lunedì 13 agosto 2018

Io Racconto. Una Carezza per un figlio

di Caterina Guttadauro La Brasca - Questo racconto sembra una favola, ma è una pagina di vita vera, vissuta e dedicata a chi ha percorso la stessa strada. 

Carezza venne al mondo un giorno di dicembre, con la stessa leggerezza dei fiocchi di neve che, come piume, volteggiavano nell’aria, senza atterrare mai. Quegli occhi azzurri, quei boccoli biondi finalmente presero corpo agli occhi di una mamma e un papà che avevano esplorato, con la fantasia, ogni fiaba, in cerca di quella più bella da vivere insieme. Adesso che l’oggetto dei loro sogni era lì, tra di loro, bello oltre ogni dire, non esistevano più le ansie, le trafile burocratiche, le lunghe attese ma solo la voglia di vederla crescere, di darle sicurezza, di accompagnarla ed aiutarla a vivere.
La vita era stata amara con Virginia, non avrebbe dovuto alimentare quel bisogno prepotente di essere madre, in lei che, strutturalmente, non aveva i presupposti naturali per appagarlo.
Si sentiva ammalata senza esserlo, ma poi davvero non lo era? Quale era il limite per stabilirlo?
Aveva messo la sua vita, il suo pudore, le sue speranze nelle mani di specialisti del settore; si era sentita dire che era perfettamente sana e che il suo volere a tutti i costi, la sua impazienza, il senso di fallimento che provava, esaltavano l’emotività accrescendo l’ansia e bloccando i suoi meccanismi procreativi.
Era guerra dichiarata tra lei e la medicina e quando la marea del dolore allagava la sua anima, seppur con consapevolezza, si immergeva col pensiero nella malattia per scappare, per non impazzire.
Si perché quando la mente non riesce a sostenere il peso delle nostre domande, si rifugia nei meandri del cuore, dove diventa preda di quello che sente, anche quando intuisce che quello che sente è una pietosa bugia.
Un giorno, mentre si rivestiva, dopo l’ennesima esplorazione della sua femminilità, si sentì capita per la prima volta, ascoltando un medico che prima di essere tale, era madre.
Parlandole le mostrò un viso di bimba, incorniciato tra due ali di una farfalla semovente, le disse che si è madri non solo mettendo al mondo un figlio ma accettandolo, crescendolo, curandolo, essendo un esempio per lui e che c’erano tanti bimbi messi al mondo e dimenticati.
I loro occhi per chi li guardava erano un muto rimprovero per tutti noi, per aver fallito facendoli nascere in un mondo senza pace, per non averli sottratti ad un destino di emarginazione e di violenza; Essi erano senza genitori per un atto di vigliaccheria, di debolezza ma proprio per questo appartenevano a tutti coloro che si sentivano pronti ad accettare il pesante ma bellissimo compito di essere genitori.
Il premio era crescere con loro, rivedere il sorriso sulle loro labbra sentirsi chiamare mamma e papà sapendo di essere scelti ogni giorno e lasciare un pezzetto di noi in loro.
Cambiare il destino di qualcuno per migliorarlo è un’impresa non da poco ma può dare un senso a tutta una vita.
Un ovulo e uno spermatozoo creano un involucro ma è ciò che esso contiene che farà venire al mondo una persona più o meno bella e di questo possiamo essere noi gli artefici con il nostro modo di essere genitori.
 Virginia aveva capito di trovarsi di fronte non solo un medico ma soprattutto una donna, che aveva capito il suo dolore perché anche lei aveva sofferto della stessa “patologia”: la voglia di amare.
Aveva capito quale era la cura e stringendole la mano assaporò dopo tanto tempo il gusto di ritornare a vivere.
Cosi nacque Carezza, con il volo di una farfalla.

Caterina Guttadauro La Brasca