venerdì 3 gennaio 2020

Facilitazione linguistica, insegnamento dell’Italiano come L2

Facilitazione linguistica, insegnamento dell’Italiano come L2, didattica delle lingue seconde e pedagogia interculturale a scuola: uno sguardo d’insieme di Alan Pona e Tiziana Chiappelli.

Gli autori* prendono in esame le più recenti acquisizioni scientifiche nell’ambito dell’insegnamento delle lingue seconde a partire dalle esigenze comunicative iniziali degli alunni non italofoni per arrivare ad affrontare il passaggio alla linguadello studio. 
In particolare sono descritti i principi e i metodi della facilitazionelinguistica, la loro applicazione nel laboratorio di Italiano come L2 attraverso i modelli operativi principali, il passaggio dal laboratorio linguistico alla didattica a classe intera. Il quadro di riferimento è costituito, dal punto di vista teorico, dalleindicazioni della pedagogia interculturale e, dal punto di vista normativo, dalle Linee guida per l’accoglienza e l’integrazione degli alunni stranieri (MIUR, 2014). 
INTRODUZIONE
Cosa succede - o meglio, cosa dovrebbe succedere - quando a scuola arriva uno studente che non parla ancora correntemente l’italiano? Dovrebbero attivarsi laboratori o percorsi di apprendimento dell’italiano come L2 (lingua seconda) che guidino l’alunno neo-arrivato, attraverso un cammino graduale, a prendere possesso della nuova lingua. Partendo dalle sue esigenze comunicative quotidiane, lo studente dovrebbe giungere ad affrontare - nei tempi necessari, senza forzature poco utili e senza “bruciare le tappe” - la lingua per studiare, vale a dire quell’insieme di strutture sin tattiche, testuali e di lessico specifico che caratterizzano gli ambiti disci-plinari affrontati a scuola. 
L’acquisizione di una lingua, materna o seconda che sia, al contrario di quanto comunemente si possa pensare, avviene soprattutto attraverso i naturali scambi internazionali fra le persone, meno attraverso lo studio sistematico di regole e la mera memorizzazione di liste di parole. 
Lo sviluppo linguistico avviene inconsapevolmente soprattutto attraverso l’attivazione di memorie implicite nell’uso in contesti naturali, motivanti, significativi. Per questo motivo, i laboratori o comunque i percorsi nella nuova lingua dovrebbero curare anzitutto l’aspetto relazionale come prima condizione per l’apprendimento linguistico. Il clima di classe è, infatti, il fattore principale che crea le condizioni per un’appropriazione sicura ed efficace della L2, che dovrebbe svilupparsi attraverso una programmazione didattica volta ad aiutare, anzitutto, gli studenti nelle loro difficoltà di comunicazione quotidiana per poi passare ad affrontare i microlinguaggi disciplinari. 
Nei paragrafi successivi sono affrontati tematicamente questi passaggi: la cura delle relazioni in classe e la costruzione dell’ambiente di apprendimento, i modelli operativi tipici dei laboratori delle lingue seconde per la lingua di comunicazione, fino agli approcci alle materie curricolari, sempre nell’ottica della didattica delle lingue seconde.

*L'articolo fa parte della pubblicazione della FrancoAngeli "Intercultura e Inclusione. Il Cooperative Learning nella classe plurilingue"