IL ROMANZO DI CATERINA FALCONI PER RESISTERE ALLA MODERNITÀ TROPPO FACILE

di Mariano Sabatini

Ogni volta che un autore per bambini scrive e pubblica un suo libro, un reel di tik tok muore, o si spera che muoia! Gli autori di libri e testi per bambini e ragazzi com’è Caterina Falconi - 63 anni, abruzzese del piccolo e incantevole borgo di Atri, ma residente a Giulianova con i suoi cinque gatti - andrebbero eletti a eroi nazionali. Per il lavoro pregevole di tutori della fantasia, numi tutelari dell’incanto, sacerdoti del “ti racconto una storia”. Dopo aver scritto tanti testi didattici per la Lisciani, Falconi è autrice di decine di impeccabili riduzioni di classici della letteratura mondiale per il Gruppo Rusconi, nonché ideatrice della serie di fortunati piccoli gialli dei “Giovani ficcanaso” per il marchio Pane e sale. Esce ora per Chiaredizioni di Arturo Bernava un romanzo che si legge, anche da tardoni come il sottoscritto, con la gioia di ritrovare atmosfere che si credevano perdute, parole recuperate, oggetti della memoria. Il tutto ambientato in un paesino, Pietracamela, arroccato sui monti, in pieno Parco Nazionale d’Abruzzo. “Il paese dai boschi profondi”, illustrato da Valeria Troncarelli, è dedicato a un’orsa famosa e a una gatta, e dice fin da subito della follia creativa dell’autrice. <<L’orsa è la dolce Amarena, creatura confidente uccisa vigliaccamente alle spalle. Per noi abruzzesi è il simbolo di tutti gli animali vittime della crudeltà umana. La gatta è Sofia, una micia tartarugata anziana e malata, che non ha mai accettato la morte della sua padrona. Da quel momento si è rifiutata di rientrare a casa. Attendeva la sua umana in strada, convinta che prima o poi sarebbe tornata dal lavoro, come aveva sempre fatto. Mendicava il cibo. Negli occhi aveva un tale dolore, una tale devozione, una tale incrollabile fiducia in quell’impossibile ritorno da straziarmi il cuore. Non ho mai visto tanto amore, neppure in un essere umano>> spiega Caterina Falconi.

Gli animali soffrono per la malvagità umana.

Penso che dovremmo smettere di vessare, torturare, abbandonare e tradire quelli che la grande Margherita Hack definiva i nostri fratelli minori. Essi sono a pieno titolo abitanti di questo pianeta, come noi. Purtroppo, non accadrà, ma possiamo sempre contare sulle vaste aree protette come i Parchi Nazionali, luoghi di resistenza, dove il personale lavora con abnegazione in difesa della Natura.

Il romanzo è un omaggio al Parco nazionale d’Abruzzo. Cosa ti lega a quei posti e quando ne leggi nelle cronache che sentimenti provi?

Mi legano a quei posti i ricordi delle gite da bambina con la mia famiglia. Il desiderio di andare a invecchiare tra quegli alberi, nell’aria che profuma di resina e neve. Il bisogno di schierarmi, collaborando alla salvaguardia della flora e fauna selvatica come so, scrivendo.

In questa storia si parla di strani folletti e di creature dei boschi. Ma ci credi davvero?

I folletti sono i Mazzemarille, caratteristici delle nostre zone, Le altre creature fanno parte del folclore, che è mitopoiesi popolare. Ho fatto delle ricerche, scoprendo che tutte le figure dell’immaginario locale trovano corrispondenze trasversali in altre epoche e altri luoghi. Questo potrebbe indurmi a credere che esista una dimensione spirituale intermedia. Ma che io lo pensi o meno non ha alcuna rilevanza. Nel romanzo le creature fantastiche, ricusate dalla contemporaneità corriva e arida, si sono rifugiate anch’esse tra i monti, nei boschi profondi. È un’altra metafora di resistenza. Forse non dovremmo estirpare le nostre radici culturali, come tendiamo a fare. E di sicuro dobbiamo opporci all’impoverimento della lingua, che vede scomparire lemmi ed espressioni che indicavano, ad esempio, manufatti poetici sostituiti da elettrodomestici ad alto funzionamento.

