Antonino Muscaglione per Fattitaliani
(video) Francesco Baccini torna con un nuovo progetto
discografico e lo fa recuperando una delle caratteristiche che più hanno
segnato la sua carriera: l’ironia. Il nuovo singolo “On. Gino Piripozzi”
anticipa il prossimo album “Nomi e Cognomi Due” e racconta, attraverso la
figura di un politico immaginario, i paradossi e le contraddizioni della
società contemporanea. Una satira pungente ma anche estremamente attuale, che
prende spunto da un mondo sempre più dominato dall’immagine, dalla ricerca del
consenso e dalla velocità dei social.
Musicalmente il brano si distingue per un sound caldo
e coinvolgente, costruito su arrangiamenti swing e rhythm & blues suonati
interamente dal vivo con una big band diretta dal Maestro Mauro Ottolini. Una
scelta quasi controcorrente, che si contrappone volutamente all’estetica del
videoclip, realizzato invece completamente in intelligenza artificiale. Un
contrasto che diventa parte stessa del messaggio del brano: da una parte
l’autenticità della musica suonata, dall’altra un presente sempre più filtrato
e virtuale.
Dopo oltre
trent’anni di carriera Francesco Baccini continua così a osservare il presente
con lucidità e sarcasmo, mantenendo intatta la libertà espressiva che lo ha
reso uno dei cantautori più originali della scena italiana.
Ciao Francesco, il
tuo nuovo brano, 'On. Gino Piripozzi' sembra una festa swing, ma dentro
racconta un’Italia inquietante. Da dove nasce?
«Mi piaceva l’idea di prendere una musica elegante,
trascinante e usarla per raccontare qualcosa di molto amaro. Oggi viviamo in un
mondo dove conta più apparire che saper fare davvero qualcosa. Gino Piripozzi è
la caricatura di questo sistema: uno che diventa famoso perché funziona
nell’algoritmo, non perché abbia un contenuto. Ma il problema è che ormai
quella caricatura assomiglia molto alla realtà. Viviamo immersi nell’immagine,
nella simpatia obbligatoria, nella viralità. Una volta almeno dovevi conquistarti
il palco, fare gavetta, studiare. Adesso sembra basti un video di quindici
secondi. Per questo ho voluto fare un disco suonato davvero, con musicisti
straordinari, con arrangiamenti veri, fiati, orchestra. Mauro Ottolini ha fatto
un lavoro incredibile. Oggi sembra quasi una provocazione dire: “guardate che
la musica è ancora una professione”.»
Hai spesso detto
che la musica oggi è diventata competizione più che espressione. Cosa è
cambiato?
«È cambiato il modo in cui si cresce artisticamente.
Negli anni Ottanta a Genova c’era un locale con un palco aperto dove ci
ritrovavamo tutte le sere: musicisti, comici, artisti. Si andava avanti fino
alle otto del mattino. Lì imparavi a stare sul palco, a sbagliare, a trovare
una voce tua. Io ero timidissimo, ma in quel posto ho perso completamente la
timidezza. C’erano personaggi come Maurizio Crozza che poi sarebbero diventati
famosi, ma nessuno viveva con l’ossessione della notorietà immediata. Oggi invece
i social e i talent hanno creato una competizione continua. Devi arrivare
subito, devi essere virale, devi restare sempre visibile. La musica dovrebbe
unire, invece genera rivalità e ansia da prestazione. E la cosa peggiore è che
tutto diventa velocissimo e intercambiabile. Gaber parlava dei “polli
d’allevamento”: personaggi prodotti in serie, che devono durare poco così il
sistema può sostituirli immediatamente.»
Da bambino eri
attratto dagli outsider: Jannacci, Gaber, quelli “che arrivavano ultimi”. Ti
senti ancora così?
«Assolutamente sì. Da piccolo non mi colpivano i
cantanti tradizionali, quelli perfetti. Mi interessavano gli artisti strani,
laterali, quelli che magari non vincevano ma lasciavano qualcosa. Jannacci,
Gaber… avevano una personalità irripetibile. Oggi invece vedo una tendenza alla
standardizzazione. Anche chi si definisce alternativo spesso sogna le stesse
cose degli altri. In Italia manca una vera controcultura. Io ho avuto una
formazione molto diversa. Tutto è iniziato con un organetto regalato a Natale. Mio
padre capì che ero ossessionato dalla musica e comprò un pianoforte a rate. Da
lì è partita la musica classica, lo studio, l’ascolto. Una volta esistevano
figure che ti educavano musicalmente, come Arbore. Ti facevano capire che la
musica non è tutta uguale. Oggi invece siamo immersi in un flusso continuo dove
conta soprattutto il packaging.»
Dopo diciannove
anni torni con un album di inediti. Perché proprio ora?
«Perché prima non ne sentivo il bisogno. A un certo
punto mi ero anche stufato di un certo ambiente. Io ragiono ancora in termini
di album, non di singoli. Un singolo è una battuta, un disco è un discorso
completo. Questo lavoro racconta l’Italia attraverso personaggi, storie,
contraddizioni. C’è dentro la politica, il calcio, la televisione, la musica. È
una specie di fotografia del Paese. A volte guardo quello che ci circonda e mi
sembra di vivere in un incubo: si parla di tutto tranne che del contenuto. Nella
musica si discute del look, dei follower, delle polemiche, mai delle canzoni.
Per questo avevo voglia di tornare con qualcosa che fosse libero dalle mode.
Anche quando scherzo dicendo che diventerò “il trapper più vecchio del mondo”,
in realtà sto dicendo un’altra cosa: puoi usare qualsiasi linguaggio, ma alla
fine quello che conta davvero è se hai qualcosa da dire.»
Dopo oltre
trent’anni di carriera, cosa ti tiene ancora acceso?
«I progetti. Si invecchia quando si smette di avere voglia di fare cose. Io continuo a innamorarmi di quello che mi circonda: musica, cinema, libri, persone. Ho fatto film, colonne sonore, teatro. La curiosità è l’unica vera salvezza. Questa società ti spinge continuamente alla competizione: devi vincere, restare in cima, dimostrare qualcosa ogni giorno. Io invece non ho mai vissuto la musica come una gara. Quando faccio un concerto e vedo ragazzi che magari all’inizio non sanno nemmeno chi sono, ma poi ascoltano davvero, si avvicinano, capisco che il vero successo è restare nel tempo. Ci sono cose che invecchiano subito e altre che continuano a parlare alle persone. Un artista non dovrebbe seguire il pubblico: dovrebbe seguire la propria visione. Fellini faceva Fellini, punto. È l’unico modo per lasciare qualcosa.»
(foto di Orazio Truglio)



