Il cuore di una rondine

Fattitaliani

di Giuseppe Lalli -

Quando ero bambino osservavo sempre con infinito stupore il volo delle rondini: così geometrico, così coreografico, così elegante. Quando poi una di loro usciva dal nido per spiccare il volo, mi sembrava un piccolo signore vestito in frac.

Mi è impossibile ricordare le estati dell’infanzia senza il garrulo cinguettio delle rondini: una colonna sonora che dava gioia di vivere, insieme ad una rassicurante promessa di felicità futura. Quando la bella stagione finiva, le rondini le si vedeva tutte allineate sui fili della luce, come tanti soldatini pronti a marciare all’unisono al suono di una misteriosa tromba, non udibile al nostro orecchio. 

Si assisteva allora, prima della partenza, a delle affascinanti evoluzioni: piccole nuvole scure che si stagliavano nel cielo terso del mattino, pennellate di nero che si animavano, si scomponevano e si ricomponevano, secondo un copione che non era mai lo stesso. Mi era facile, di fronte a tanto spettacolo, immaginare che un dito invisibile disegnasse nell’aria quelle figure sempre perfette, senza smagliature.

– Dove vanno le rondinelle? – chiesi un giorno a mia nonna.

– Vanno nei paesi caldi – mi rispose lei.

– I paesi caldi? E dove? – incalzai.

– In Africa: attraversano il mare e poi a primavera ritornano – rispose ancora lei.

– E non sbagliano – aggiunse –, pensa che negli anni scorsi ce n’era una che faceva sempre il nido sotto la grondaia della nostra palombaia, ma siccome abbiamo rimodernato il tetto non si è più rivista –.

La spiegazione mi convinceva, frutto di una saggezza antica, benché queste parole della nonna giungevano al mio orecchio come il racconto di una fiaba. Quante volte ho sperato che quella rondine a primavera tornasse sotto il nostro tetto, a farci di nuovo sognare...

Nel mio villaggio, un paese di montagna sulle pendici meridionali del Gran Sasso, un anno ci fu un inverno assai lungo, e fece tanta neve. Per molti giorni le strade furono impraticabili e per sgomberarle dovettero intervenire i soldati.

In una di quelle notti sognai di una povera rondine che non era potuta partire all’inizio dell’autunno perché ferita in una zampetta dal sasso lanciato dalla fionda di un ragazzo. Aveva così trascorso i suoi giorni a svolazzare qua e là per la campagna, sperando di poter sopravvivere fino al ritorno della primavera. Aveva imparato a riconoscere ad una ad una le case del villaggio e le persone che vi abitavano. Aveva anche capito chi fossero le persone più povere.

In uno dei suoi tanti giri aveva trovato un anello con un piccolo brillante lungo la riva del fiume, e subito l’aveva depositato sull’uscio di una certa Maria, una donna già abbastanza avanti con gli anni che viveva sola. Un altro giorno aveva raccolto sotto un albero una catenina d’oro, e l’aveva lasciata cadere sopra il davanzale del focolare di Domenicuccia, una donna semplice che andava sempre a raccogliere la cicoria nei prati. 

Un’altra volta, infine, aguzzando la vista mentre volava sulla piazza del paese, aveva afferrato col suo beccuccio una grossa banconota proprio sulla porta della chiesa, e l’aveva fatta scivolare sul vecchio tavolo della cucina di Grazia, la più povera del paese, che viveva in un tugurio nella parte più vecchia del villaggio.

Ma i giorni passavano e il freddo non accennava a diminuire. La povera rondinella non ce la faceva più. Le cominciarono a mancare le forze, riusciva a stento a prendere il volo. Fu proprio a questo punto del sogno che fui svegliato da un rumore alla finestra, simile al ticchettìo del becco di un uccello sul vetro. Al risveglio, con le immagini del mio sogno ancora nella mente, quale non fu la mia sorpresa nel vedere sul pianerottolo della porta esterna della mia camera da letto un uccello che giaceva morto.

– Guarda! Una rondinella! – disse mia madre. 

Guardai il povero animale: era davvero una rondine, come nel sogno, con le alucce nere spiegate e una macchiolina rossa sul petto, nel punto dove doveva trovarsi il suo cuoricino. Mia madre prese il corpicino e andò a gettarlo poco lontano. Io ci pensai tutto il giorno. 

Avrei voluto seppellirla quella povera rondine, come più tardi, da adulto, avrei visto fare in uno struggente film di René Clément, Giochi proibiti (ambientato nella Francia della seconda guerra mondiale) a due bambini, uno dei quali aveva perduto nei bombardamenti i genitori e il proprio cagnolino (ah, la guerra, quanti cuoricini fa piangere !…); bambini che, in mezzo alla più cupa desolazione, iniziano per gioco a costruire un piccolo cimitero per gli animali utilizzando le croci rubate alle tombe di un vicino camposanto.

In questi giorni di Pasqua, una Pasqua insanguinata nel cuore dell’Europa, con un popolo intero che sta portando la croce per tutti, mi è tornato alla mente questo lontano ricordo (il tempo dell’anima non è soggetto alle leggi della meccanica), e con esso la figura di quel Francesco che parlava agli uccelli, forse perché era stanco di parlare agli uomini. 


Mi sono ricordato anche di un altro Francesco, quello diventato guida di tutti i cristiani, che ci ha confidato che il Paradiso lo troveremo pieno di animali, pieno di rondini che in inverno non dovranno più emigrare nei paesi caldi, perché si scalderanno al tepore dell’amore di Dio. Entrambi i ‘Francesco’ parlavano a nome di quell’uomo morto più di duemila anni su una croce dopo averci assicurato che, da quella altezza, avrebbe attirato tutto a sé: uomini e animali. C’è da credergli.

Fattitaliani

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