Proscenio, il regista Marco Carniti: il teatro nasce con l'uomo. L'intervista di Fattitaliani

Fattitaliani

Fino al 20 marzo al Teatro Manzoni di Roma Caterina Vertova e Pietro Longhi, anche direttore artistico del teatro, danno vita a “La mano del destino”, un thriller psicologico che ruota attorno ad un grande amore che ritorna a far palpitare i cuori dopo molti anni. Una storia d’amore estrema che prende strade inaspettate e pericolose in un gioco di scambio di ruoli  che insegna a guardare  noi stessi negli occhi degli altri. Fattitaliani ha intervistato il regista Marco Carniti (nella foto con Caterina Vertova).
Dirigere un thriller richiede un’accortezza particolare o da parte di un regista non si avverte la differenza con altri generi di spettacolo?

Per creare il thriller ho iniziato con il taglio del mio adattamento dove ho spostato la drammaturgia originale dalla commedia al dramma, da un spazio realistico di una casa al mare a uno spazio astratto e metaforico che avvolge i due protagonisti in una nebbia di mistero. E musicalmente ho scelto la tensione drammatica ed erotica della Salomè di Strauss che diventa un riferimento preciso alla protagonista femminile .
Quanto incide sulla costruzione e sulla resa di una regia l’interazione e l’intesa con gli attori? In questo caso, che spettacolo ha costruito con Vertova e Longhi?
Dove ci sono due personaggi che si scontrano è sempre un testa a testa per i due interpreti. Quindi l’intesa tra gli attori è fondamentale. E anche l’obiettivo più difficile da raggiungere. Spesso è una questione di tempo. Gli attori hanno bisogno tempo per compenetrarsi e arrivare a respirare insieme sul palcoscenico creando il ritmo che solo loro possono dirigere. Con Caterina Vertova e Pietro Longhi è stato un lavoro lungo e meticoloso. Sono due attori che si portano dietro un grande bagaglio di esperienze molto diverse e hanno dovuto trovare un punto di incontro. Sono cose complesse da raggiungere. Oggi siamo costretti a mandare in scena gli attori molto rapidamente. Con la loro umiltà e il mio aiuto hanno trovato un equilibrio e una chimica che li ha portati a un risultato emotivo che tiene il pubblico in una tensione continua per un ora e mezza . Che era il mio obbiettivo .

Solitamente da una prima concezione mentale alla regia effettiva cambiano molti elementi? Quali, soprattutto, per “La mano del destino”?
Difficilmente mi allontano dalla prima idea base. Idea affiora durante lo studio del testo legate alla formazione delle immagini che traducono le basi della regia. Quello che può far cambiare e variare l'idea di base sono i problemi di produzione e tecnici legati al tipo di palcoscenico .
Fin dal principio ho cercato i tempi del thriller. E uno spazio creato a vista del pubblico che rappresentasse una velo inquieto che separa il passato dal futuro .
Al di là degli ovvi adattamenti, dello spirito della versione di Alain Teulié che cosa resta?
Credo di aver tenuto il nucleo principale dell idea di Teulié : I conti da pagare con il nostro passato. E l'amore come centralità della nostra esistenza per poter credere di generare nuova vita.
Quando ha deciso di dedicarsi alla regia? È stato un tutt’uno con la nascita della passione per il teatro o questa decisione è arrivata dopo?
Ho iniziato con la danza. Quindi da adolescente. Ma volevo fare il direttore d’orchestra. Avevo incominciato con lo studio del pianoforte. La musica mi ha portato alla danza. E la danza mi ha portato al teatro. I passaggi sono sempre frutto di folgorazioni che fanno capire quale è il tuo cammino di espressione come artista. Folgorazioni come Strehler, Pina Bausch , Bon Wilson, Grotowsky, Fellini, Visconti.
Qual è il migliore apprezzamento che un regista potrebbe ricevere dall’autore del testo che si mette in scena?
Quello che mi ha detto Alain Teulié …. Che non aveva mai potuto immaginare che il suo testo
potesse essere messo in scena in questo modo e che funziona meglio di come era stato pensato da lui. Perché l’autore deve accettare che la sua opera deve essere lasciata totalmente nelle mani dell'interprete che la tradurrà per il Palcoscenico. È responsabilità del regista amare il testo e non perdere il punto dell’autore.
Assiste sempre a una prima dello spettacolo che dirige? 
Non amo assistere alla prima perché mi è difficile non poter fermare gli attori. Ma assisto sempre alle mie prime …. a volte molto nervosamente …. In cabina regia i tecnici non mi vogliono mai perché li innervosisco (ride, ndr).
Ci sono dei nomi verso cui si sente debitore per quello che Le hanno insegnato e trasmesso?
Le mie Folgorazioni: Strehler, Pina Bausch, Bob Wilson, Grotowsky, Fellini, Visconti.
Dal loro ho visto e capito che il teatro ha origine con l'uomo e dall’uomo bisogna ripartire e dal suo senso civile di vivere su questo pianeta. Giovanni Zambito.
Fattitaliani

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