Netflix, Emine Meyrem in "Amare e perdere": il coraggio di una nuova femminilità. L'intervista di Fattitaliani

Fattitaliani


di Giovanni Zambito - È disponibile su Netflix Amare e perdere, la nuova serie che segna un momento importante nel percorso artistico di Emine Meyrem, protagonista accanto a İbrahim Çelikkol, amatissimo dal pubblico italiano delle serie turche e vincitore del Premio Kinéo 2025 a Venezia come Miglior Attore Internazionale.

Attrice trilingue e dal profilo fortemente internazionale, formata tra Bruxelles e Parigi e attiva tra Turchia, Italia, Francia e Belgio, Emine Meyrem interpreta Afife, una sceneggiatrice idealista e fuori dagli schemi, impegnata tra scrittura, lavoro e attivismo per i diritti delle donne e degli animali. Un personaggio lontano dagli stereotipi femminili della serialità turca, che unisce determinazione, ironia e fragilità.

Nell’intervista a Fattitaliani l’attrice racconta il legame profondo con Afife, riflette sull’influenza del multilinguismo nella costruzione dei personaggi, sulle differenze tra cinema d’autore europeo e produzioni turche, e sulla scelta consapevole dei ruoli in una carriera che privilegia visione artistica e complessità umana.

Amare e perdere è ora su Netflix con lei protagonista accanto a İbrahim Çelikkol. Cosa rende speciale Afife, la sceneggiatrice idealista che interpreta?

La sua singolarità. Afife è lontanissima dagli stereotipi femminili che siamo abituati a vedere nelle serie turche. Intanto appartiene a una famiglia atipica nella società turca: ha una madre attrice/cabarettista, un fratello musicista di strada, nessuna figura paterna e nessun matrimonio a definirla.

È una donna che non rientra negli schemi, che non appartiene a nessuna categoria prestabilita — e soprattutto non sente il bisogno di farlo. Non risponde alle aspettative della società, segue i suoi desideri e i suoi impulsi con libertà assoluta. L’unica limitazione che si impone è dettata dalla propria coscienza, non da un’etica imposta.

Afife bilancia scrittura, lavoro, attivismo per donne e animali, mantenendo l'umorismo. Quali aspetti di questo personaggio combaciano con la sua vita personale?

Mi riconosco nella sua determinazione, nella sua forza creativa e nella sua empatia verso chi soffre, umani e animali. Anch’io sono impegnata in diverse associazioni e la scrittura ha sempre accompagnato il mio percorso artistico.

Io però sono meno coraggiosa di Afife, perché vivo in Europa e sono cresciuta con tante libertà che diamo per scontate. Quando percepisco un pericolo tendo a scappare a gambe levate, invece di camminarci sopra come fa Afife. Per esempio, non sono mai stata in prima fila a una manifestazione oppressa dalla polizia come lei, anche se ne ho fatte molte.

Mi riconosco anche nel suo senso dell’umorismo e nel suo modo di fare goffo e imbranato.
È la prima volta che interpreto una donna con una vena burlesca e anche in questo ci assomigliamo — i miei amici mi considerano la regina delle gaffe.


Attrice trilingue (italiano, turco, francese), formata tra Bruxelles, Parigi e registi europei/mediorientali. Come influenza il suo multilinguismo le scelte di ruolo?

Un personaggio scritto bene e credibile non può essere un archetipo né ridursi a una nazionalità. Deve essere complesso, contraddittorio, vivo, come lo siamo tutti. È questa complessità — fatta di forza e punti deboli, di sogni e disillusioni, di ferite e meccanismi di difesa — che spinge una persona a comportarsi in un certo modo, anche incoerente. Ed è questo che mi interessa in un personaggio. Se è costruito in tutta la sua complessità, non importa la lingua che parla o il paese in cui si trova: il pubblico si riconosce in lui.

