Opera, Valentino Villa regista de "I Lombardi" alla Fenice: una storia che parla di oggi e di noi. L'intervista di Fattitaliani

Fattitaliani



Al Teatro La Fenice di Venezia fino a sabato 9 aprile è in scena un nuovo allestimento de “I Lombardi alla prima crociata” quarta opera di Giuseppe Verdi, composta su libretto di Temistocle Solera. La regia è di Valentino Villa, le scene di Massimo Checchetto, mentre la direzione musicale dell'Orchestra è affidata a Sebastiano Rolli. Nei ruoli principali troviamo Michele Pertusi, Roberta Mantegna e Antonio Poli. Con Fattitaliani Valentino Villa parla della messa in scena, del suo rapporto con l'opera, della sua cifra registica, delle sue variegate esperienze. L’intervista.

Mettendo in scena un nuovo allestimento, personalmente come guarda alle rappresentazioni storiche di un’opera? Se ne vuole distaccare il più possibile oppure ne prende spunto?
Per “I Lombardi” il materiale non è moltissimo perché non è stato molto rappresentato: io ho approfondito tutto quello che potevo. La tradizione è un riferimento importante per capirne i punti di forza; credo di essermi distaccato con naturalezza da quello che si è visto in precedenza. Senza troppe mediazioni ho cercato di far percepire a chi guarda che la storia apparentemente lontana de “I Lombardi” in realtà parla ancora oggi di noi, dei conflitti attuali che stiamo vivendo, sovranazionali, nazionali e personali.

Come spiegherebbe “I Lombardi alla prima crociata” in termini di direzione dei personaggi, delle scene e degli spazi?
È un’opera complessa con numerosissime ambientazioni. Ha nove personaggi principali e un decimo, il coro, che si presenta in scena sotto svariate forme. Pullula di presenze e spazi e questo è uno dei fili conduttori del progetto: si cerca di semplificare rispetto alla sovrabbondanza di stimoli e si sceglie di non perseguire una linea dispersiva. Lo spazio s’incardina su due direttrici. Uno spazio sempre riconoscibile anche se prende forme diverse; e che è inquadrato all’interno di una storia che funge da archetipo, matrice culturale dell’Occidente, la storia di Caino e Abele. Qui legato soprattutto all’idea più grande di conflitto fra due popoli e due culture, non solo personale.


E in quale dettaglio l’ha piacevolmente conosciuta meglio?
Ho avuto delle conferme rispetto al piacere che ne ho avuto dall’ascolto e dalla lettura del libretto per quanto riguarda la forza che questo primo Verdi irrefrenabile manifesta; un’irruenza sotto tutti i punti di vista che rende speciale il racconto.

Dalla sua prima regia lirica a oggi, c’è una sua cifra registica riconoscibile? 
Considero la mia prima vera regia lirica l’esperienza importante fatta nel 2017 proprio a Venezia con “Cefalo e Procri” di Krenek. Nei miei lavori c’è la tendenza a considerare essenziale il lavoro sullo spazio e credo che questo abbia a che fare con la musica e la sua spazializzazione. E poi la possibilità di lasciar intravedere oltre il racconto del libretto le fondamenta di un pensiero: per esempio, ne “I Lombardi” il lavoro sulla cornice di Caino e Abele prevede un episodio in cui c’è una citazione diretta di Tiziano. Questo episodio del terzo atto dà la possibilità di ricordarci che una storia è in realtà un dettaglio di un pensiero ben più radicato, verticale e profondo.

Come interagisce con il Direttore d’Orchestra e con gli artisti?
Il rapporto è stretto. Non esiste la possibilità che il mio lavoro sia scisso da quello del Direttore o dalle necessità dei cantanti, e in questo caso anche con il Direttore del Coro c’è un rapporto prolifico e costante. Si manifesta attraverso domande di senso e a livello tecnico che io sottopongo ai Maestri e loro s’interessano al progetto di regia in modo che tutto risulti coerente al progetto musicale nel suo insieme. Con i cantanti ci si confronta rispetto all’interpretazione che potrebbe sembrare solo musicale, ma che in pratica ha a che fare con le vicende e le vicissitudini dei personaggi.

Come confluiscono le sue molteplici e variegate esperienze formative e professionali nell’allestimento di un’opera?
La mia attività come regista di prosa mi fa leggere i testi musicali sul piano drammaturgico più stretto, mentre l’esperienza dei testi letterari mi permette di leggere così anche le partiture. Inoltre, l’insegnamento della recitazione mi dà la possibilità nella direzione attoriale dei cantanti di lavorare su elementi significativi eppure semplici e immediati per tirare fuori il meglio sul piano interpretativo. La mia esperienza sull’uso della voce mi porta ad ascoltare con orecchie diverse le esigenze che i cantanti possono sollevare rispetto a certe azioni e situazioni. Credo di capirle e cerco di assecondarne le richieste, che giudico fondate. L’opera è un meccanismo complesso e la mia formazione in economia aziendale mi aiuta nella gestione dell’organizzazione del lavoro, perché si tratta di coordinare tante persone in tempi contingentati.

D’accordo con Auten quando afferma che “Nessuna trama operistica può essere sensata, perché in situazioni sensate la gente non canta.”?
Bellissima frase, avrei voluto dirla io. Mi fa pensare alle tante volte in cui ci viene chiesta una certa forma di coerenza e linearità, quando invece stiamo facendo tutto il contrario. Mi colpisce dunque la richiesta di “normalità” quando invece non è nella normalità che si canta. Giovanni Zambito.


L'OPERA

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
direttore Sebastiano Rolli
maestro del Coro Alfonso Caiani
regia Valentino Villa
scene Massimo Checchetto
costumi Elena Cicorella
light designer Fabio Barettin
movimenti coreografici Marco Angelilli

Arvino Antonio Corianò
Pagano Michele Pertusi
Viclinda Marianna Mappa
Giselda Roberta Mantegna
Pirro Mattia Denti
Un priore della città di Milano Christian Collia
Acciano Adolfo Corrado
Oronte Antonio Poli
Sofia Barbara Massaro



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