di Mariano Sabatini
Essere un grande scrittore non assicura il successo,
almeno non per come lo si intende nell’èra dell’Auditel. Il pregio di un narratore – vale la pena sottolinearlo – non si misura
sulle copie vendute (che non vuol dire che siano poi lette) o dal numero di settimane in vetta
alle classifiche. Anzi, spesso è inversamente proporzionale a certe dinamiche. Ne
è la riprova la parabola del venerabile Vincenzo Pardini, apprezzato agli
esordi dai critici Cesare Garboli e Geno Pampaloni e sostenuto nella stima di
colleghi del calibro di Natalia Ginzburg, Mario Tobino, Enzo Siciliano, Italo
Calvino. Scrittore e giornalista 76enne di Fabbriche di Vallico, in provincia
di Lucca, Pardini è autore di racconti mirabili (presenti nei Meridiani
Mondadori), testi per bambini e svariati romanzi, tra gli altri: Il racconto della Luna, 1987; Lettera a Dio, 2004; Il viaggio dell’orsa, 2011; Il postale, 2012; Grande secolo d’oro e di dolore,
2017; L’accecatore, 2021; Il valico dei briganti, 2023; Vita di Cristo e del suo cane randagio,
2024. Un narratore puro, incorrotto e incorruttibile, di indiscusso e
ammirevole valore letterario, che vive appartato, del tutto estraneo al
salottismo editoriale che garantisce collaborazioni, contratti sontuosi e
ospitate televisive. Ora è nelle
librerie con una nuova meravigliosa raccolta dal titolo I figli di Wanda e altri racconti per Oligo. Storie che hanno la potenza
di piccoli romanzi e che, una volta lette, si ripongono sullo scaffale con la
tristezza con cui si lasciano i posti e i momenti che fanno star bene. Per quanto possa
esserci violenza o brutalità istintuale, infatti, si percepisce come l’autore sia
sempre dalla parte della natura, degli animali, dei lupi, dei muli, dei
caproni, costretti a convivere con la più nefasta, lesiva, invasiva delle
bestie; ovvero sia l’uomo. Un mondo, quello di Pardini, che si vorrebbe esteso
alla realtà. Pagine venate di affascinante malinconia, solitudine scelta,
nostalgia per quello che non tornerà. Lo abbiamo intervistato.
Sei consapevole di
essere uno dei più grandi scrittori viventi o quando lo scriviamo o te lo
diciamo ti sorprendi?
No, non ne sono consapevole, perché mi sento uno che deve
imparare ancora tanto, e questo mi dà un senso di perenne insicurezza e
fragilità. Quando me lo dicono mi sembra infatti di essere preso in giro.
Hai sempre voluto
fare lo scrittore?
Credo di sì, era una cosa inconscia dentro di me. Un
pomeriggio,ancora bambino, insieme a mio padre incontrammo un prete con cui era
stato amico da ragazzo. Si salutarono, abbracciandosi. Il prete era alto, snello, con la lunga veste
nera. Abbassandosi mi chiese cosa volessi fare da grande. Non so perché mi
venne da rispondergli lo scrittore di libri. Mio padre e mia madre restarono meravigliati.
Fu difficile
esordire?
Non tanto. Su indicazione di un amico, Oriano De
Ranieri,mandai due racconti brevi a Enzo Siciliano, il quale mi rispose che li
avrebbe pubblicati su Nuovi Argomenti e che aveva scoperto un nuovo scrittore.
Mi chiese se avevo mai letto Guido Cavani e SilvioD’Arzo, autori appenninici
con i quali avevo cose in comune. Non li avevo mai letti.
La tua è una
scrittura bella e anarchica, hai difficoltà con quella figura tutta moderna nella
case editrici che è l'editor?
A dire il vero per adesso no. Comunque metto subito le
cose in chiaro. Non tollero interventi se non quelli di errori di battitura e di
qualche ripetizione. Il tessuto del testo deve essere lasciato come è nato.
Diceva Moravia che uno scrittore non si corregge,altrimenti non è tale. Se deve
essere rifatto, meglio che il testo sia distrutto. Perché significa che chi
l’harealizzato non è uno scrittore.
Degli scrittori
nel pantheon dei tuoi ricordi chi affiora più spesso?
Molti quelli del Novecento e Ottocento russi e francesi.
Fra gli italiani del Novecento, Moravia, Tobino, Siciliano, Parise,
Ottieri,Bassani, Gadda, Landolfi, Alvaro, Brancati. Tra i russi Puskin,Tolstoj,
Gogol, Dostoevskij. Tra i francesi Maupassant, Flaubert,Balzac. Ma le letture
che mi spronarono a scrivere furono Iliade,Odissea, La Divina Commedia, il
Romanzo antico greco, poi Ariosto e altri ancora.
Uno scrittore del
passato che, conoscendolo, ti è stato profondamente antipatico?
Mario Soldati. Era strano, petulante e mi pareva anche sprezzante.
Quali sono le tue
letture e come sono cambiate nel tempo?
Non sono granché cambiate. Torno sui classici. Quando li
rileggo mi sembrano sempre nuovi. I contemporanei li leggo solo se devo recensirli.
Ho sempre letto con piacere Romana Petri e Liaty Pisani.
Se pensi alla tua
notorietà e alla considerazione di cui godi,consideri che poteva andare meglio
o va bene così?
