Proscenio, Veronica Liberale a Fattitaliani: L’ispirazione è ovunque, come le idee. L'intervista



Ha debuttato il 17 febbraio al Teatro de’ Servi (vi resterà fino al 6 marzo) GREGORY: UNA STORIA DI FAMIGLIA
una commedia umana che tratteggia con toni leggeri e senza pietismo una sindrome difficile vissuta in famiglia, scritta da Veronica Liberale e diretta da Nicola Pistoia. L'autrice risponde alle domande di Fattitaliani per la rubrica Proscenio: l'intervista.

1.    In che cosa "Gregory: una storia di famiglia" si contraddistingue rispetto ad altri suoi testi?

E’ sicuramente il testo più autobiografico che abbia mai scritto. Si affronta il tema della diversità e nello specifico cosa succede ad una famiglia quando nasce un bambino autistico. A mio figlio è stato diagnosticato circa sei anni fa il disturbo dello spettro autistico. Come autrice teatrale sapevo che avrei dovuto prima o poi dire la mia sull’argomento ma ho aspettato che il momento arrivasse senza forzature. Durante il primo lockdown il momento giusto è arrivato: ed è nato Gregory, una storia di famiglia, con personaggi inventati su suggestioni ed esperienze reali.

Quale linea di continuità, invece, porta avanti (se c'è)?

Affrontare temi sociali con ironia e leggerezza, utilizzando la forma della commedia amara, che ho sempre amato.

Com'è avvenuto il suo primo approccio al teatro? Racconti...

Ero matricola all’Università La Sapienza. Sono sempre stata attratta dal teatro e quindi mi sono affacciata al Teatro Ateneo per vedere cosa offrisse agli studenti e mi sono messa a frequentare un corso di improvvisazione e psicodramma. Dopo pochi mesi sotto la guida di Ferruccio Di Cori, un originalissimo psichiatra arrivato da poco dall’America (dove aveva vissuto per anni costretto in gioventù a lasciare l’Italia a causa delle persecuzioni razziali in età fascista), i cui testi venivano utilizzati come esercizio all’Actor Studio di New York, mi sono ritrovata a scrivere. Di Cori veniva in teatro, ci dava un titolo e noi dovevamo svilupparlo. Molti scrivevano monologhi o flussi di coscienza, io mi presentavo con delle mini pièces. Di quella bellissima prima esperienza è uscito un libro dal titolo “Scusi ma lei è qualcuno? Uno psichiatra e teatro” dove c’è tra gli altri il mio primo testo teatrale!

Quando scrive un testo nuovo può capitare che i volti dei personaggi prendano man mano la fisionomia di attrici e attori precisi? 

Sì, mi succede qualche volta: soprattutto con attori che amo e stimo. Per esempi o in Pane, latte e lacrime (un mio testo ambientato a San Lorenzo nei giorni precedenti al Bombardamento del 19 luglio del ’43) il personaggio di Franca o in Direzione Laurentina (la storia di cinque persone bloccate sotto la metropolitana) il personaggio di Teresa, li ho scritti pensando alla mia amica e collega Antonia Di Francesco, che con il suo talento - lei come tanti altri bravi attori che hanno interpretato i miei testi - ha contribuito alla buona riuscita della mie commedie.

È successo anche che un incontro casuale ha messo in moto l'ispirazione e la scrittura?

Certo. L’ispirazione è ovunque, come le idee. Tutti le abbiamo, bisogna solo accorgersene, coglierle e soprattutto ricordarle. Io conservo biglietti, frasi, articoli di giornale, foto e tutto ciò che sento possa ispirarmi una storia e li metto dentro una scatola. E’ la mia scatola delle idee. Una volta una storia mi è venuta camminando.

Per un autore teatrale qual è il più grande timore quando la regia è firmata da un'altra persona?

Che il regista non capisca il testo e lo  tradisca e non parliamo di qualche battuta ma del senso della storia che un testo racconta. A me comunque non è mai capitato, sono stata sempre fortunata con i registi che hanno diretto i miei lavori da Marco Simeoli a Cristiana Vaccaro a Fabrizio Catarci. Rapporto di stima e fiducia. L’incontro con Nicola Pistoia poi è stato magico. Il suo grande talento  artistico e umano si è sposato perfettamente con la delicata tematica. La regia di Gregory così rigorosa e delicata al tempo stesso, guida l’attore senza schiacciarlo. Il successo di questi giorni al Teatro De’ Servi è merito anche e soprattutto della regia di Nicola Pistoia.

