giovedì 8 settembre 2016

Fiction e Teatro, Marco Falaguasta a Fattitaliani: la mia maggior prerogativa è creare subito un contatto con la gente. L'intervista

Marco Falaguasta attore a tutto tondo ama portare nei personaggi che interpreta la leggerezza con cui vive guardando con grande fiducia al futuro. Non abbattendosi mai neanche quando la vita si accanisce e riserva delle sorprese sgradite. Ha un grande senso del dovere che è andato di pari passo con l’età e lo dimostra anche quando dice di sognare di arrivare in un grande Teatro perché la sua bravura è cresciuta e quindi la sua popolarità. Invertendo le proporzioni c’è qualcosa di marcio e lui se n’è sempre tirato fuori. Ciò gli fa sicuramente Onore. Fattitaliani lo ha intervistato.

Sulle Reti Mediaset in “Rimbocchiamoci le maniche” nei panni di un carabiniere. Che personaggio è? 
Molto interessante perché ha tante dimensioni. E’ un tutore dell’ordine perché è il Maresciallo di Offidella, si attiene al suo ruolo, orgoglioso d’indossare la divisa ed è anche abbastanza simpatico. Mi piaceva la coesione tra l’aspetto istituzionale e quello più “guascone” che nello stesso tempo ha.
Non sei nuovo ad indossare la divisa, l’avevi già fatto in “Il Restauratore” in cui eri un Commissario di Polizia.
I due personaggi hanno delle similitudini. Il Commissario di Polizia Sandro Maccari rispettava anche lui la legge, seguiva le procedure e si affidava al buon senso ma nel personaggio di “Rimbocchiamoci le maniche” viene esaltato molto l’aspetto umano ed il forte senso di responsabilità che il Maresciallo ha nei confronti dei cittadini. Dalla penna degli autori è uscito un personaggio innamorato di se stesso, è un po’ “piacione” e piace anche agli altri.
Cosa hai portato di tuo? 
L’umanità ed il fatto che tendo a sdrammatizzare un po’ tutto cercando di cogliere il lato positivo non per superficialità ma perché tendo a vivere con leggerezza e con grande fiducia nel futuro, in ogni caso mi ha molto divertito. Avevo già avuto occasione di fare un Maggiore dei Carabinieri, Guido Salimbeni, in "La Terza verità", film in due puntate sempre per la regia di Stefano Reali, ma in quell’occasione c’era meno spazio per l’umanità perché essendo un giallo, il Maggiore era impegnato a 360 gradi nella risoluzione del delitto per trovare un serial killer, non c’era da stare allegri ma bisognava condurre le indagini con molta cura. Essendo l’altro un Maresciallo di un piccolo centro, le problematiche sono senz’altro minori e ha modo di dimostrare l’umanità e la simpatia che molto spesso non si rileva. Ciò dà uno sguardo anche più completo al Tutore dell’ordine perché mostra sia il suo lato professionale che quello umano, con i suoi lati caratteriali, con le sue debolezze.
Questo tuo senso del dovere nasce dai tuoi studi giuridici? 
No, è andato di pari passo con l’età. Nel momento in cui decido di raggiungere un obiettivo, dedico tutto me stesso e non lascio nulla al caso. Sono convinto che la fortuna aiuti gli audaci. Da parte mia, impiego tutte le mie risorse, la mia inventiva, tutta la mia forza di volontà, poi è la vita che mi dà ciò che merito. Nella vita ho passato sia dei momenti belli che dei momenti difficili ma non ho mai recriminato su nulla. Ho sempre trovato una ragione sia quando la vita mi regalava dei momenti allegri e sia quando la vita sembrava accanirsi contro di me.
L’interesse per il Teatro quando nasce? 
Nel 1985 quando a 15 anni mi ritrovai a lavorare in un Villaggio turistico e lì ho capito che il contatto con la gente mi piaceva moltissimo. Credo che la mia maggior prerogativa sia quella di creare subito un contatto con la gente. Tra le varie forme con le quali avrei potuto esplicare questa mia capacità, quella che sentivo più vicino era la recitazione. Sentivo di arrivare al cuore delle persone, raccontando delle storie.
Hai debuttato con la commedia “So tutto sulle donne”, riproponendo lo stesso testo venti anni dopo. Cosa è cambiato? 
Che di donne si sa sempre poco anzi quasi niente. Il titolo mantiene sempre questo contenuto utopico al quale ogni uomo aspira e suppone di sapere tutto sulle donne ed invece non sappiamo mai niente e forse è proprio questo che rende estremamente affascinante il rapporto con ogni donna. L’unica cosa che ho capito dopo molti anni è che le donne sono molto più profonde, sensibili, pratiche rispetto a noi uomini che siamo sempre molto basici.
Quest’estate hai riportato in tournée “Trenta senza lode” riscuotendo sempre lo stesso successo? 
E’ una commedia fatata che esce dalla penna e diventa un Cult. Sono esattamente tredici anni che la facciamo e ciclicamente ogni quattro o cinque anni ce la richiedono. E’ una Commedia che ha in sé quella visione leggera della vita e le trovate così comiche che va bene anche in un momento come questo in cui c’è un grande desiderio di evasione e Trenta senza lode ti consente per un’ora e mezzo di pensare ai guai di un altro e a riderne. Serve anche questo ad esorcizzare i problemi.
I tuoi ruoli drammatici quali sono stati? 
Pietro Marconi in “Il bene e il male” una serie di Raiuno, un uomo che aveva perso i genitori in circostanze tragiche e che sconfina nella delinquenza. In “Paura di amare” interpretavo Paride, il più cattivo dei personaggi. L’allenatore di “Come un delfino” che era un personaggio completamente negativo che addirittura incitava i ragazzi al doping per un proprio tornaconto. Rocco in “Borgo Larici” ero un Capo bastone al soldo di un benestante. Credo che per un attore sia una grande risorsa attingere con grande disinvoltura alle proprie sfaccettature più leggere, così come attingere a quella parte più cattiva che ognuno di noi ha.
Cosa vorresti fare e ancora non ti è stato proposto? 
Tutto quello che non ho fatto. Mi manca un film al Cinema con un bel ruolo, la Commedia in televisione, recitare in un grande Teatro. Finora ho lavorato in tutti i Teatri più importanti ma non ho fatto il Sistina a Roma, l’Alfieri a Torino. L’ambizione è quella di arrivare un giorno in questi grandi teatri da mille, millecinquecento posti. Significherebbe che la mia bravura è cresciuta e di conseguenza anche la popolarità. A me piace pensare che la popolarità sia la diretta conseguenza delle capacità. Nel momento in cui noi invertiamo le proporzioni, cioè la popolarità ti dà quelle possibilità che vanno oltre le tue capacità, c’è qualcosa di cariato e di marcio. Ad oggi quando ho visto il marcio mi sono sempre fermato.
Elisabetta Ruffolo