che di Roma antica conserva solo il nome, divenuto tra l’altro ridicolo e offensivo al cospetto. La fortuna vera degli autori di tutti questi eccidi ai danni di Roma e del mondo intiero è che il cosiddetto popolo, la vera vittima, non vede, è morto e inerte.
Michele Santulli