Mah, non credo di godere di notorietà. Anche perché dico
sempre quello che penso, e questo può apparire sgradevole. Ma credo che uno dei
compiti che ha uno scrittore sia quello di essere sincero,perché ha a che fare
con i sentimenti. E questi non si devono mai ingannare. Se invece fossi stato
un mentitore credo mi sarebbe andata molto meglio.
E' stato difficile
proporre una raccolta di racconti sugli animali?
No. Anche perché Enzo Siciliano, Cesare Garboli, Natalia
Ginzburg, Italo Calvino e Attilio Bertolucci, apprezzarono fin da subito il fatto
che sapessi raccontare gli animali, che poi compaiono spesso nei miei libri.
Si tratta di
animali che hai davvero conosciuto o hai lavorato di fantasia sulla base delle
tue osservazioni del mondo che ti circonda?
Spesso li ho conosciuti. Fin da piccolo sono stato con
cani,gatti e muli. Sanno trasmetterti qualcosa in più degli umani. Come un
senso di affetto incondizionato, sguardi che esprimono sentimenti,
atteggiamenti che ti fanno scoprire nuove realtà, come quella di avvertire un
pericolo o di qualcosa che deve accadere. Poi sono stato anche amico di animali
selvatici. Volpi, poiane, allocchi, ghiandaie e altri,perché li ho soccorsi e
salvati trovandoli incidentati o feriti. Sono molto riconoscenti. Lo si capisce
dai loro occhi.
Tu come il
mitologico re Salomone sembri conoscere il linguaggio e i pensieri degli animali,
come si sventa il rischio di attribuire loro emozioni e sentimenti umani?
Già Darwin diceva che gli animali hanno sentimenti. Ci sono, infatti, cani che vanno nei cimiteri,
sulla tomba dei loro padroni; muli che rallentano il passo e ti fanno salire su
di loro se vedono che stai male, oppure il gatto che ti viene accanto e fa le
fusa quando sei depresso, cose che ho veduto e vissuto di persona.
Sei in telepatia
con gli animali?
Credo di sì. Una mattina ero a letto e sognai che il mulo
era in un disagio. Mi affaccio alla finestra, e lo vedo che ha il ferro di uno zoccolo
incastrato in una catena del cancello.
Domanda brutale:
sei dalla parte degli animali sempre?
Sempre. Perché gli animali agiscono per istinto, cioè in
buona fede,o perché non si fidano di noi, dell’umano che li uccide e li perseguita.
Ciò non toglie che se un cane, mal gestito dal padrone,mi aggredisce non debba
difendermi, o non debba difendere il mio se assalito da soggetti incustoditi.
Ma oggi ci sono spray molto efficaci in grado di risolvere.
Scrivi che li
trattiamo da avversari, come facevano i fascisti. Come ti è venuta questa
similitudine?
I fascisti sono, per ideologia, quasi tutti violenti, e
vedono in chi non la pensa come loro degli avversari, anziché degli interlocutori
con cui confrontarsi e trovare un’ intesa. Maltrattare un animale, a mio
avviso, significa quindi applicare il codice fascista.
Come vivi le tante
troppe notizie di crudeltà sugli animali?
Le vivo male. Li reputo crimini contro la natura, e verso
esseri innocenti e indifesi, che dimostrano quanto poco ci siamo evoluti.
I cacciatori come
li vedi?
Quando gli ho chiesto cosa provano e come vivono
l’uccisione di un essere che ha diritto alla vita come loro, non hanno mai
saputo rispondermi. Sembra manchino di linguaggio interiore da tradurre in
parole.
Tutta questa,
ottocentesca, paura dei lupi come te la spieghi?
Da sempre gli umani hanno avuto necessità di crearsi dei
nemici. Prima nella fantasia, per poi passare alla realtà. Siccome i lupi ci
sono simili, troviamo facile demonizzarli. Simili per il fatto che uccidono per
necessità, noi invece anche per piacere. Ciò non toglie che facciano lavori
analoghi a quello dei macellai, anche seavvengono nei boschi. Pertanto il lupo assume
il ruolo di nemico ideale. Io li ho incrociati, veduti. Fuggono.
Tu sembri avere
col tuo territorio un rapporto di natura rabdomantica, lo senti, lo percepisci,
come ci riesci?
Non lo so. Mi sembra di vivere in simbiosi con il terreno
che calpesto, con le pietre che tocco, con l’erba che devo sfalciare e mi dispiace
farlo, perché mi pare di ucciderla e forse la uccido, ma sono costretto
altrimenti mi avvolgerebbe la casa.
Rimpiangi il
silenzio perduto. Come abiti in questo frastuono del mondo?
Cerco di evitarlo. Quando devo andare in città e nel
traffico mi sento a disagio. Quasi non mi sento nemmeno più io.
Sei davvero
convinto che i morti liberi del corpo possano essere più felici?
Lo dicevano già Aristotele e Platone, e a ben guardare anche
Dante Alighieri. Così come sono sempre stato fedele a Cristo, e Lui stesso lo
fa capire, anzi lo dice. Credo infatti che una volta che siamo defunti il
dramma sia per i familiari; al defunto, a mio avviso, si aprono gli occhi di
mente e coscienza, ed entra nell’altra dimensione, dove credo si stia meglio.


