lunedì 26 dicembre 2016

Cinema, Fattitaliani consiglia “In nome di mia figlia” di Vincent Garenq, un film bellissimo. La recensione

Un Film bellissimo!

È questo quello che mi viene di scrivere come prima frase per connotare questa vera e propria Opera d’Arte cinematografica francese che è densa, pregna, colma, intrisa, detonante… di tantissimi elementi che caratterizzano inequivocabilmente la giustizia giusta dalla giustizia ingiusta, la verità dalla mistificazione, l’onestà dalla disonestà, l’indomabile collusione col male dall’ostinata ed ossessiva ricerca della verità per ottenere la giustizia terrena alla quale tutti gli uomini di sani principi anelano dalla nascita del tempo. La giustizia divina – e quella è un’altra storia! - di certo sarà inesorabile e non accoglierà alcuna richiesta di “perdono” da parte dei colpevoli, dei protagonisti-criminali, ovvero, di tutti coloro che si sono macchiati del sangue di una Donna pura e innocente, e sono stati collusi per pusillanimità o per complicità con l’autore del “delitto” di questa drammatica e devastante storia vera iniziata in Francia nel 1982, in una serena, calda e spensierata giornata d’estate. Tutto comincia con un fulmine repentino ed impietoso che squarcia il cielo azzurro e luminoso della Francia del 10 luglio del 1982 quando André Bamberski (Daniel Auteuil), in vacanza nella sua bellissima villa di campagna, riceve la terribile e straziante telefonata dell’ex-moglie Dany (Marie-Josée Croze), che stava trascorrendo coi due figli le sue vacanze in Germania insieme al suo nuovo compagno, il medico tedesco Dieter Krombach (Sebastian Koch). La telefonata è repentina ed incisiva, e trapassa Auteuil come se fosse stato infilato dalla lama d’acciaio della katana forgiata dal Gran Maestro Hanzo, che abbiamo ammirato nella trilogia “Kill Bill” di Quentin Tarantino. La notizia che arriva dalla cornetta alle orecchie di Auteuil è che la figlia quattordicenne era morta improvvisamente per cause inspiegabili!
La regia di Vincent Garenq, specializzatosi oramai in fatti di cronaca giudiziaria dove la giustizia giusta è sempre succube della giustizia ingiusta (… è questo il vero motivo per cui in Italia non vengono più distribuiti i suoi bellissimi Film!), è impeccabile; il Cast di attori è brillante e bravissimo; la sceneggiatura, tratta dal Best Seller francese scritto dal papà della vittima, André Bamberski, insieme al giornalista de “Le Figaro” Cyrille Louis, col titolo originale “Pour que justice te soit rendue” pubblicato in Francia nel 2010, è scritta a quattro mani, dallo stesso regista Vincent Garenq e da Julien Rappeneau; la sceneggiatura risulta incisiva e penetrante, malgrado i ridotti margini di libertà, essendo un fatto realmente accaduto e tratto da un Romanzo di successo: e questo dà loro ancora più onore e merito; le musiche di Nicolas Errèra danno alla narrazione quel tocco in più di pathos e di empatia, come la nocciola croccante dentro un cioccolatino Ferrero Rocher.
Il Film è densissimo di messaggi, di meta-messaggi e di significati reali e veri. E come ho già scritto altre volte, leggendo diverse recensioni dopo aver visto il film, nessuna di quelle che ho letto, scritta da “critici-professionisti”, ha colto il vero messaggio della storia-vera narrata nel Film, nessuna ha compreso la costruzione impavida della sceneggiatura, della regia, del neo-realismo post-moderno dell’Opera!
Tutto questo per me è veramente inquietante e mi chiedo come facciano questi “critici-cinematografici-professionisti” a scrivere di cinema se non riescono a cogliere il senso vero, il messaggio importante di un Film che, nella fattispecie, è così forte e così attuale da non lasciare scampo ad equivoci; un messaggio drammatico e bello insieme, che lascia solchi profondi e sanguinanti nell’anima e nel cuore di ogni Donna e di ogni Uomo che amano la vita e l’amore?
E allora questa mia Recensione sarà un po’ più lunga del solito proprio perché voglio scrivere di questo Film senza che ci possano essere possibilità di interpretazioni improprie da parte del lettore.
È una delle rare volte che a chiedere ossessivamente giustizia dell’evidente femminicidio di una bellissima adolescente, sia un Uomo, in questo caso il padre André Bamberski, che ama con tutto sé stesso e con tutte le sue forze i suoi due figli; e per l’amore che nutre per loro è disposto a sacrificare la sua vita, la sua professione, le sue passioni, il suo amore per la sua nuova donna… insomma, per amore filiale è disposto a sacrificare la sua stessa vita!
