martedì 20 marzo 2018

Libri, Roberto Serafini, "Enza Venturelli, Vi racconto il mio Cosimo Cristina". La recensione di Fattitaliani

Roberto Serafini, "Enza Venturelli, Vi racconto il mio Cosimo Cristina", Youcanprint Ed., 2015. Recensione di Anna Profumi
"In una bella giornata di fine agosto, nella magica Caltanissetta, Cosimo e Enza s'incontrano per la prima volta, dando inizio alla loro amicizia. Attraverso una fitta corrispondenza epistolare Cosimo le rivela i suoi sentimenti e gli sfoghi su come abbia trovato, nell'impegno sociale, le difficoltà e le delusioni. Cosimo, infatti, non si dedica solo a scrivere articoli per altri giornali, ma fonda una sua testata, "Prospettive Siciliane", dove senza mezzi termini denuncia i reati, i mandanti e gli esecutori dei crimini efferati avvenuti nella sua terra. È nella ricostruzione dei fatti che possiamo immedesimarci nel periodo in cui si svolse la loro storia d'amore. Periodo dove un bacio era una conquista, ma dove anche la libertà di espressione era un azzardo. Enza e Cosimo sognavano una vita assieme, giovani sposi pronti al futuro, ma gli eventi, in modo precipitoso e quasi inspiegabile, si accaniscono sul giornalista, che viene ritrovato morto all'interno di una galleria ferroviaria. A Enza rimane così il compito di conservare memorie, di essere una teca protettrice delle emozioni passate, di tramandare a un narratore il ritratto di un giovane temerario, sensibile e giusto che ha preferito rimanere sulla breccia, piuttosto che sparire vigliaccamente dal palcoscenico." 
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Ho letto un libro diverso, un atto di denuncia capace di trasmettermi emozioni pur trattando un argomento doloroso. Grazie alle memorie e la ferrea determinazione di una donna, a distanza di molti anni si è fatta  finalmente piena luce sugli avvenimenti raccontati.
La vicenda, ambientata tra la fine degli anni cinquanta e gli inizi del '60, prende spunto dalla biografia di un brillante giornalista di provincia, Cosimo Cristina, uomo tutto d’un pezzo, che incurante del pericolo, riuscì a sfidare i poteri forti dell’epoca e grazie alle sue coraggiose inchieste, fu in grado di scoperchiare i segreti della mafia siciliana. Una voce fuori del coro, che non indietreggiò di fronte alle minacce, immolando la sua giovane vita alla ricerca della verità e della legalità.
Un “J’accuse”, senza se e senza ma, un fremito di indicibile sdegno, fedelmente riportato in vita dalla testimonianza di Enza Venturelli, (n.d.a.: zia dello scrittore Roberto Serafini ), attraverso la fitta rete di corrispondenza epistolare intrattenuta con il Cosimo Cristina del libro. Le pagine scorrono veloci, ripercorrendo fedelmente date ed avvenimenti della loro storia d’amore, ricostruite attraverso lo scambio di decine e decine di lettere, dove i due fidanzati e futuri promessi sposi, si rivelano, si confidano, si cercano, e dove la parola "speranza" è d’obbligo, perché  essi tentano invano di costruirsi un futuro migliore, lontano dall’omertà e dal crimine legalizzato dell’epoca.
Tutti sapevano e molti hanno taciuto per paura di ritorsioni. Chi si è ribellato, ha pagato con la vita. Tutto è stato meticolosamente  insabbiato e nascosto. Un assassinio in puro stile mafioso fatto passare per suicidio. Cristina era un testimone scomodo, che aveva travalicato la fitta rete di delinquenza, ampiamente dilagante, riuscendo a scoprire verità clamorose su personaggi assolutamente insospettabili. Ed è per questa sua sete di verità e di giustizia che qualcuno nell'ombra decise di firmare la sua definitiva condanna a morte.
Anche le indagini all’epoca furono pilotate da inquirenti acquiescenti e tutto venne messo a tacere ,“uccidendo” in un certo senso e per la seconda volta colui che con determinazione e coraggio aveva tentato di smontare il castello di menzogne e di ambiguità che ruotava dietro le attività delle cosche ed i mandanti di delitti apparentemente senza nome.
Un libro inchiesta lucido e dettagliato, scritto con sobrietà dallesordiente Roberto Serafini, che non  si limita a commemorare un uomo che ha sacrificato la vita, ma tenta altresì di smuovere con dettagliate analisi, coscienze ancora recalcitranti, mettendo la parola fine una delle tante vicende della nostra società afflitta da mali atavici e non ancora debellati.
La similitudine di certi eventi ci riporta indietro nel tempo. Mi torna in mente la famosa citazione: “Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi"Così parlava Tancredi Falconeri nel libro “Il Gattopardo”di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Frase apparentemente enigmatica e ambigua, frase di chi, scettico, non crede nel cambiamento e, come un camaleonte, professa un trasformismo che non verrà in realtà mai attuato.

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Anna Profumi