martedì 3 dicembre 2019

The Junction presentano "Dive" un disco musicalmente più scuro e variegato. L'intervista

Nonostante il dilagare della trap c’è ancora qualcuno che ci crede. Ci credono alla grande The Junction. Uno perché con Dive (Dischi Soviet Studio) sono alla loro terza prova. Due perché con il loro mix di indie e post punk ci colpiscono con ruvide cavalcate rock senza fronzoli. Ruvidi e rock, ma con coordinate sonore diverse sono Diraq, che con Outset (Jap Records) ondeggiano tra suoni alla Black Keys, ballate da radio rock FM e occhieggiamenti al pop rock graffiante stile english a la Arctic Monkeys. L'intervista.

Risponde alle domande Marco Simioni, chitarrista e cantante della band
Quando avete iniziato a fare musica?
Dopo alcune esperienze nelle quali la scrittura dei brani era frutto di compromessi creativi, ho voluto iniziare questo progetto musicale per produrre in totale autonomia la mia musica, in un ideale contesto europeo. Si parla del ‘lontano’ 2007, l’Europa era vista come una meravigliosa opportunità, l’assenza di confini e la facilità negli spostamenti mi faceva sperare nella nascita di una vera e propria scena europea integrata nella quale anche le band italiane potessero dire la loro (al tempo ero un fan, tra le altre cose, di Hot Gossip, Disco Drive, Settlefish, gli Zen Circus di ‘Villa Inferno’, Canadians e altri). Dopo un periodo embrionale di qualche mese nel quale i primi brani prendevano forma e durante il quale mi trovavo a fare l’Erasmus (appunto!) in Inghilterra, ho registrato i primi demo e il nucleo della band si è formato intorno al sottoscritto e al batterista Francesco Reffo. 
Con quali artisti siete cresciuti?
Sicuramente le band indie rock e post-punk degli anni 80 e 90 sono quelle che ci sono entrate nel DNA, quindi Sonic Youth, Pixies, Nirvana, Gang of Four, Jesus and Mary Chain, Pavement, Talking Heads, Television, Wire e chi più ne ha più ne metta. E poi tante altre cose, incluso per questioni anagrafiche tutto il filone indie rock degli “anni 00” (The Strokes, Bloc Party, The Cribs, White Stripes ecc.), ultimo periodo storico nel quale il rock è stato anche pop.
Come nasce la vostra musica? Quali sono le vostre fonti d’ispirazione?
I nostri brani nascono principalmente da mie idee compositive in solitaria, portate poi al vaglio degli altri 2 Junction (Francesco e Alessandro) con i quali proviamo a sviluppare e ‘vestire’ musicalmente queste idee.
Di cosa parla la vostra nuova avventura musicale?
Da un punto di vista testuale, Dive pone in alcuni casi l’accento su questioni politiche (in particolare l’ascesa di piccoli e grandi tiranni), in altri casi riporta esperienze personali di viaggio e di scoperta del mondo, in altri l’ispirazione viene da libri che ho letto e che mi hanno particolarmente colpito, in altri ancora si parla della musica come elemento imprescindibile del vivere quotidiano (perlomeno nel mio caso!). 
Quali sono i generi in cui spaziate nella vostra produzione?
Le sonorità indie rock e post-punk di cui si parlava prima sono certamente radicate nel nostro modo di immaginare la musica e di suonare i nostri strumenti. Premesso questo, Dive è un disco musicalmente più scuro e variegato rispetto ai nostri lavori precedenti, ci siamo allontanati dalle melodie più immediate e dalla forma-canzone canonica per provare a creare qualcosa di diverso. 
Cosa ne pensate dei social e del web in generale come mezzo per farsi conoscere?
È evidente come questi strumenti siano ormai da tempo essenziali se si vuole conferire da un punto di vista promozionale una certa serietà al proprio progetto musicale. In parole povere, se non sei sui social praticamente non esisti. Detto questo, credo che se i musicisti passassero più tempo a suonare che a promuoversi su internet l’arte ne gioverebbe.
Cosa non deve mai mancare in un brano che ascoltate e in uno che scrivete?
La genuinità.