giovedì 27 aprile 2017

Pedagogia, per una educazione sentimentale dei figli

Osservo che i genitori mediamente sono molto concentrati sui figli, molto più attenti di quanto normalmente non fosse un genitore di cinquanta anni fa, e questo è certamente un bene. La famiglia è sempre più costruita attorno alle esigenze dei figli, sempre più tesa a costruire loro un mondo di abitudini sempre più serene. I genitori sono sempre più attenti a evitare ai figli ogni possibile trauma, ogni possibile choc, ogni possibile evento che possa turbarli o agitarli... e togli qui, ripulisci lì ho la sensazione che si finisca per "ripulire" talmente la realtà fino a toglierle ogni "principio attivo", circondando i ragazzini di un 'disneyworld' che si crede li protegga ma che in realtà li depriva...  


La mia idea è semplice:

I ragazzini hanno bisogno di conoscere fatti veri, carichi del vissuto emozionale dei protagonisti, per formarsi un bagaglio di esperienze attraverso cui allenare le proprie strutture intellettuali ed emotive.

Ritengo che occorra uscire dal cretinismo del politicamente corretto e cominciare a raccontare ai figli la realtà nella sua complessità, nella sua effettiva consistenza, nei suoi risvolti lieti e dolorosi; bisogna raccontare ai bambini il proprio vissuto, i propri ricordi, le proprie difficoltà, i propri dubbi, le proprie insicurezze. 

I ragazzini hanno bisogno di conoscere la complessità della realtà emotiva dei genitori, dei nonni, dei fratelli maggiori per imparare a gestire la complessità emotiva che sentono dentro. 

I genitori devono trasmettere ai figli la sapienza emotiva che hanno faticosamente imparato e acquisito nel corso della loro lunga esperienza: attraverso il racconto del proprio vissuto - dei fatti piccoli e grandi del proprio presente e del proprio passato, accompagnato dalla descrizione delle emozioni vissute, delle paure, delle reazioni - si trasmette questo « Know how ».

Ogni genitore intelligente e sensibile conosce - e in corso d'opera affina sempre di più - il modo e la misura per farlo.  

In buona sostanza abituarsi con i figli ad una comunicazione vera, col rischio di fare degli sbagli, che però ritengo sia infinitamente meno grave della possibilità che i figli - cresciuti - finiscano per trovarsi buttati nel mare della vita senza saper nuotare.
Giovanni Chiaramonte

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