mercoledì 26 giugno 2019

Libri, Tony Di Corcia: Armani esempio di perfezionismo e di meticolosità. L'intervista di Fattitaliani

Fresco di stampa, è uscito il settimo libro di Tony Di Corcia "Giorgio Armani. Il Re della moda italiana" (Cairo editore) in cui ripercorre la vita e la straordinaria carriera dello stilista anche attraverso le parole delle attrici Isabella Rossellini, Sonia Bergamasco e Isabella Ferrari, le giornaliste Natalia Aspesi, Gisella Borioli, Giusi Ferré, Adriana Mulassano e Serena Tibaldi, i fotografi Gian Paolo Barbieri e Aldo Fallai le cui immagini illustrano il volume, le top model Antonia Dell'Atte, Nadège Dubospertus, Lara Harris e Valeria Mazza, lo storico del costume Quirino Conti, la produttrice Marina Cicogna, gli stilisti Angelos Bratis, Nino Cerruti (che firma la prefazione), Rocco Iannone e Claudio La Viola, gli artisti Flavio Lucchini e Marcello Jori, il dj Matteo Ceccarini, il modello Christophe Bouquin. Fattitaliani ha intervistato Tony Di Corcia.
Com'è nato il tutto?
Grazie a una proposta di Marco Garavaglia, direttore editoriale di Cairo: sapeva dei miei libri su Versace, Valentino, Burberry, e mi ha chiesto se volessi occuparmi di Armani. Non potevo rifiutare: quella di Armani è una storia affascinante, incarna tutta l’intraprendenza e la creatività che hanno portato alla nascita e all’affermazione della moda italiana. 
Appena ti sei messo al lavoro sapevi già da dove iniziare oppure la mole delle cose da raccontare era tale da inibirti?
Inizialmente mi sarebbe piaciuto seguire il Signor Armani nella sua vita quotidiana, per raccontarne l’organizzazione professionale e il privato, ma la mia proposta è stata comprensibilmente rifiutata: la sua agenda è fittissima, c’è sempre lui dietro ogni dettaglio che riguarda la sua azienda, sarei stato davvero di troppo. Quindi ho deciso di affidarmi ai ricordi di amici e colleghi che lo hanno conosciuto bene, concentrandomi soprattutto sugli inizi, su quella intuizione iniziale che gli ha permesso di vestire le donne e gli uomini della fine del Novecento assecondandone le esigenze, le nuove attitudini, gli atteggiamenti.
Che cosa hai voluto esaltare in modo particolare di Giorgio Armani?
La totale dedizione al suo progetto. La vita di Armani ruota ancora tutta intorno al suo lavoro, che resta la sua occupazione preferita. In tempi così approssimativi, in cui chiunque si improvvisa senza ritegno, mi è sembrato necessario mostrare questo esempio di perfezionismo e di meticolosità: non si diventa un personaggio celebre a livello internazionale delegando o risparmiandosi.
Quale lato umano insospettato ha sorpreso te per primo? 
La sua malinconia, la sua emotività. Siamo abituati a vedere la sua immagine vincente, perfetta, inappuntabile, ma sembra proprio che nel privato sappia essere molto diverso. E lui stesso, in alcune interviste, fa eccezione alla sua regola di riservatezza e si rivela più umano, più fragile. Amo i personaggi capaci di mostrare contrasti così accentuati, raccontarli è più appassionante.
Qual è la stata la più grande coerenza del professionista Armani?
Non cedere mai alle pressioni della stampa o alle involuzioni del mercato. Armani ha sempre mantenuto chiara la sua visione, e non ha mai tradito il suo progetto iniziale. Questo si traduce in un’assenza di sorprese sulla sua passerella, in una sorta di prevedibilità che fa storcere il muso alla stampa di moda sempre assetata di esagerazioni, ma consolida la relazione di fiducia tra lui e chi veste le sue creazioni: è un rifugio sicuro, la moda di Armani.
Secondo te, in giro si vede qualche stilista degno di essere accreditato come suo erede?
Il mondo è profondamente cambiato, e anche il sistema della moda muta a una velocità impressionante. Chi fa moda oggi deve saper gestire linguaggi inimmaginabili ai tempi in cui hanno iniziato Versace e Armani. Mi limito a dire che apprezzo molto il lavoro che sua nipote Silvana compie all’interno dell’azienda, e mi piace la sua storia: non le è stato risparmiato alcun gradino della gavetta, e si è guadagnata la sua posizione grazie al talento e all’impegno: si è dimostrata una perfetta erede di suo zio, in questo senso.
A livello di scrittura che tono hai cercato e mantenuto?
Volevo raccontare quella di Armani come una storia, con la s minuscola, nella Storia, con la maiuscola. Il momento in cui lui e molti suoi colleghi hanno debuttato era intensissimo: violenze, scontri, rivoluzioni, che rendevano Milano una città incandescente. Eppure, in quella stessa città si muovevano questi artisti così determinati da riuscire a inventarsi un prêt-à-porter italiano capace di superare in pochissimi anni quello parigino, che prima di quel momento era la moda per eccellenza. Il tono è quello tipico del racconto: vorrei che chiunque, leggendo il mio libro, si sentisse trasportato in quelle vicende, per viverle o riviverle. Spero di esserci riuscito. Giovanni Zambito.