È già questo un primo messaggio fortissimo ed attuale, che la nostra cultura occidentale deve ad ogni costo recuperare e rinvigorire; perché è la Cultura che ci hanno lasciato i nostri avi, i nostri nonni, i nostri padri, i nostri culti di origine Cristiana: l’amore filiale incondizionato ed al costo della propria vita di genitori!
Alla notizia della morte improvvisa della figlia, il padre Daniel Auteuil si precipita in Germania per baciare ed abbracciare per l’ultima volta la sua amata “bambina”. Ma lì si rende subito conto che qualcosa non va, che la verità che le viene raccontata è una verità-falsa, costruita ad arte, una “verità” che nasconde accadimenti che una volta rivelatesi, avrebbero ferito a morte il suo cuore di padre e la sua anima di Uomo giusto e amorevole verso la sua prole.
Inizia a questo punto il secondo messaggio del Film; anche questo è un messaggio forte e inquietante, destrutturante e attuale: La giustizia terrena non è per i giusti; La giustizia terrena è per i potenti e per i corrotti. Ma questo è un “messaggio” rispolverato assai opportunamente dal Vangelo secondo Luca (18, 1-8) con la parabola di Gesù “Il Giudice Disonesto”. Non posso certo commentare un passo del Vangelo: non ne sono degno ovviamente! Ma il lettore può facilmente recuperarlo perché oggi come allora, duemila anni fa, le cose non sono affatto cambiate!
Nel caso francese Bamberski, giustizia non venne fatta, ovvero, venne fatta dopo trent’anni solo e soltanto per l’ostinazione temeraria ed indefessa di un padre carico di speranza e di un amore infinito per la sua bambina; perché i giudici e gli inquirenti che presero in mano giuridicamente il caso, erano gli stessi giudici di cui parla nella sua parabola Gesù attraverso le parole del Vangelo secondo Luca. Anche in questo caso mi astengo dal fare commenti perché tutto è già stato scritto da almeno due millenni!
Il terzo messaggio è relativo all’ancora fortemente radicato maschilismo e misoginia da parte della maggioranza degli uomini di potere che culturalmente ed intellettualmente concepiscono ancora oggi la Donna come un oggetto, come un essere inferiore, come una “preda” della quale qualsiasi uomo può farne ciò che vuole; questi “uomini”, per tutte le loro azioni che vedono vittima la Donna, non devono essere puniti né dalla giustizia terrena, né dalla “falsa-morale” di coloro che Fabrizio De André ben narra nella sua bellissima ballata “Un Giudice” del 1971, dove un metaforico “nano” - che l’allievo di Sigmund Freud (1856-1939), Alfred Adler (1870-1937), nella prima metà del ‘900, ebbe a definire clinicamente e correttamente come colui che incorpora una forte “volontà di potenza” frutto dell’ostinata determinazione che ha origine nell’età infantile e adolescenziale che caratterizza ogni Uomo quando è succube del “sentimento di inferiorità” e della sua fragilità umana di quel particolare periodo della propria vita, trasformandolo nel tempo con un forte impulso all’“aspirazione alla superiorità” - divenuto potente ed indiscusso giudice, si “vendica” con chiunque passi sotto la “sua giustizia” per finalmente affermare la sua superiorità malgrado la statura “morale”, e non certo “metrica”, inferiore a quella di tutti i suoi “pari”!
Il quarto messaggio è l’inspiegabile cecità della madre Marie-Josée Croze che sotto i suoi occhi rinneganti, non vede quello che chiunque avrebbe visto! Ed anche questo, in tutti i delitti di questa tipologia criminologica, è un fatto sempre ricorrente: madri che incomprensibilmente quasi mai salvano le loro figlie vittime di abuso, di violenza sessuale, di femminicidio! Anzi, spesso sono tacite e silenti complici degli aguzzini, dei carnefici, dei vigliacchi che usano la loro forza contro la debolezza fisica della Donna; madri che consentono a questi démoni-pusillanimi, per paura, per meschinità, per vigliaccheria, per “invidia” talvolta, per “rinnegamento”, come direbbe Sigmund Freud, di non vedere ciò che è visibile, e lasciano che il loro stesso sangue venga annientato da mani di “mostri” che abusano, violentano e uccidono quello che hanno generato loro stessi, col sublime dolore del concepimento materno… di madre adesso divenuta snaturata!
Tutti gli altri messaggi, o meta-messaggi, come li vorrà definire il lettore di questa mia Recensione, che certamente, sono sicuro, sarà spettatore di questo bellissimo e drammatico Film di Garenq, dovranno scoprirli all’interno della Sala Cinematografica che li avvolgerà in una storia dirompente e dolorosa, che cambierà certamente il loro modo di vedere la condizione della Donna del XXI secolo del mondo occidentale che si “vanta” mascolinamente, della sua pretestuosa modernità e parità di diritti! Andrea Giostra.