domenica 28 agosto 2016

Venezia 73, "Vangelo" di Pippo Delbono. Il regista: tutto il mio cammino è stato segnato da ferite

Alla Mostra del Cinema di Venezia, che si apre mercoledì prossimo, sono molti i film in cui registi diversissimi tra loro affrontano temi legati alle esperienze umane e religiose. Tra questi titoli sicuramente “Vangelo”, che Pippo Delbono, regista teatrale, porta alle “Giornate degli Autori”. Il servizio di Luca Pellegrini:
Tra i campi di mais i loro volti raccontano le loro storie, Pippo Delbono chiede soltanto i nomi. Sono profughi arrivati da terre ove la sofferenza è quotidiana, la morte una cruda realtà. Le loro tragedie gli ricordano le parole di Gesù. Decide di girare un Vangelo, molto a modo suo, con frammenti di citazioni che s’innestano sulla realtà che quelle persone evocano e portano con sé. All’origine di questo film, come confessa il regista, il ricordo della madre, che gli chiedeva di fare qualcosa che racconti l’amore, e poi il famoso quadro del Caravaggio “Le sette opere di misericordia”.  
“Sì, sono due giusti punti di partenza: il Caravaggio un po’ inconsciamente e la madre invece con una chiara decisione. Mia madre è una donna molto cattolica. Dentro la sua grande fede aveva in fondo una straordinaria libertà, e spesso un po’ un eccessivo rigore. Però sicuramente mi ha segnato tantissimo: porto dentro questo cammino di mia madre, anche se poi io ho preso una strada un po’ diversa, nel senso che sono buddista e pratico il buddismo da tanti anni. Però è stato come un passare da una cosa all’altra e anche ritornare a rileggere il Vangelo dopo aver fatto un cammino importante comunque nella spiritualità; e quindi rileggerlo adesso con uno sguardo nuovo. Il Caravaggio è comunque la bellezza dell’essere umano, la luce che esce fuori da persone che molto spesso la società chiama ‘criminali, zingari, rifugiati, diversi, esclusi’”.
Lei dichiara di non credere, eppure si confronta con il testo che è il fondamento del cristianesimo:
“Sicuramente è successo che mi ha anche un po’ toccato e colpito questo nuovo Papa, che ha dato segni di grande apertura umana, forte, forse rara in questo momento in cui tutti parlano, ma si sente che in verità alle persone, nel profondo, non importa nulla delle cose. E poi sì, trovare questa assurda contraddizione di un Paese come questo, dove tutti apparentemente si reputano ‘cristiani’ – sono tutti cattolici – e poi assumono dei comportamenti che si allontanano totalmente – ma totalmente! – da quel pensiero. Allora io, da non cattolico, dico loro: “Ma scusate! Fermi un attimo…”. Io non ho voluto fare un percorso intellettuale, ma un percorso semplice: complesso, ma semplice. Quando nel film, a un certo punto, si dice: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare; avevo sete e mi avete dato da bere”. Partiamo da lì: chi ha sete oggi, chi ha fame oggi?”
L’incontro con gli immigrati, con i profughi, con persone che portano segni di grandi ferite e di grande vita, che cosa ha significato per la realizzazione del suo film?
“Queste persone mi hanno portato diverse cose. Una è stato, oggettivamente, come racconto nel film, una casualità, cioè un andarli a cercare e arrivare lì in un momento di ferita. Tutto il mio cammino è stato segnato da ferite, però sembra che queste ferite in qualche modo siano state anche una grande occasione per rimanere lucido e non perdermi. Guarda caso, lì, da queste persone con cui la morte ha convissuto molto più presente che per noi, che la dimentichiamo – non è che noi non moriamo, noi la dimentichiamo – ecco, queste persone invece la morte se la portano dentro, incisa nello stomaco, e questa morte dà loro – per quello che poi diventa il mio lavoro artistico – secondo me una straordinaria capacità espressiva, come una bellezza. Ecco, loro ce l’hanno. E lì viene fuori il Vangelo: in fondo, il Cristo dice: 'Se non sarete uguali ai bambini non entrerete nel Regno dei Cieli', ma io lo direi anche a un artista: 'Se non sei come un bambino, non sei un artista'. E’ stato molto semplice, in fondo, complesso e semplice, questo cammino. Inevitabile che poi io sia finito nel Vangelo: sono state come inevitabili coincidenze che si sono unite. Certo, le mie ferite mi sono state amiche: quel famoso Calvario … Mi ricordo di quel Vangelo, da piccolo. Cosa mi ricordo di quel Vangelo? Ho delle cose forti che mi sono rimaste segnate, soprattutto quel Calvario, è da quel Calvario, che è la nascita dalla morte, che passa anche il cammino del Cristo. D’altra parte, il cammino di queste persone è quello: chi più di loro mi può raccontare in questo tempo quella storia lì? Chi più di loro?”. Luca Pellegrini, Radio Vaticana, Radiogiornale del 28 agosto 2016.