Quanto si riconosce nella seguente affermazione: "il teatro non è indispensabile. Serve ad attraversare le frontiere fra te e me" di Jerzy Grotowski?

Moltissimo.

Il suo aforisma preferito sul teatro... o uno suo personale...

Il teatro si può fare dappertutto, persino in un teatro (ma purtroppo non ricordo chi l’ha detto).

L'ultimo spettacolo visto a teatro ? un giudizio (se vuole)

“Opera pia” interpretato da Loredana Piedimonte, nella suggestiva Sala Toni Ucci, alle porte di Roma. Un monologo potente sulla solitudine e la disperazione di una donna, in cui Loredana, attrice dai mille volti, conduce lo spettatore per mano nel mondo di un’ex insegnante di musica che si innamora di un extra comunitario che vive per strada. Si ride (molto), si piange, ci si stupisce. Un esempio della forza di suggestione del teatro.

Degli attori del passato chi vorrebbe come protagonisti ideali di un suo spettacolo?

Manfredi, Sordi, Totò, la Magnani, la Vitti, Bice Valori… vado avanti? Il motivo non c’è nemmeno bisogno di spiegarlo.

Il miglior testo teatrale in assoluto qual è per lei?

Non saprei rispondere a questa domanda. Ce ne sono talmente tanti. Posso dire un testo a cui sono affezionata: le tre sorelle di Checov. Fu il  mio saggio finale alla scuola di recitazione. Io ero Irina e la scena  tra lei e Tusenbach penso sia una delle più belle del teatro classico.

La migliore critica che vorrebbe ricevere?

Mi è stata già fatta: “in un mondo in cui tutti giocano da soli, adoro il tuo saper creare una squadra”.

La peggiore critica che non vorrebbe mai ricevere?

Quella distruttiva e basta.

Dopo la visione dello spettacolo, che cosa Le piacerebbe che il pubblico portasse con sé a casa?

Maggior sensibilità nei confronti dell’autismo nella vita di tutti i giorni.

C'è un passaggio, una scena che potrebbe sintetizzare in sé l'essenza e il significato di "Gregory: una storia di famiglia"? 

Le ultime parole pronunciate da Francesco De Rosa ma se volete conoscerle dovete venite a teatro!! Giovanni Zambito.


LO SPETTACOLO
Roma, 1999 - La vita della famiglia Puracchio viene felicemente sconvolta dall’arrivo di un bambino: la fidanzata di Adriano, figlio di Maurizio, proprietario di una ferramenta, è incinta. Il lieto evento viene accolto con entusiasmo da tutti i suoi componenti, compresa nonna Luciana e zia Fiorella. Nella vecchia casa familiare, all’interno di un quartiere popolare, che è un po’ come un paese, l’intera famiglia trascorre la propria vita fatta di tensioni sopite, sogni accantonati, paure nascoste, in nome di un’ esistenza normale e dignitosa.

Il piccolo Francesco, figlio di Adriano e Tamara, nato all’inizio del nuovo secolo, viene salutato come il bambino del futuro, colui al quale ciascun membro della famiglia cercherà di trasmettere qualcosa: Nonno Maurizio la sua ferramenta, Papà Adriano la sua passione per il calcio, zia Fiorella la sua visione del modo, Nonna Luciana i suoi ricordi di gioventù (legati a un vecchio poster di Gregory Peck che incombe sulla scena) e soprattutto i sogni più belli di mamma Tamara. Le aspettative sembrano infrangersi con la scoperta graduale che il nuovo arrivato sembra comportarsi in modo strano, quasi incomprensibile e poi con la consapevolezza della sua diversità. Di fronte a un evento così destabilizzante il castello di carte costruito dalla famiglia negli anni è costretto a cadere, ciascuno è chiamata a mettersi in discussione, a morire dentro per poi rinascere più forte e migliore di prima.
“Gregory: storia di una famiglia” è uno spettacolo che, sullo sfondo di una società che sta cambiando il suo modo di comunicare, con l’avvento di internet e dei social, ci accompagna con toni leggeri, rifuggendo da qualsiasi forma di pietismo, nelle fasi della scoperta di un figlio diverso, autistico con le sue caratteristiche e il suo modo tutto speciale di relazionarsi.
Una commedia umana che da la sua visione e il suo piccolo contributo nella descrizione di una sindrome difficile da comprendere e da descrivere. Una storia che cambia e travolge la vita dei protagonisti, le cui vicende, raccontate sempre con sorriso e ironia, ci portano a riflettere su una società molto spesso non inclusiva e sull’inconsistenza e la vacuità, che si cela dietro il concetto di normalità.



Fattitaliani

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