martedì 1 giugno 2021

Rafael R. Villalobos dirige "Tosca" alla Monnaie: solo con la bellezza si possono raccontare storie terribili. L'intervista di Fattitaliani

Bruxelles come tante città europee torna alla vita sociale e culturale e la riapertura al pubblico della Monnaie suggella a pieno titolo questo senso di rinascita. Giacomo Puccini e la sua Tosca dall'11 giugno hanno la missione di riaprire il Teatro dell'Opera con la nuova produzione che si avvale della regia di Rafael R. Villalobos (foto di Jean Baptiste Huong), e della direzione musicale del Maestro Alain Altinoglu. Fattitaliani ha intervistato il giovane 33enne artista spagnolo, partendo proprio da quello che prova nel "riaprire" l'opera a Bruxelles.

"È un'enorme responsabilità -ammette- tanto che ho deciso di non pensarci, altrimenti ci si diventa matti. In ogni progetto bisogna pensare a dare il massimo, a prescindere che sia un teatro grande o piccolo o l'apertura della stagione. Occorre concentrarsi sulla preparazione senza pressioni esterne".
© Copyright_Hugo Segers

È anche la prima volta che lavora per la Monnaie.

Ci sono debutti particolari come al Liceu di Barcellona, al Teatro Real di Madrid; personalmente La Monnaie rappresenta un debutto molto importante a livello emozionale, una gioia infinita. Da quando ero bambino, sapevo che volevo lavorare nell'opera senza sapere bene in che cosa esattamente. A 12 anni ho visto un video di una produzione della Monnaie e ho deciso che era proprio questo che volevo fare. È sempre stato un teatro sempre desiderato, ne ho sempre seguito la programmazione e la carriera di Peter de Caluwe, per me uno dei grandi personaggi dell'opera contemporanea. 
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L'idea al centro della sua messa in scena è il timore di Dio usato come strumento per controllare e soggiogare gli altri. Come nasce?
Questo progetto di Tosca è nato anni fa quando abitavo a Roma come artista residente all'Accademia di Spagna. Roma è la capitale d'Italia e anche della 'morale' europea, si può dire: ho cominciato a capire la relazione fra la vita sociale, politica e quella religiosa nella quotidianità. Ho preso parte a un progetto in cui personaggi dell’opera originale di Calderón de la Barca si mescolavano a personaggi della società romana contemporanea e ho approfondito il mio approccio a determinate opere drammatiche. Mi sono imbattuto in Tosca, anzi Floria: due donne in un corpo, in un viaggio che va fino al suicidio, una condizione inaccettabile per un cattolico. Io, non credente, nella mia vita di non fede ho sempre avuto gelosia verso i credenti, una nostalgia di credere, come Pasolini, che tutti hanno tacciato come non credente. Ecco, nell'opera porto avanti questa relazione fra Tosca e la credenza in Dio; non so se perde la fede, ma ad un certo punto lei s'interroga e capisce che la struttura dentro la quale è cresciuta non è più come prima. Purtroppo, nel tempo la religione e la fede sono stati strumentalizzati e utilizzati per fini politici.
Foto di Sonia Espigares
Come esprimere e sviluppare una propria idea all'interno di un'opera già densa senza un appesantimento ulteriore della storia?
Cerco di fare una produzione su due livelli paralleli: uno narrativo e descrittivo con una lettura dell'opera abbastanza classica e uno più profondo, in cui i concetti possono essere veicolati attraverso momenti pieni di simbologia. In questa produzione i tre atti riflettono i tre momenti mentali della protagonista: il primo più realista, anzi un po' cliché e ritrae la personalità di Tosca; un secondo atto un po' scioccante perché si scopre che cosa accade "in questo luogo di lacrime" come dice Scarpia, e un terzo atto dove lei ha perso la ragione e i due personaggi, lei e Cavaradossi, vivono in due realtà completamente diverse: lei si trova in uno stato post-traumatico, di follia, dopo avere assassinato Scarpia, mentre lui capisce che il salvocondotto è finto e che sta per morire.
In che maniera Pasolini entra a far parte della storia?
È una regia abbastanza narrativa dove abbiamo mescolato la storia di Tosca con gli ultimi giorni della storia personale di Pier Paolo Pasolini, quando nel 1975 presenta il film "Salò" e c'è tutta la cospirazione per ucciderlo perché lui diventa troppo pericoloso per la morale politica e religiosa, dando a pensare a chissà cos'altro avrebbe potuto fare dopo "Salò". Quindi, abbiamo introdotto anche lui come personaggio, anzi, ci sono due "Pier Paolo": Pier Paolo Pasolini e Pier Paolino. Vediamo che personaggi secondari dell'opera come il sagrestano e il pastorello organizzano una cospirazione per ucciderlo. E nel secondo atto c'è la presenza del bambino, che ha vissuto in prima persona quello che succede nella Repubblica di Salò, che lui mette nel film.
Un altro elemento culturale visivamente forte è Caravaggio...
Salò è molto conosciuta come un'opera quasi pornografica, escatologica: a me questo non interessa, non è affatto questo il riferimento che prendo per Tosca. Quello che di Salò mi interessa e mi affascina e che lo rende un film fantastico, è  il fatto che è talmente forte che costringe sempre a fissare lo schermo. È un film assolutamente ipnotico, perché bellissimo: Pasolini ha capito che soltanto attraverso la bellezza è possibile parlare di quelle cose troppo difficili da guardare in faccia. I colori, la luce, la composizione visuale: ogni elemento è studiato benissimo, come sulle pitture di Caravaggio. Quando ero a Roma studiavo l'iconografia barocca, e un giorno, davanti al quadro di Giuditta e Oloferne mi sono chiesto: "Se questo fosse una fotografia, io avrei la forza di guardarlo?". Probabilmente no, per la forte presenza della violenza e del sangue, e avrei volto lo sguardo altrove. In questo modo, il quadro avrebbe perso quel canale di comunicazione con cui Caravaggio e poi Artemisia Gentileschi mi stanno raccontando la terribile storia di questa donna. È stata una scoperta per me capire che sia in Caravaggio che in Pasolini, quando si deve parlare di cose scomode per l'essere umano, il canale più interessante è la bellezza, che non è una maniera di sublimare o rendere frivolo, è tutto il contrario: Salò sarebbe inguardabile senza la bellezza ed è a questo principio che abbiamo attinto come anche ad alcuni riferimenti iconografici, i giovani, il bianco come simbolo dell'innocenza rapita. Con il film c'è direi un rapporto estetico e filosofico.
© Copyright_Hugo Segers

