Luca Diddi: giocare a calcio è sempre stata un’emozione immensa. L'intervista

Fattitaliani


di Laura Gorini -

Giocare a calcio è stata un’emozione immensa fin dall’inizio, quando come ogni bambino cullavo il sogno di diventare, un domani, un calciatore professionista.

Vive di calcio fin da piccino, quando il nonno gli ha regalato il suo primo pallone che ancora oggi, a distanza di tanti anni, custodisce gelosamente sotto il suo letto. E' riuscito a diventare un calciatore professionista e oggi è un imprenditore e un valente allenatore. Luca Diddi, tra un ricordo sui campi di calcio con gli amici del quartiere, a quelli professionali, e un pensiero sul rapporto che si ha oggi con la Tecnologia, si racconta con schiettezza, professionalità e umiltà ai nostri microfoni.

Luca, che ricordi hai del primo momento in cui hai dato un calcio al pallone?

Indimenticabili, senza dubbio.

Ricordo che il primo pallone mi venne regalato da mio nonno e da quello stesso giorno “riposa” proprio sotto al mio letto.

Mi svegliavo con il pensiero di andare al campetto, tornavo frettolosamente da scuola e la prima idea era dirigermi in un batter d’occhio al parchetto con gli amici.

Giocare a calcio è stata un’emozione immensa fin dall’inizio, quando come ogni bambino cullavo il sogno di diventare, un domani, un calciatore professionista.

Oggi, ben prima dell'arrivo del Covid, i bambini hanno smesso di giocare nei giardinetti sotto casa o sotto i loro palazzi. La colpa è di noi adulti che abbiamo introdotto nelle loro vite troppa tecnologia?

L’arrivo del Covid ha sicuramente spezzato il senso di socialità e di condivisione che uno sport come il calcio porta con sé.

Non si gioca più “sotto casa” e molti ragazzi vivono giornalmente nelle loro stanze, connessi virtualmente davanti ad uno schermo.

Si, l’avvento della tecnologia ha sicuramente sottratto tempo all’aspetto “offline” del calcio: ai nostri tempi smartphone, consolle o computer non esistevano, l’unico vero svago era ritrovarsi con gli amici e dare calci ad un pallone dal primo pomeriggio fino al calar del sole.

Si stava insieme sopra un prato d’erba, sul cemento, nel fango, si ideavano nuovi tipi di sfide e, inconsapevolmente, venivano al contempo sviluppate doti fisiche che, ad oggi, hanno bisogno di scuole di tecnica apposite e a pagamento.

Parlo, ad esempio, di equilibrio e coordinazione.

Tu che rapporto hai con la tecnologia?

Internet è molto importante al giorno d’oggi, così come la presenza sui social network, i quali comunque raccontano una parte di te.

Io cerco di rientrare nei confini, limitare le pubblicazioni allo stretto necessario e mantenere sui miei profili personali un atteggiamento sano e professionale.

Quando ti senti di definirlo sano e quando- a tuo avviso- non lo è più?

Instagram, così come tutte le varie piattaforme, può diventare una sorta di dipendenza, di ossessione.

Ci sono per questo motivo dei paletti da non oltrepassare cercando sempre di comportarsi in modo razionale e genuino.

Purtroppo, non è così per tutti: penso per esempio ai tanti ragazzi che non possono fare a meno dei social e dei dispositivi, sempre fissi con lo sguardo sul telefonino.

Questo è sbagliato, e rischia col tempo di diventare qualcosa che non si è più in grado di controllare.

Tra l'altro la tecnologia è stata anche introdotta nel calcio giocato. Credi che abbia dato una svolta in tale direzione?

Sicuramente è stata un’innovazione positiva perché ha permesso, attraverso strumenti come la Goal Line Technology o il VAR, di correggere eventuali errori dei direttori di gara, limitando le polemiche (seppur ancora presenti).

Una rivoluzione importante e giusta, la quale sta indirizzando il calcio verso una direzione sempre più regolare e pulita. 

Come vedi cambiato questo mondo negli ultimi anni?

Lo vedo molto cambiato, anche a causa del Covid.

Purtroppo, le perdite a livello economico sono state tante, così come molte sono le società fallite o ridimensionate, soprattutto in Serie D.

Va anche fatto però un plauso ai club con progetti lungimiranti, bravi negli anni ad investire sul settore giovanile ed in grado di andare avanti nonostante la pandemia e gli introiti dimezzati.

Speriamo che sempre più società puntino sui ragazzi, crescendo fiorenti categorie di giovani calciatori pronti a prendersi carico un domani, del calcio che verrà.

Ti capita mai, in veste di allenatore, di intuire che sebbene sia tanto piccino, un bambino possieda già le caratteristiche giuste per diventare un fuoriclasse?

Si, molti sono i bambini con un talento innato.

Ma non basta.

Specialmente se il ragazzo è piccolo molte sono le varianti, sia fisiche che caratteriali, le quali possono influire nel corso degli anni allo sbocciare o meno di quella stessa dote.

La famiglia, in primis, diventa fondamentale nel processo di crescita, stando vicino al bambino permettendo di svilupparsi in modo sano.

Poi, ovviamente, abbiamo l’allenamento e la propensione al sacrificio, ingredienti fondamentali nella formazione un calciatore.

Ho conosciuto tanti ragazzi che possedevano qualcosa di speciale ma che, ahimè, nel tempo si sono persi.

Che cosa significa essere un fuoriclasse nello Sport?

Significa avere cura del particolare.

L’importanza che viene data ad ogni singolo aspetto della propria vita: dall’allenamento allo stile di vita passando per il lato alimentare.

Non basta soltanto il talento ma una moltitudine di fattori e punti essenziali che vanno assemblati ed uniti.

Solo così è possibile diventare un calciatore più forte di tutti gli altri.

E nella vita in generale?

Come dicevo prima, è importante riuscire a gestire in maniera ottimale e sana le varie situazioni.

È fuoriclasse anche colui il quale riesce a sviluppare le proprie idee circondandosi di persone in grado di realizzarle.

Un fuoriclasse non potrà mai essere tale senza delle persone al proprio fianco.

L’importanza del gruppo, come di uno staff, è immensa.

Nella vita così come nello sport i collaboratori che scegli devono essere in sinergia con ciò che pensi e vuoi portare a termine.

Da calciatore, quale credi che sia stato il goal più bello che hai fatto? E nel corso della sua esistenza, a livello metaforico?

I gol più importanti, così come l’esperienza più importante, l’ho vissuta ai tempi della Pistoiese in Serie B, quando ho avuto l’enorme fortuna di giocare con un campione come Ciccio Baiano.

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