Tra le tante trame che ti visiteranno come scegli di volta in volta quella a cui dedicarti?

Sono le storie a scegliere me. Sbocciano. Non tutte fioriscono però. Solo quelle che, in fase di lavorazione, superano i due terzi del manoscritto.

Scrivere per bambini allena anche a scrivere per adulti o sono percorsi paralleli intangibili?

Per quanto mi riguarda sono percorsi molto differenti. Cerco di essere più etica quando scrivo per i giovanissimi lettori. Non moralista, ma attenta a non varcare confini che la loro età non abbia ancora sfiorato. Il mio intento, oltre a generare stupore e a dar sfogo alla fantasia, è sempre quello di problematizzare, non di fornire pedanti risposte. Metto in scena le difficoltà del crescere perché i ragazzi si interroghino e trovino soluzioni.

Sei impegnata anche nella riduzione dei classici e nella serie di tua ideazione sui Giovani Ficcanaso. Quando attendi a questi lavori a cosa fai più attenzione?

La serie dei Giovani Ficcanaso è un lavoro creativo che ricalca le movenze dei gialli per adulti, con le debite differenze. Mi diverte inventare le trame e seminare indizi. Le riduzioni sono un’altra cosa. Forse a causa dei miei studi umanistici tendo a non stravolgere mai lo spirito dell’opera, di restare fedele alla trama e anche allo stile narrativo. Non mi piacciono le riduzioni dei capolavori volte a strumentalizzare le situazioni narrate decontestualizzandole e snaturandole.

Il tuo ultimo romanzo noir è Rose di Capodanno… hai altri progetti in cottura o in dirittura d’arrivo?

Ho scritto un nuovo noir che indaga il male da tutte le prospettive, attualmente in lettura presso varie case editrici.

Scrivere ti è facile o è pur sempre un lavoro?

Entrambe le cose. Dipende. Se la storia mi prende tanto, procedo più spedita. Se gli argomenti sono complessi, rallento la stesura.


In che modo essere stata figlia di un grande pittore come Gigino Falconi ha influenzato il tuo immaginario?

Nei miei libri la luce e il cielo fanno sempre da sfondo alle vicende. Gli stessi sfondi delle tele di mio padre.

Per la tua esperienza dove va l’editoria di oggi?

Credo sia allo sbando. Che non siano più chiari i criteri di valutazione di un buon libro, di un bravo scrittore. Forse, si cercano storie che possano piacere a più lettori possibili. Già, ma chi sono questi fantomatici lettori? E poi, francamente, in un Paese dove cultura, scuola, ricerca ed editoria sono tra le ultime voci a essere prese in considerazione, l’acquisto dei libri tende a diminuire. Ci stiamo inoltre disabituando ai ritmi lenti e lunghi del leggere. Molti social, diciamolo francamente, ci attirano con le loro fulminee e divertenti trovate. Leggere è un atto attivo, richiede allenamento ed educazione. Lasciarsi sorprendere da un video è più facile, rilassante, ipnotico.

Gli scrittori come sono considerati in questa società del fare, del guadagnare, dell'apparire?

Siamo dei personaggi, omologati cioè ai nostri personaggi. Esposti in vetrine di pixel, giudicati dall’aspetto, dall’appartenenza politica e da quanto riusciamo a stupire. Molti di noi non sono neppure presi in considerazione, soprattutto se poveri e privi di sex appeal. Tanti ci ritengono degli sfigati. Certo, in Italia c’è ancora uno zoccolo duro di lettori, che ci apprezza in base al valore dei nostri libri. Il discorso è complesso. Sai come si dice con ironica indulgenza dalle mie parti di chi scrive! “È nu poeta”. E si liquida la questione.

 

Fattitaliani

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