Proscenio, Paolo Cioni a Fattitaliani: il teatro, luogo unico e raro dove far accadere qualunque cosa. L'intervista


Il 26 e il 27 marzo all’Altrove Teatro Studio in scena in prima assoluta IL FIGLIO RIUSCITO spettacolo scritto e  interpretato da Paolo Cioni, che ne parla a Fattitaliani nell'intervista per la rubrica Proscenio.

In che cosa "Il figlio riuscito" si contraddistingue rispetto ad altri suoi testi?
Il figlio riuscito è un testo autobiografico, un mosaico di eventi che ho vissuto sulla mia pelle, ho ricostruito e teatralizzato il mio vivere. Le altre drammaturgie che ho realizzato nel tempo, sono riscritture di testi di autori classici, come Plauto, Boccaccio, Dante. Incorniciati in un contesto contemporaneo, per avvicinare chi il teatro lo vede solo come un momento di "noia", quando in realtà è un luogo unico e raro, dove far accadere qualunque cosa. Tentando anche di creare interazioni con chi guarda, inglobandolo nello spettacolo. Nel figlio riuscito invece, non c'è bisogno di contatti diretti, dal momento che il mio vissuto messo in scena, può essere lo stesso di tantissime altre persone, che possono riconoscersi in quello che ascoltano e guardano.
Quale linea di continuità, invece, porta avanti (se c'è)?
Questo monologo è un viaggio parallelo agli altri testi che ho scritto. Vive di vita propria, senza richiami o ritorni ad altre opere teatrali già esistenti. E' mosso dall'urgenza di raccontare, lontana da un atto di puro egocentrismo, ma dettato da un bisogno di mostrare affetto verso il testo stesso.
Com'è avvenuto il suo primo approccio al teatro? Racconti...
Facevo il Geometri alle superiori, intanto mi divertivo in parrocchia con qualche messa in scena senza pensiero. Un giorno vedo un volantino a scuola "Corso di teatro". Ho chiesto a mio padre se potevo smettere di fare Karate per fare teatro. Lui ha sempre appoggiato le scelte dettate dall'istinto e dal bisogno. E così ho iniziato, e da un gioco, l'attore è diventato un lavoro.
Quando si scrive un testo nuovo può capitare che i volti dei personaggi prendano man mano la fisionomia di attrici e attori precisi?
Nel caso de "il figlio riuscito" ovviamente ho come punto di riferimento me stesso, essendo un racconto autobiografico. Comunque quando scrivo, attingo più al mio immaginario da illustratore, essendo anche un disegnatore e assiduo frequentatore di fumetti e graphic novel. Quando creo un personaggio me lo immagino prima disegnato e poi in carne ed ossa. Solo in un secondo momento penso ad un eventuale attore adatto ad interpretare quel ruolo.
È successo anche che un incontro casuale abbia messo in moto l'ispirazione e la scrittura?
Diciamo che, le persone che non fanno l'attore di mestiere, sono quelle che maggiormente ispirano chi si cimenta a scrivere una drammaturgia. La famiglia, il tabaccaio sotto casa, l'edicola, il ristorante sono stimolanti sia per chi scrive e sia per chi interpreta. Cito Antigone "Molte cose danno sgomento ma nulla dà più sgomento dell'uomo". Ecco, la realtà grottesca del quotidiano è uno strumento molto divertente da usare, quando vuoi mettere insieme delle idee per un nuovo testo da scrivere.
Per un autore teatrale qual è il più grande timore quando la regia è firmata da un'altra persona?
I timori che qualcuno, mettendo in scena un tuo testo, possa comprometterne la natura o i motori che muovono il racconto, è sempre alle porte. Ma il regista interpreta la sua visione dei fatti, in base agli stimoli dati dalle tue parole. Per fortuna, se uno fa anche l'attore, riesce a comprendere questo, diventando più elastico e disponibile ad un diverso punto di vista. Mai affezionarsi a nulla, anzi sono dell'opinione che bisogna lasciare che il regista "torturi" il tuo testo, per scoprirne nuovi lati nascosti e inaspettati.
Interpretare un proprio testo comporta solo vantaggi o c'è anche qualche controindicazione?
Infatti, interpretare un proprio testo, ha come grossa controindicazione, l'affezionarsi a tutto. Per questo, prima di andare in scena, bisogna mostrare il più possibile il proprio lavoro a persone di cui ti puoi fidare, per comprendere dove rischi di cadere nel "compiacimento" delle tue parole. Deve essere un atto di sincerità recitare qualcosa di tuo, di privato. Poi se si parla del proprio vissuto, alcuni momenti del testo in cui si rivive un passato accaduto, possono essere spinosi da recitare, sentimentalmente parlando.
Si riconosce in questa affermazione: "Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti. (William Shakespeare)"?
Certo, Shakespeare era scrittore e attore, aveva un visione totale e universale del mondo. Io, nel mio modesto universo mentale, è inevitabile che attinga dalla realtà, sia quella del fumetto che del vivere, ciò che ci circonda in ogni istante è il motore che ci guida in ogni scelta.  
Come spiegherebbe il Teatro a una persona che vi si deve recare per la prima volta?
In teatro non c'è niente. Ma dal niente può nascere tutto. La famosa quarta parete secondo me a teatro non esiste, è una parete invisibile, quindi non c'è. E' un momento intimo e pubblico allo stesso tempo. Non c'è niente di così opposto e uguale al mondo. Un'esperienza in 3D, ma senza gli occhialini! 
L'ultimo spettacolo visto a teatro?
L'ultimo spettacolo che ho visto è stato a Lucca "Anima" de Leviedelfool. In bilico tra la performance e lo spettacolo. Non è il mio genere, ma riconosco una qualità. Più un assemblamento di concetti, immagini evocative. Con un grosso lavoro di ricerca dietro. Onesto. Alla fine, secondo me, al di là dei propri gusti, l'onestà è la cosa che più conta in uno spettacolo.
Degli attori del passato chi vorrebbe come protagonisti ideali di un suo spettacolo?
Non ne ho idea. Attori bravi, bravissimi, sono ovunque, nel passato nel presente e nel futuro. Un attore romano che mi ha sempre incuriosito era Aldo Fabrizi. Sempre visto in pezzi alla tv in bianco e nero, essendo io di una generazione più giovane. Una faccia bellissima. E poi, Walter Matthau! Mi ricordo, da Toscano qual sono, che lo vidi ne "il piccolo diavolo" e da lì recuperai gli innumerevoli film che aveva fatto. Costatando quanto fosse un grandissimo attore. 
Il miglior testo teatrale in assoluto qual è per lei?
E' dura, però credo qualcosa di Shakespeare sicuramente. Forse "As you like it". Un po' perché mi ricorda uno dei primi spettacoli che feci alle superiori. Evoca tutta quella spensieratezza dell'adolescenza, e il puro divertimento del teatro, lontano da social, promozione, critica e quant'altro. E poi, perché è un testo "colorato", è malinconico ma pieno di calore. E' difficile descrivere una cosa che ti piace, è più facile, purtroppo, parlare di ci
ò che non ci piace al giorno d'oggi.
La migliore critica che vorrebbe ricevere?
Mi piacerebbe sapere che, lo spettatore, uscito da teatro continui a pensare a quello che ha visto. Magari non gli è piaciuto, ma lo ha portato a pensare a qualcosa, a riflettere, anche ad arrabbiarsi. qualcosa che faccia rimanere in testa lo spettro di quello che ha visto per qualche giorno. Come capita con un bello o brutto film.
La peggiore critica che non vorrebbe mai ricevere?
Che lo spettacolo era senza cuore. Fatto per apparire e attirare l'attenzione. 
Dopo la visione dello spettacolo, che cosa Le piacerebbe che il pubblico portasse con sé a casa?
Pensasse ai propri errori, che non abbiamo sempre ragione. E mettesse in discussione le scelte familiari. Spero che questo spettacolo, possa mettere in moto alcuni rapporti rimasti sepolti da anni. Magari qualcuno chiama la madre che non sente da molto tempo.
Nelle note di regia parla di "un esperimento alchemico di trasformazione del vissuto in racconto e redenzione.” Quanto in questo è avvenuto spontaneamente e quanto studiato di proposito? 
Niente di quello scritto è premeditato, era un insieme di sfoghi familiari di sessanta pagine circa, che col tempo, smussando e tagliando, hanno preso la forma di uno spettacolo. Ho razionalizzato dopo cosa avevo scritto, e anche ora, durante le prove scopro nuove cose, nascoste. Uno spettacolo non è mai pronto, è sempre in prova, dal mio punto di vista.
C'è un passaggio, una scena che potrebbe sintetizzare in sé l'essenza e il significato di "Il figlio riuscito"? 
Lo spettacolo è una lenta presa di coscienza, tutto si lega, estrapolare un frammento, mi diventa difficile. E' come una corsa in discesa, quando inizi e prendi velocità fai fatica a fermarti alla fine, a meno che non ci sia qualcuno in fondo chi ti blocca col suo corpo. Comunque l'affermazione di figlio riuscito è sarcastica, per fortuna non esistono "figli riusciti", solo figli. Giovanni Zambito.


