giovedì 29 marzo 2018

Giorgio Montanini, “Eloquio di un perdente”: bisogna fidarsi della Politica e non dei politici. L'intervista di Fattitaliani

“Eloquio di un perdente” l’ultimo monologo di Giorgio Montanini è in giro da un po’ di tempo e riscuote dappertutto un grande successo. Molti sold out senza differenze geografiche.
Teatri strapieni, un pubblico di tutte le età ma la stragrande maggioranza è formato da giovani che seguono Giorgio anche sul web e che lo aspettano fuori dai camerini per stringergli la mano, conoscerlo ma soprattutto per scambiarsi opinioni e fare tantissime domande. Lui li abbraccia in modo corale e se qualcuno passa per caso, potrebbe pensare che è un insegnante con i suoi alunni.  Tra una data e l’altra dello spettacolo, Giorgio Montanini è stato anche a Firenze su invito degli studenti di scuola superiore, per parlare di comicità in un convegno. Dopo la pausa pasquale, la tournée riparte il 5 aprile al Teatro Puccini di Firenze e finirà a maggio presso lo Spazio Diamante di Roma. Produzione AltraScena. La regia è di Giorgio Montanini
Sulla sua pagina ufficiale si legge “Un comico altro non è che un poveraccio che racconta il suo abisso, chi lo apprezza è uno che in quell’abisso si riconosce”. 
Irriverente, sarcastico, ironico, qualche parolaccia al momento giusto ma mai volgare! Chi si alza e se ne va, non solo non si riconosce in Montanini ma è il primo perdente di cui si narra nell’Eloquio.

Chi è un perdente oggi? 
Rispetto al titolo dello spettacolo, sono io perché il perdente è sempre il comico. Siamo in un periodo di confusione ed i ruoli non sono particolarmente chiari. Sono comici che non si sentono più perdenti e si elevano a leader, comici che si elevano quasi ad asceti e nello spettacolo ricordo che per quanto l’eloquio possa essere un dono, una capacità, una tecnica con la quale il comico riesce ad affascinare il pubblico, lo stesso non deve mai dimenticare che viene dall’Inferno, dalla tragedia, dalla miseria, è un perdente nato. Se non ricordi questo o puoi partecipare alle elezioni, altrimenti finisci per recitare la Divina Commedia negli stadi. 
Quanto è vero che la crisi ha fatto emergere la natura umana? 
Da un certo punto di vista è drammaticamente vero. Ha fatto emergere solo la punta dell’iceberg. È una crisi da Status Symbol non è una crisi dove si fa la fame. Stiamo perdendo il nostro Stato sociale, con duemila euro stavamo ad un certo livello, adesso con la stessa cifra stiamo più in basso. Questo ci fa paura. Nonostante questo c’è gente che ha tirato fuori una parte del peggio di sé e potrebbe portare fuori anche tutto il peggio di sé.
Perché siamo un popolo che non fa la rivoluzione?  
Il presupposto della rivoluzione è la cultura e la consapevolezza di poterla fare. La rivoluzione non s’improvvisa, quelle sono rivolte che vengono sempre soffocate nel sangue. La Rivoluzione è consapevole parte da un presupposto che si chiama coscienza di classe che una volta avevamo. È successo che negli anni 80, la Milano da bere, l’operaio ambisce ad essere come il suo sfruttatore ma non lo sarà mai. 
La satira abbatte i luoghi comuni e polverizza gli stereotipi, è sempre così? 
La satira vera sì, quella “d’accatto” no. Al 90% ciò che in Italia viene scambiata per satira, non è altro che una “gomitatina” reazionaria al potere. È come se il pubblico venisse confortato da questo tipo di comicità. Prendi in giro il potente ma non lo schernisci veramente. Il pubblico si sente escluso da questa querelle, si sente deresponsabilizzato. Chi ha votato quel politico si fa una risatina e l’insulto del comico è ridicolo. 
Ci si può ancora fidare dei politici? 
Bisogna fidarsi della Politica che è l’Arte più nobile e non dei politici che sono delle persone. Un comico per quanto nobile sia, di fronte alla politica è un miserabile. Se ci sono dei politici che non hanno dignità, non significa che la politica sia una cosa sbagliata. L’antipolitica è l’antidemocrazia. 
Lo spettacolo va avanti da un po’ di tempo, sta andando bene dappertutto: dove riscuoti maggiore successo? 
È trasversale. Diciamo che nelle città dal Centro al nord, sicuramente. Lo stesso succede anche nelle città più grandi nel Sud. Terra di confine e provincia sono leggermente un po’ più ostiche. Città come Torino, Milano, Roma, Napoli, Firenze, sono straordinarie. Trento e Trieste che sono terre di confine, hanno risposto bene da un punto di vista di pubblico ma sono state le uniche due città dove non abbiamo fatto sold out. Abbiamo avuto pubblico più di quanto ce ne aspettassimo e ha reagito bene. Direi che sta andando bene dappertutto ma ci sono dei posti in cui c’è un fermento da sempre e che risponde con più entusiasmo.   

Elisabetta Ruffolo
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