mercoledì 21 settembre 2016

Giornata Mondiale Alzheimer, il racconto "I Miei rispetti signora Alzheimer" di Peppe Zambito

I MIEI RISPETTI SIGNORA ALZHEIMER di Peppe Zambito
“Certo che ricordo”
L’infermiera ha i capelli rosso-castano cotonati, tenuti ammassati in modo innaturale.
Immobili.
Le labbra segnate da un contorno nero, con dentro un rosso fuoco acceso. Lo stesso nero  traccia gli occhi. Il rosso lo rivedo sulle unghie, lunghe, curate. Rendono la sua mano quasi palmata. Sarà per il modo di come le muove. Farfalle enormi tra le cartelle mediche.
Robusta, si muove con agilità tra la scrivania e l’armadietto di ferro alla sua destra. Si pone con  i dottori,  che si alternano a richiederle documenti o prenotazioni, in modo autoritario, significativo di un ruolo importante che le viene riconosciuto.
“Un attore”
La farfalla destra vola e con un battito stringe il mento di mio padre. Lui alza appena lo sguardo smarrito.
“Come si fa a dimenticare questi begli occhi azzurri?”
Comincia a masticare rumorosamente una gomma. Prende tre fialette e prepara il braccio di mio padre per il prelievo.
Signora Alzheimer. Lo so che sei una malattia, ma a me piace chiamarti così. Un senso di rispetto, o forse di educazione. Da cinque anni sei entrata nella nostra vita. Sei arrivata in punta di piedi. In effetti non ti abbiamo riconosciuto subito.
Un giorno che mio padre, dopo essere salito sulla sua macchina, è rimasto immobile non sapendo cosa fare, ho avuto il sospetto che tu eri lì con lui. 
Sussurravi.  Quasi non volessi disturbare. Stavi in disparte e talvolta sembrava che non ci fossi. L’illusione di un incontro casuale, niente più.
Signora Alzheimer, poi ti sei fatta insistente. Sempre più presente. Grazie a te,  lui, mio padre, diventava ora violento, ora impaurito. E poi assente. Di quelle assenze che ti porti dentro lo sguardo e che non scompaiono anche quando chiudi gli occhi per provare sollievo, e non ne provi.
Grazie a te, non ci considerava nemmeno, cercava altre persone, in un posto che soltanto tu conoscevi. Piangeva una moglie viva che non riconosceva. Figli sparsi per il mondo, mai esistiti. 
In poco tempo sei diventata invadente. 
“Ecco qui, tutto fatto”  dice l’infermiera con un sorriso largo.
Mio padre la guarda come un bambino. È un bambino. Si lascia spogliare e rivestire. 
“Andiamo” continua a ripetere lui, come un lamento, costante e ritmato.
Io lo guardo con tenerezza. Vederlo adesso privo di quella forza che mi ha accompagnato nella mia vita mi fa sentire indifeso. Che importanza ha se sono adulto e a mia volta padre. Lo prendo per mano. E’ mio figlio.
Signora Alzheimer, tante volte ti ho immaginata, ti ho guardato in faccia. Quel volto che ti ho dato io, naturalmente. Lineamenti marcati. Due occhi stranamente fermi, ma non duri. E poi un leggero sorriso con le labbra aperte appena. Nel mezzo una cannuccia che aspira: ricordi, volti, gesti; pezzi di vita che si frantumano davanti ai nostri occhi, impossibile da ricomporre.
Vederti, immaginarti è un mio  bisogno.  
Gran parte di me è scomparso nella sua memoria. Grazie a te. O forse semplicemente nascosto in qualche angolo remoto. Tutti i miei tentativi di riconquistare parte di “noi” sono falliti. E’ inutile stare lì a raccontargli dei miei capricci, delle mie cadute, delle mie sconfitte, delle mie piccole follie. Inutile mostrargli le foto. Tutto rimane addormentato. 
Tutto tranne i suoi occhi.
Signora Alzheimer, forse questo ti infastidisce?
Mi piace pensare di si. Lo vedo, il tuo volto immaginario fare una smorfia di disapprovazione. Le vedo le tue labbra storcersi a sinistra.
Io e lui, le parole le usavamo per le banalità della vita. Per litigare. Per le arrabbiature rapide. Per accavallare l’un l’altro le idee e tentare di vincere.
Per le cose importanti raramente, poche. Per le cose importanti ci siamo sempre guardati. Proprio così, signora cara. Lunghi silenzi che lo sguardo riempiva. Era il nostro modo di comprenderci, di conoscerci. Eravamo convinti che le parole avrebbero distorto tutto. Sarebbero arrivate falsate. Distorte dalla paura di rivelarci reciprocamente. Gli occhi erano incapaci di fuggire. E non ci dispiaceva, volevamo farci prendere.
“Andiamo”,  ripete. 
Andiamo davvero questa volta. Percorriamo il lungo corridoio beige con lo stesso passo lento. Con lo stesso ritmo. Sei smarrito. Perso dentro l’ascensore. Mentre pigio il tasto “0” e inizia la discesa, ti incontro, nello specchio. Ti riconosco. Ci fissiamo ancora una volta. Non fuggi. Sostieni il mio sguardo. Mi dai il tempo di parlarti e ho la sensazione che mi stai ascoltando. 