LO SPETTACOLO

Il figlio riuscito” è il racconto dolce e un po’ spietato di un figlio qualsiasi che, nella morte del padre, vive la sua catarsi familiare, e forse esistenziale. In scena scorrono, attraverso le parole e il corpo del protagonista, gli episodi più significativi di una vita comune, e comunemente vissuta in balìa: di una madre e un fratello che lo includono nel loro psichiatrico “delirio a due”; della compagna che vive pazientemente con lui tutto l’esasperato crogiuolo di accadimenti e disavventure; di una malattia dal nome spigoloso ed evocativo di sventura, l’Alzheimer, che piano piano si porta via ogni punto di riferimento.

“È difficile fare le note di regia di uno spettacolo in fieri come questo: da anni questo testo matura all’ombra della realtà che lo ha ispirato, la sua materia infatti è vivissima perché vissuta in prima persona dall’attore_ annota Paolo Cioni.” La possibilità che ci dà il teatro in questo caso è più che mai quella di trasfigura”re la realtà, mostrando tutta la sua portata di surreale e inconsapevolmente grottesco, che troppo spesso ci sfugge, presi come siamo a condurre le nostre vite verso un qualche agognato successo. Ma non siamo di fronte a uno sterile sfogo autobiografico; piuttosto è un esperimento alchemico di trasformazione del vissuto in racconto e redenzione.”

IL FIGLIO RIUSCITO

di e con Paolo Cioni

Luci Luca Orsini

Assistente alla regia Cristina Gardumi

 

Dal 26 al 27 marzo

Altrove Teatro Studio - Via Giorgio Scalia, 53 Roma

Fattitaliani

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