mercoledì 27 settembre 2017

“I ragazzi del Bambino Gesù”: in un libro per indurre coraggio e speranza

Dopo il successo di pubblico e di critica, il documentario televisivo “I ragazzi del Bambino Gesù” - andato in onda su Rai Tre, in dieci puntate - ha preso la forma di un libro, firmato dalla stessa autrice Simona Ercolani, con il contributo di tutti i protagonisti delle 12 storie raccontate. Il volume edito da Rizzoli, i cui proventi andranno alla ricerca scientifica dell’ospedale pediatrico di Roma, più grande d’Europa, è stato presentato oggi alla stampa nella sede del nosocomio, presenti ragazzi e familiari, medici e infermieri.

“Agli occhi grandi dei bambini che vedono lontano e indicano la strada”: è la dedica che apre il libro, dove si racconta il dolore della malattia, quello più inaccettabile che colpisce i più piccoli e insieme si rivela il coraggio della lotta e la speranza di guarigione ma anche i dubbi e gli interrogativi sul perché della sofferenza, superando la tentazione di volgere lo sguardo altrove. 
Simona Ercolani, autrice del saggio: 
“Perché la malattia è un tabù e non se ne vuole parlare, soprattutto di alcune malattie. Addirittura si evita di dire ‘ho un cancro e si dice ‘ho una brutta malattia”. Dare un nome, dare voce e raccontare non solo il dolore, ma la speranza, il coraggio è stato per noi una cosa importante”.
Un argomento tabù, che pure ha riscosso un grande questo successo, forse inaspettato.
“All’inizio non ci siamo posti il problema; abbiamo cercato di affrontare il tema della malattia nell’infanzia un po’ in punta di piedi coadiuvati dal personale del Bambino Gesù e poi dai genitori e dai ragazzi. È stato in realtà un lavoro collettivo in cui noi ci siamo immersi insieme nel mondo che volevamo raccontare e piano piano abbiamo trovato insieme la strada; una strada che ti porta non solo verso il buio, il dolore, le tenebre ma anche verso la speranza e il coraggio”.
Portare dunque la sofferenza fuori le mura, offrirla alla macchina da presa e poi fissare le emozioni anche sulla pagina scritta, ha avuto un significato fortemente condiviso.
Mariella Enoc, presidente dell’Ospedale Bambino Gesù:
“Ha voluto dire che in questo ospedale la sofferenza è vissuta come grande atto di coraggio. Quindi è una sofferenza che ha speranza, volontà, non è ripiegata su se stessa perché tutta questa comunità – l’ospedale – aiuta tutti i bambini e i genitori a vivere con forza. Abbiamo voluto dimostrare soprattutto agli adolescenti in crisi per diversi motivi – quando sono stanchi, sono demotivati – che di fronte a malattie così gravi ci sono dei loro amici, dei loro coetanei che invece lottano e con grande grinta, ce la fanno.
Un libro che fa sognare con i piedi per terra.
Padre Francesco Occhetta, scrittore de La Civiltà Cattolica, tra i relatori della conferenza stampa:
“Quando la malattia scava nel cuore degli uomini fa vedere la prospettiva della vita in una maniera diversa. In genere noi la riempiamo con le parole; qui è questione di sguardi e di presenza”.
Uno sguardo che va sul dolore ma non ci annienta.
“Il dolore è come una goccia che scava la roccia e la fa esplodere. Ma, sotto la roccia c’è una vita che non è nostra, perché come noi siamo frutto di un dono, anche l’esperienza della vita che noi dobbiamo fare è di scommettere su una grande dimensione: Dio è buono, perché davanti ad una malattia altrimenti si proiettano su di Lui, che è il nostro creatore, le idee più frustranti e diaboliche. Ma Dio è buono e per come ci ha creati, ci salverà. Un libro che ci apre alla speranza, che è la certezza delle cose future anche se si passa dalla croce. Questo è un libro da leggere perché fa bene e fa del bene e va regalato perché il ricavato sarà per curare i bambini”.
Pubblici forse diversi hanno visto il documentario ed ora leggeranno il libro. Linguaggi differenti per esprimere uno stesso contenuto prezioso.
Mons. Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, che ha firmato la prefazione al volume:
“Direi che è fondamentale raccontare la malattia, soprattutto quella dei ragazzi, delle ragazze, dei giovani, che in qualche modo pone le questioni centrali. Ad esempio, pone il rapporto tra famiglia e malattia di un figlio; pone il rapporto tra i sogni di un giovane e una vita che in qualche modo assume su di sé una sentenza quasi inappellabile a prima vista. Quindi, certamente, è importante raccontare che la vita già dal primo momento ha a che fare con il dolore di una madre, con il sangue, che porta su di sé per tutta la vita quei segni della sofferenza, della fatica e del dolore. Ciò nonostante la vita è un grande sogno che vale la pena vivere e anzi c’è l’idea di una salute nella malattia. Quindi non c’è l’opposizione tra chi è malato e chi è sano, ma c’è anche trovare, in un’epoca della malattia, la forma e i luoghi della salute. Salute fa rifermento a salus, alla salvezza, alla completezza più piena di visione dell’uomo e della donna. Tutto questo è raccontano in modalità diverse. Quindi il contenuto, il messaggio è fondamentale, ma anche la capacità di raccontare; un conto è scrivere per un libro, un conto è scrivere per immagini. Qui siamo di fronte ad una capacità di Simona Ercolani che ci ha regalato prima dieci episodi del documentario su Raitre e poi ha ‘riletto’ tutto questo in un libro. Roberta Gisotti, Radio Vaticana, Radiogiornale del 27 settembre 2017.

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