Un percorso umano e
artistico che attraversa i confini geografici e linguistici per farsi pura
poesia ed elettronica. In questa intervista esclusiva per Fattitaliani,
scopriamo la visione dietro il brano "Strega”, un manifesto di soft power
femminile che decostruisce gli archetipi storici per trasformarli in spazi di
ascolto, rassicurazione e consapevolezza. Dagli studi di giornalismo a Minsk
fino alla scelta radicale della lingua italiana come seconda nascita artistica,
l'autrice ci guida all'interno del suo monumentale progetto multimediale
iniziato a febbraio 2025, tra costellazioni di grandi riferimenti della canzone
d'autore e una personalissima mappa sonora dove la melodia sposa la
sperimentazione.
Definisci il
brano " "Strega" come un "soft power" femminile. Come
sei riuscita a trasformare questo archetipo storicamente demonizzato in un
manifesto di intuizione e forza in cui tante donne possono rispecchiarsi?
Ho trasformato
questo archetipo esattamente come avrebbe fatto una strega: non opponendomi
frontalmente, ma cambiando la frequenza dello scontro. Perché, a mio avviso,
per decostruire un’immagine così radicata non serve attaccare, ma creare uno
spazio di ascolto. Uno spazio in cui l’altro si senta al sicuro, quasi cullato,
pronto ad abbassare le difese.
È per questo che
nel brano ripeto “grazie, grazie, grazie”: un gesto semplice, quasi materno,
che disarma invece di ferire. Credo che spesso gli uomini, educati a dover
controllare e dominare, fatichino ad accettare la forza femminile quando non
rientra nei loro schemi. E allora, invece di entrare in conflitto, ho scelto un
altro linguaggio: quello della rassicurazione, dell’intuizione, della dolcezza
che contiene una forza invisibile.
La “strega” è stata
storicamente costruita come una figura maligna proprio da chi non riusciva a
comprendere o controllare la natura femminile — una natura ciclica, lunare,
profondamente intuitiva. Visitare Triora, “il borgo delle streghe” in Liguria,
ha reso tutto questo ancora più reale per me: storie di donne punite,
silenziate, cancellate. E poi, quasi come un atto di resistenza poetica, vedere
scritto su una porta “gestito dalle nipoti delle streghe bruciate” mi ha fatto
capire che quell’energia non è mai scomparsa. Si è solo trasformata.
Per me, la strega
oggi non è più un simbolo di paura, ma di consapevolezza. Non è opposizione
all’uomo, ma complemento. La forza femminile non esiste per dominare o per
essere repressa, ma per unirsi a quella maschile in un equilibrio più profondo.
Perché quando una delle due viene negata o schiacciata, entrambe si
indeboliscono.
“Strega” diventa così un manifesto di soft power: una forza che non urla ma attraversa. Che non impone ma trasforma. Che non chiede permesso ma esiste — e proprio per questo fa paura solo a chi non è ancora pronto a riconoscerla.
Il videoclip
è un corto cinematografico notturno affidato alla cantante Flow. Quale
suggestione volevi trasmettere lasciando la figura maschile fuori campo, per
poi chiudere con la frase ironica «Strega, è una strega! E questo tutto
spiega!»?
L’assenza del corpo
maschile rende tutto più universale: non è più una storia tra due persone, ma
un dinamismo tra energie. Ed è proprio in questo spazio invisibile che il “soft
power” agisce, senza bisogno di confronto diretto.
La frase finale,
«Strega, è una strega! E questo tutto spiega!» ha per me una chiave ironica ma
anche rivelatrice. È come se, davanti a qualcosa che non riesce a controllare o
comprendere fino in fondo, l’uomo trovasse rifugio in una parola antica, quasi
archetipica. Non capisce davvero cosa sia successo, ma ha bisogno di nominarlo.
E allora lo chiama così.
In fondo, è una forma di resa — ma anche, forse, il primo passo verso una nuova consapevolezza.
Il tuo
retroterra unisce la musica classica e Max Richter al jazz e al rock dei Pink
Floyd. In che modo, però, i giganti della canzone italiana che citi come
riferimenti — tra cui Mina, Mia Martini e Dalla — hanno guidato la tua
scrittura poetica?
Quello che mi ha
sempre colpito è la profondità emotiva unita a un livello intellettuale molto
alto sia nei testi che nelle scelte musicali. Le loro canzoni non avevano paura
della complessità: armonie ricercate, strutture non banali, parole dense di significato.
Era un pop che non semplificava ma elevava.
