lunedì 20 gennaio 2020

Kaos 2020, Rosario Russo a Fattitaliani: l'amore per la propria terra deforma il punto di vista. L'intervista

Stare in finale per me è già una vittoria.

Continuano le interviste di Fattitaliani dedicate ai finalisti del Festival Kaos, che per l'edizione 2020 farà tappa a Sambuca di Sicilia dal 24 al 26 gennaio. Oggi è la volta del giovane scrittore Rosario Russo, presente nella sezione narrativa con un romanzo poliziesco "Quattordici spine. La prima indagine dell'ispettore Traversa in Sicilia" (Algra Editore, pp. 184, €14.00).
Finalista al Kaos Festival...
Un grandissimo onore, considerata la bellezza e l’importanza di tale festival. Non smetterò mai di ringraziare Alfio Grasso, il mio editore, per avermi permesso di visionare il bando incoraggiandomi a partecipare. Ma la cosa che forse mi inorgoglisce di più è quella di esserci arrivato con un poliziesco e ciò non fa altro che confermare il salto di qualità che il genere ha compiuto negli anni. Se prima il giallo non era considerato altro che paraletteratura, adesso invece è diventato una finestra privilegiata dalla quale osservare la realtà. In ogni caso stare in finale per me è già una vittoria. 
Il titolo "Quattordici Spine" incuriosisce parecchio. Leggendo il romanzo se ne capisce natura e legame con la storia. La scelta del titolo è stata spontanea o alquanto "spinosa"?
Direi che la scelta è stata quasi automatica; già verso la fine della stesura del romanzo, sentivo che “Quattordici spine” sarebbe stato il titolo più adatto per raccontare una storia del genere. Ad oggi posso dire di essere soddisfatto dalla scelta, diversi lettori si sono avvicinati al romanzo proprio perché incuriositi da un titolo che vuole raccontare tanto.
Il libro è impregnato di tanti suoi personali riferimenti culturali... Quanto e cosa ha "rubato" da ciascuno? 
Essendo il mio primo “poliziesco” puro, oltretutto ambientato in Sicilia, è stato indispensabile fare i conti con i grandi maestri del passato. Mi sono avvicinato in punta di piedi, documentandomi, leggendo tanto e cercando allo stesso tempo di rubare i trucchi del mestiere ai migliori. Mi sono lasciato ispirare anche da chi scrive attorno a me. Giallisti che raccontano la nostra terra e portano avanti un’idea di genere che sento molto vicina. Ambra, Minnella, Schillaci, Maimone, Pappalardo, Di Gregorio e tanti altri. Letture indispensabili. Del resto la lettura è il mio rifugio, ogni volta che lo faccio avverto sempre di più la mia ignoranza e questo è assolutamente un bene.   
Cosa ha messo di sé nella figura di Luigi Traversa?
Ho provato a staccarmi completamente dal personaggio ed è stato un esercizio di scrittura stimolante. L’ispettore Luigi Traversa ha caratteristiche totalmente differenti dalla mia persona: odia il caldo, mentre io vivrei dodici mesi l’anno con quaranta gradi all’ombra, detesta il pesce, il mare… Insomma, non potrei mai vivere seguendo le abitudini dell’ispettore.   
Ci parli di Acireale di Feltre, il luogo di ambientazione... Che Sicilia rappresenta?
Parto da un presupposto: l’ambientazione per me è importante quanto la storia stessa e proprio per questo motivo bisogna conoscerla a fondo. Non saprei raccontare qualcosa a me sconosciuta, se scrivessi un romanzo con l’aiuto di Google Maps il lettore, che spesso è pure un viaggiatore, ci starebbe poco a scoprire il trucco. Detto ciò, raccontando della mia terra, ho voluto trovare una chiave di lettura e un punto prospettico che fossero diversi rispetto a quelli di tanti polizieschi in salsa sicula. Ho messo da parte la mafia, non mi soffermo molto sui paesaggi marini, nonostante Acireale rappresenti una città costiera. Piuttosto, ho preferito mettere in risalto una componente importante della mia città: il barocco. Ritengo che uno scenario di pietra come quello acese si sposi alla perfezione con una storia noir.  
Le piacerebbe diventare un tutt'uno con l'ispettore, un po' alla Camilleri/Montalbano? 
Beh, confesso che è una cosa a cui non ho mai pensato. Questo significherebbe conquistare una fama eccezionale, qualcosa che attualmente va oltre ogni mia aspettativa. Un sogno.
A proposito, per uno scrittore come lei, la perdita di Camilleri cosa significa? 
Da quando il Maestro non c’è più, mi sento più solo (leggi articolo di Fattitaliani). Prendendo in prestito le parole di Savatteri, possiamo affermare che Camilleri ha aperto un’autostrada alla letteratura di genere, trasformandola in vera e propria letteratura sociale. Il Maestro ci ha indicato una Sicilia diversa, con lui ci siamo lasciati la sanguinosa stagione del ’92, quella delle bombe. Però è anche vero che la sfida di ogni giallista è quella di andare oltre il genere e in tal senso ho apprezzato molto Santo Piazzese quando in un’intervista ha dichiarato di aver passato tutta la vita a prendere le distanze (dal punto di vista letterario) da Camilleri, nonostante il profondo rapporto di amicizia instaurato tra i due. Destrutturare il genere senza rinnegare il passato, questa è la strada da seguire se non ci si vuole ridurre a semplici epigoni.
Che cosa le piacerebbe che il lettore provasse dopo la lettura del romanzo? 
Ottima domanda: non si scrive mai per se stessi, ma per gli altri. Il lettore per me è quanto di più sacro possa esistere, per cui spero tanto di potergli donare sensazioni ed emozioni sempre nuove, immergendoli in una terra dalle diverse anime. Poi come in ogni giallo che si rispetti, il lettore non deve mai di vista il filtro della finzione, se no il tutto si riduce a puro giornalismo d’inchiesta. In Quattordici spine è presente il doppio binario di lettura, i due piani narrativi dell’inchiesta e della finzione, e spetterà al lettore capire qual è la prospettiva che gli interessa maggiormente.  
Come l'ispettore anche lei è tornato nella sua città natale... Il suo approccio e la sua visione verso le cose siciliane in che maniera sono cambiate?
Non è stato un caso che io abbia scritto gran parte del romanzo mentre mi trovavo in Valtellina per lavoro. Quando vuoi raccontare e descrivere qualcosa che ami profondamente devi trovare il giusto distacco. Piergiorgio Pulixi ha aspettato undici anni per riuscire a raccontare la sua terra, la Sardegna, ma quando lo ha fatto si è aggiudicato il premio Scerbanenco. L’amore è un sentimento che deforma il tuo punto di vista. Io, per dirla alla Nisticò, mi definisco un siciliano di scoglio, per cui ogni qual volta mi trovo lontano dalla Sicilia, desidero sempre il ritorno. Non so dire se il mio approccio o la mia visione verso le cose siciliane sono cambiate, però ho acquisito una amara consapevolezza e cioè che prima o poi sarò destinato a partire di nuovo. Questa è la vera catastrofe. Giovanni Zambito.

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