Ci avviamo verso l’uscita. Giorgio si avvicina con suo padre. Da tanti anni non ci vediamo. Siamo ingrassati. So che fa il cuoco, per il resto non so più niente della sua vita. Suo padre mi riconosce subito. Strattono mio padre per attirare la sua attenzione. Gli indico il suo vecchio amico, compagno di tante battaglie. Quando il padre di Giorgio  lo fissa, lui sorride illudendolo di averlo riconosciuto.
“Impossibile che di me non si ricordi”. 
 Lo dice con un tono di voce che racchiude dentro decine di immagini che si intrecciano e che li riguardano.
Lo chiama ripetutamente. La voce si affievolisce lentamente. Sconfitto sembra caricarsi addosso la solitudine che intravede. Anche l’espressione della sua faccia è cambiata. Vive il tutto come una sconfitta sulla loro esistenza. 
“Andiamo”, riprende a dire mio padre mentre fissa quello strano individuo davanti a lui che saltella pronunciando parole inutili. 
“Andiamo” dice Giorgio tirando leggermente a sé suo padre. Che non sembra rassegnato, tutt’altro, si avvicina con uno scatto a mio padre e comincia a sussurragli “una mattina mi sono svegliato oh bella ciao ho bella ciao oh bella ciao ciao ciao “.
Rimango stupito  e commosso. 
Signora Alzheimer,  per un attimo ho avuto l’impressione che ti trovassi a disagio. Io invece ho avuto la certezza che hai solo nascosto, occultato. Che nonostante i tuoi ripetuti tentativi di cancellare non ce l’hai fatta fino in fondo. Non ce la fai. Scusami, non voglio sembrarti scortese.
Ti ho immaginato tremare dietro la spinta di quelle note a lui conosciute. Che ha amato. Che hanno rappresentato qualcosa di forte nella sua vita. Hai avuto paura di non essere abbastanza incisiva. 
Dove hai nascosto i suoi ricordi?
Li hai coperti con un velo nero, impenetrabile. Eppure qualcosa sfugge, ogni tanto, al tuo controllo.
Come quel giorno in cui mi ha chiamato per nome. Lo ha pronunciato forte e chiaro. E’ stato come quando mio figlio mi ha chiamato per la prima volta. La stessa intensa emozione di essere riconosciuto. Un nome non è soltanto un nome. A volte è tutto. E’ un’identità completa. Una storia.
Cara signora, quel giorno in cui ha pronunciato il mio nome non ha sorriso. Ha pianto. Era presente. Ha pianto,  prima di perdersi ancora una volta nel mondo che gli hai costruito. L’ho inseguito disperato. L’ho inseguito invano. E’ stato un attimo e il tuo volto era davanti a me, di nuovo.
Raggiungiamo l’uscita. C’è un forte sole di aprile che ci trova impreparati. 
“Andiamo”  
L’andare dell’automobile ti assopisce, proprio come accade a mio figlio. Stiamo in silenzio. Tu con il tuo sonno e io con i miei pensieri. Che ho il terrore di perdere. Forse per questo parlo tanto a mio figlio. Oltre lo sguardo voglio regalargli le parole dei miei pensieri. Confesso che le tue mi mancano. 
C’è un paesaggio bellissimo, ricco di colori: giallo, verde, rosso.
Provo a svegliarti. Ti chiamo. Accenni ad aprire gli occhi.
Il paesaggio mi ricorda la campagna di Torre Salsa. L’alternanza di piccole colline e vallate. Un’onda di terra e colori, dove la sulla, in questo periodo, la fa da padrona. Il suo colore intenso che dà sul viola sembra spezzare prepotentemente il panorama  pastello del cielo.
Accosto con la macchina. Ti aiuto a scendere. Voglio fermarmi un attimo ad ammirare con te. Non sono sicuro che tu abbia compreso. A dire il vero sembri infastidito, non importa.
Signora Alzheimer,  non vorrei essere irriverente, con il rispetto che le porto la invito a spostarsi un attimo, a lasciarci un po’ da soli se non le dispiace. Il tempo necessario per guardare insieme lontano. Lo so cosa sta pensando. Non ha importanza. Non hanno importanza se i nostri pensieri non confluiranno. Pazienza. O forse si. Non lo so. Non lo sapremo mai,  probabilmente. Staremo senza parlare. Senza parole. Butteremo gli occhi insieme lontano e ancora una volta mi illuderò che avrà compreso, le assicuro che  mi basta questo, solo un momento.
La signora sembra aver compreso. Sono spalla a spalla con mio padre. Guardiamo nella stessa direzione. Il limite che separa il cielo dalla distesa rossa di sulla. Oltre c’è il mare, da qualche parte. Ha lo stesso colore dei tuoi occhi. E mentre la signora si distrae un attimo pronunci il mio nome. Ed è tutta una vita.