È il caso di Afife. Potrebbe essere una romana che gestisce una trattoria a Testaccio o una messicana con una taquería su una spiaggia: parlerebbe allo stesso modo con l’usuraio che bussa alla sua porta.
Tutte le donne del mondo, secondo me, possono ritrovarsi in lei, nel fatto che lotta su più fronti, come fa la maggior parte delle donne.

Lavora tra Turchia, Italia, Francia, Belgio. Qual è stata la sfida maggiore nel passare tra produzioni turche e cinema d'autore europeo?

Ho partecipato a pochi progetti in Turchia per poter generalizzare, ma basandomi sulla mia esperienza - compresi oltre dieci anni di provini - posso dire che la gerarchia verticale presente nella società turca si riflette anche nel cinema. In Europa ho avuto la fortuna di lavorare in set dove tutti sono sullo stesso piano e si crea una vera “famiglia artistica”, in cui le idee si discutono e si costruiscono insieme. La sfida più grande in Turchia è stata adattarmi a un sistema in cui ognuno fa il proprio lavoro e deve restare al suo posto, senza poter esprimere il proprio parere.

Vive a Parigi ma mantiene una carriera internazionale. Come gestisce gli spostamenti continui tra cinema, TV e teatro?

Non è sempre facile, ma una soluzione organizzativa si trova sempre. Ciò che è più difficile da gestire è l’essere presenti in tanti luoghi allo stesso tempo. In questo mestiere i contatti contano moltissimo: bisogna farsi vedere, frequentare gli ambienti, perché le persone del settore si ricordino di te. Io invece faccio i provini e poi sparisco.

Una volta la mia agente turca mi ha detto: “Sei un’attrice fantasma qui: la tua foto è sulla lavagna dei casting directors, guardano i tuoi self-tape, ma molti non ti hanno mai vista dal vivo, non sanno chi sei… e preferiscono lavorare con persone che conoscono meglio”.
Da un lato, avere più lingue e identità mi ha dato accesso a più ruoli; dall’altro, il fatto di non essere stabile in un posto mi ha fatto perdere molto tempo ed energie tra provini a distanza e spostamenti continui.

Collabora con registi come Jean-Philippe Martin e festival prestigiosi (Istanbul, Tokyo). Cosa cerca oggi in un progetto cinematografico o televisivo?

Innanzitutto cerco una visione d’autore che corrisponda alla mia. Se ho accettato di lavorare in Amare e perdere è perché dietro c’è Yavuz Turgul, un maestro del cinema turco. Negli anni ’80 ha rivoluzionato il linguaggio cinematografico del Paese e, ancora oggi, continua a osare: questo progetto rompe molti codici dell’industria delle serie turche.
Un personaggio come Afife, una protagonista che non corrisponde ai canoni di bellezza imposti dall’industria, accanto a un attore quarantenne che siamo abituati a vedere con partner molto più giovani. Ci vuole coraggio, e visione.

Negli ultimi anni ho rifiutato molte proposte perché non rispecchiavano ciò che cerco artisticamente. E credo che una carriera sia fatta anche di “no”, non solo di “sì”.


Con İbrahim Çelikkol, star italiana delle serie turche e vincitore del Premio Kinéo 2025 a Venezia. Com'è stato lavorare con un attore così amato dal pubblico italiano?

Lui è una star, che lavora a catena. Abbiamo un approccio completamente diverso al lavoro. Io sono abituata a costruire il rapporto tra i personaggi insieme ai miei partner di scena, provando molte volte ogni sequenza per trovare nuove piste, al di là di quella più evidente alla prima lettura.

Lui non ne sente il bisogno: si fida della sua grande esperienza. Arriva, gira le scene e se ne va. Guardando la serie ho capito una cosa nuova per me: ciò che conta davvero è il risultato finale, la credibilità dei personaggi e del loro percorso nella storia. Anche se gli attori non costruiscono insieme, il risultato lo decide la macchina da presa - e può essere sorprendente.

 

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