Ho
scoperto Simone Savogin ad Italia’s Got Talent, artista del “poetry slam” e ne
sono stata subito rapita. Appartengo a quella generazione in cui le poesie venivano imparate a memoria e
a furia di ripeterle, diventavano quasi filastrocche, nenie o cantilene.
Ho
colto al volo l’occasione del suo debutto nazonale al 34° Todi Festival, il 24 agosto con lo spettacolo “Via” per cercare di saperne qualcosa in più sulla poesia slam,
intervistandolo.
Come nasce l’idea di portare in scena la poesia slam?
Sono stati loro ad offrirmi questa possibilità
chiedendomi di mettere in scena uno spettacolo che potesse unire la maggior
parte dei pezzi che faccio negli slam.
Il titolo è “Via” cosa significa?
Via
vuol dire tante cose come spero di riuscire a far capire nello spettacolo
perché è una delle parole che usiamo spesso, in più modi, senza accorgerci che
molte parole hanno più significati. “Via” da un certo punto di vista è il mio
via. Ci provo. Faccio il possibile per portare anche in teatro questa forma
d’Arte che è la poesia parlata, quella orale e speriamo che possa essere un
buon via anche per gli altri, non solo per me. Possa essere un inizio, un
andiamo, un Via! Tutti insieme portiamo un po’ di quest’Arte nei Teatri.
Dopo Todi, farete una tournée o ancora
non è stata definita?
Ancora non abbiamo definito altre date perché sono
una persona molto insicura e volevo essere certo che andasse bene, prima di
dire “ho uno spettacolo”. Dopo il
debutto magari avrò la sicurezza di poterlo portare altrove. Ovunque ne parlo,
c’è gente interessata quindi sicuramente poi andrà in giro per l’Italia e spero
di poterlo portare anche a Roma.
Non credo si possa dare una priorità a qualcosa, serve tutto
nelle dosi giuste perché le cose funzionino. Non sono mai riuscito o quanto
meno ho provato a non far parte di nessuna Band per qualche mese ma non ce l’ho
fatta. Ho bisogno anche di quel lato per sfogare quel qualcosa che almeno porta
anche bilanciamento nella calma che spero di infondere con i testi e con il mio
modo di fare. Serve sfogarsi in qualche modo e urlare nelle Band serve. Scrivo
quando posso e quanto posso, quando imparo le cose, le scrivo. Tutto fa parte
delle persone. Ognuno ha bisogno di dare sfogo a quello che urge.
Come si è avvicinato alla Poesia Slam?
Il primo slam è nato per caso perché il mio vicino di treno mi ha chiesto “visto che tu scrivi canzoni, mi hanno
chiesto di organizzare un Poetry slam”
(una sfida tra poeti che recitano i propri testi su un palco. Ognuno ha un
certo tempo a disposizione dopo il quale la giuria estratta tra le persone del
pubblico vota la performance del poeta in gara) e nel 2005 non sapevo cosa
fosse… Io come tantissima gente! Quando sono arrivato ai Giardini di Porta
Venezia a Milano, mi sono trovato in una competizione molto libera e aperta e
tutti votavano qualcosa che fino a cinque minuti prima non conoscevano. Lì ho conosciuto Filippo Timi che mi ha detto “perché non fai teatro?”. Diciamo che ci aveva visto lungo. Spero di
poterlo incontrare nuovamente e abbracciarlo per questa bellissima idea che mi
ha dato. Per tre anni ho vinto i Campionati italiani.
In questo suo percorso è stato anche in
Israele, al Parlamento europeo di Bruxelles…
Lo slam internazionale è straordinario!
Dovremmo riuscire a organizzare gli
europei, così almeno l’Italia potrà usufruirne. Ce ne sono stati alcuni
organizzati da Lello Voce, da Cristian Sinicco e sono bellissimi. Si sentono
voci diverse, leggono i testi sullo sfondo e generalmente le reazioni del
pubblico sono tre! Sei sul palco e vedi che le persone guardano in alto a
sinistra per leggere la traduzione e capire il testo; ci sono le persone che ti
guardano per cercare di capire cosa stai dicendo perché non capiscono in quanto
non conoscono la lingua e si lasciano permeare dalla performance e poi ci sono
quelli che si lasciano trasportare.
Sembra che lo slam fondi le sue radici
nell’antica Grecia…
I “Certamen” di poesia esistono da sempre. Noi italiani ci distinguiamo per
l’ottava rima che è una cosa molto simile. Le improvvisazioni sulla lingua ci
sono da sempre. Non è un’invenzione ma un Format che porta l’oralità della
poesia in alto. È stata la cosa giusta al momento giusto. Tutto ciò che è
produzione artistica, ogni tanto ha bisogno di una svecchiata. Questo è un
Format che adesso funziona.
Hai parlato di pubblico internazionale,
ti seguono anche i giovani?
Questa cosa è successa grazie ad Italia’s Got talent, il target di quella
trasmissione è molto giovane e questa cosa all’inizio mi ha un po’ spaventato
perché è difficile entrare in un ambiente come quello della TV che già tende a
non prestarsi a quella che è la poesia performativa e in più ad avere un
pubblico di giovani che potrebbe ritenerla noiosa o essere prevenuti perché a
scuola la Poesia viene spesso parificata alla noia. Invece, c’è stata una bellissima
risposta dei giovani che mi hanno scritto “mi hai fatto venire voglia di
leggere”, “mi hai fatto venire voglia di scrivere”. È stato questo il premio
più grande che potessi ricevere. Non ero lì per competere e vincere il primo premio ma l’ho vinto grazie ai
messaggi che mi mandano i giovani. È quasi maggiore la risposta dei giovani ed
è bello che sia così.
Perché i palchi ti spaventano?
Mi spaventa tutto nella vita. Il palco ha quella cosa che nel Romanticismo si
chiamava sublime, la bellezza che fa paura ed affascina. I palchi sono molto
spesso i luoghi in cui mi sento meglio ma molto spesso mi fanno paura. Il palco
ha questa bellissima capacità energetica di passare da un estremo all’altro,
dalla massima paura alla massima libertà che io mi possa prendere quindi è
vitale. Come nella vita normale ci si può appiattire e accettare la mediocrità
invece sul palco sento che mi dà l’energia, la forza per poter essere un po’meno
mediocre. È una libertà incredibile e le libertà più grandi fanno paura.
È inevitabile la domanda…qual era il suo
rapporto con la poesia a scuola? Come tanti bambini l’ho vissuta sempre
come un gioco. Mi piacevano tanto le filastrocche, i giochi di parole mi hanno
aperto la mente e andando avanti nello studio era sempre più affrontata come un
dovere, una cosa noiosa ma quando mi veniva da esprimere qualcosa nella solitudine
della mia camera mi venivano sia racconti ma anche poesie. Capivo che in fondo
era un mezzo che aveva il suo tempo, il suo modo espressivo e che andava approcciata
con il suo passo e nonostante a scuola non fosse la mia materia preferita,
l’approcciavo comunque con reverenza perché mi accorgevo sempre di più che comunque mi si addiceva come mezzo di
esprimermi.
Elisabetta Ruffolo