sabato 11 febbraio 2017

Giornata bambini soldato. Andrea Iacomini, Unicef: oltre 250 mila nel mondo

Oltre 250 mila sono ancora i bambini che nel mondo vengono arruolati nelle guerre. Una piaga che distrugge la loro infanzia e calpesta i loro diritti. Tutelare la dignità dei piccoli e debellare il traffico di armi è stata anche l’intenzione di preghiera del Papa nel dicembre scorso, mentre questa domenica 12 febbario, Giornata Mondiale contro l’Impiego dei Minori nei Conflitti Armati, servirà a ribadire la necessità di un impegno istituzionale globale. Il servizio di Gabriella Ceraso: 

Armati dagli adulti e per le loro guerre: Francesco lo ha più volte denunciato nel corso del suo Pontificato il fenomeno aberrante dei bambini reclutati come soldati, ma non solo, come spie, corrieri, messaggeri, bambini violati e abusati, strappati alle loro famiglie o venduti dalle famiglie stesse perchè in condizioni disperate. I dati di Andrea Iacomini, presidente Unicef Italia:

“Ad oggi possiamo dire che si contano circa 250 mila bambini soldato, ma non è un numero preciso. I conflitti dove si registrano le più ampie partecipazioni sono sicuramente all’interno del conflitto siriano, nello Yemen – dove già nello scorso anno si sono registrati mille casi di bambini reclutati come soldati – in Sud Sudan, in Centrafrica o in Myanmar si registrano quasi 10 mila bambini reclutati come soldati. Annualmente riusciamo, dipende dalla lunghezza delle trattative, a far liberare 200-300 bambini. Vengono fatte poi delle verifiche per cercare di ricongiungerli ai familiari e quindi si passa a una fase di trattamento psicologico e a un percorso di scolarizzazione, perché questi bambini devono tornare comunque alla loro normalità”.

Ma chi sono i bambini soldato? Quali le loro ferite e i loro pensieri? Lo abbiamo chiesto a Lucia Castelli, pediatra della Ong Avsi, attiva per quasi dieci anni in Nord Uganda:

“Io ho visto bambini che sono scappati dopo avere vissuto con i ribelli, essere stati obbligati da loro ad azioni atroci: uccidere e bruciare villaggi o andare a rapire altri bambini, rubare cibo, vettovaglie, ecc. Si tratta innanzitutto di bambini pieni di ‘colpe’ che non sono loro, bambini che devono essere riaccolti, e resi consapevoli del fatto che – appunto – alcune azioni, in fondo, non erano da loro volute ma loro erano obbligati a farle”.

Dopo l'addio alle armi dunque la sfida è la reintegrazione. Fondamentale, racconta Lucia Castelli, è la presenza della comunità anche per combattere il fenomeno dell'arruolamento:

“Io credo che uno dei fattori che ha molto contribuito, in Uganda, se non altro a fare andare i ribelli in altri Stati è che c’è stato un movimento di popoli: i genitori di alcuni di questi bambini hanno creato un’associazione, ci si è messi insieme anche coinvolgendo la gente e il governo, che ha avuto una grossissima implicazione. Purtroppo esistono dei meccanismi e delle dinamiche nei confronti delle quali io mi sento molto impotente, per esempio il discorso di chi sostiene economicamente queste bande di ribelli dando loro le armi”.

Traffico di armi dunque e guerre irrisolte, questo il nodo cruciale anche per l'Unicef, nonostante i tanti successi ottenuti. Ancora Andrea Iacomini: 

“Purtroppo, fin quando continueranno le guerre è chiaro che l’ottimismo viene meno. Però, dobbiamo lavorare per fare in modo che perlomeno gli Stati, i Paesi applichino i protocolli opzionali. Ma è complesso quando ci sono fazioni che sfuggono naturalmente alle regole normali di una nazione”. Gabriella Ceraso, Radio Vaticana, Radiogiornale dell'11 febbraio 2017.