Credo che in
quell’epoca gli artisti avessero anche una responsabilità culturale diversa:
non seguivano il gusto del pubblico, lo formavano. C’era il coraggio di
sperimentare, di rischiare, di proporre qualcosa di nuovo senza inseguire
necessariamente la tendenza del momento.
Oggi, invece, il mercato discografico spesso privilegia ciò che è immediato e riconoscibile, riducendo lo spazio per la ricerca. Per questo sento un forte legame con quella tradizione: perché mi ricorda che il pop può essere anche visione, profondità e innovazione — non solo consumo.
Hai studiato
giornalismo a Minsk prima che la situazione politica ti spingesse a trasferirti
in Italia e ricominciare da zero. Come ha influito questo cambiamento sulla tua
vocazione e cosa ti ha spinta a scegliere proprio la lingua italiana per i tuoi
testi?
Trasferirmi in
Italia ha significato perdere ogni punto di riferimento e dovermi reinventare
completamente. Non conoscevo nessuno, ero sconosciuta e non avevo la
possibilità di esercitare la professione per cui avevo studiato, il
giornalismo. Ho dovuto adattarmi, lavorare nel commercio e nell’immobiliare,
fare scelte pratiche per costruirmi una stabilità.
Poi è arrivata la
pandemia, e quel tempo sospeso ha cambiato tutto. È stato uno stop forzato ma
anche uno spazio di ascolto profondo. Ho iniziato a interrogarmi sulla
condizione umana, sui rapporti tra uomo e donna, sul destino, sul senso stesso
dell’esistenza. E da lì è nata la scrittura.
Non avevo mai
scritto prima, non riuscivo nemmeno a mettere in rima due righe. E invece, tra
il 2021 e il 2022, è come se qualcosa si fosse aperto: un flusso improvviso,
quasi inspiegabile. Ho iniziato a scrivere poesie nella mia lingua madre, il
russo, come se stessi semplicemente trascrivendo qualcosa che arrivava da
altrove.
Vivendo ormai da anni in Italia, sentivo il bisogno di condividere davvero questi testi con le persone intorno a me. Tradurli non bastava: perdevo sfumature, ritmo, verità. Così ho scelto di adottare direttamente la lingua italiana. Non è stata solo una scelta pratica, ma anche artistica: un modo per rinascere una seconda volta, trovando una nuova voce dentro una nuova lingua.
Per il
progetto "30 brani per 30 voci" hai selezionato via social 30
interpreti della scena nazionale e internazionale. Guardando al pop italiano
consolidato, con quale grande artista ti piacerebbe collaborare in futuro per
unire melodia ed elettronica?
Direi che,
guardando al pop italiano consolidato, il mio sogno sarebbe una collaborazione
con Mina: in fondo, quale soldato non sogna di diventare generale?
Allo stesso tempo,
il mio immaginario dialoga molto con percorsi fortemente autoriali e
sperimentali: penso alla dimensione rituale e ipnotica di Lili Refrain, alla
cura artigianale delle parole e del suono di Niccolò Fabi, al modo in cui Meg
(99 Posse) ha saputo attraversare elettronica, radici e ricerca, e ai Delta V,
che per me restano uno dei riferimenti più importanti quando si parla di
intrecciare melodia italiana e paesaggi elettronici.
Non li cito come “modelli” da imitare, ma come coordinate: una costellazione di artisti che hanno dimostrato che si può fare pop restando liberi, curiosi e fuori dalle formule più prevedibili. È dentro questa mappa che mi piacerebbe collocare una futura collaborazione, costruendo un brano in cui melodia ed elettronica non siano un compromesso, ma un linguaggio comune.
L'EP Un
bacio di fortuna (Vol. 1) apre un percorso monumentale a più volumi iniziato a
febbraio 2025, che include anche un libro con i testi. Come si svilupperanno le
prossime uscite come autrice e produttrice della tua etichetta indipendente?
Le prossime uscite
seguiranno un ritmo quasi “seriale”: il primo volume è già uscito e, da qui in
avanti, ogni mese arriverà un nuovo capitolo di questo percorso. Il Volume 2
uscirà il 10 luglio, il terzo l’11 settembre, e così via per tutto l’anno, come
una serie che il pubblico può seguire passo dopo passo, brano dopo brano.
Parallelamente sto
completando il libro con i testi di tutti i 30 brani, che per me è una parte
fondamentale del progetto: non è solo un “libretto”, ma un luogo in cui la
parola viene messa al centro, con le sue sfumature, i suoi doppi sensi, i suoi
rimandi.
Vorrei che tutto
questo venisse percepito come un romanzo in capitoli: ogni EP è un capitolo con
un proprio “mondo sonoro”, una tavolozza diversa di arrangiamenti, voci,
atmosfere.