Il contenuto di Tosca la rende un'opera che attirerebbe anche i giovani come le serie odierne... che ne pensa?
Tosca è il primo film, possiamo dire: una storia dove la storia politica e amorosa s'intrecciano come nelle serie tv. Abbiamo voluto fare una produzione teatrale con tanto lavoro sulla regia attoriale: i cantanti sono splendidi e con il Maestro hanno lavorato tantissimo su queste atmosfere. È una rappresentazione abbastanza cinetica in cui un unico spazio scenico si trasforma tutto il tempo e fa in modo che la storia vada molto avanti. Tosca è un'opera perfetta a livello drammatico, per come è costruita, talmente perfetta che diventa difficile approcciarla, con una musica così descrittiva e personalmente penso che per un regista la prima cosa da fare è capire le intenzioni del compositore. È impossibile non raccontare la storia di Tosca così com'è scritta. 
Foto di Daniel Carretero
Lei cura anche i costumi: questo Le permette di esprimersi ancora in maniera più completa?
Lavorare sui costumi significa lavorare sui personaggi e crearli con i cantanti. Le prove dei costumi sono una parte essenziale della regia e chiedo anche ai cantanti cosa pensano e che cosa si può aggiungere per costruire insieme il personaggio. Una prova costume è il momento di tutto il percorso in cui i cantanti sono più vulnerabili e per me rappresenta un momento di grande unione con loro, capirne a fondo la personalità e l'artista che c'è dietro. Un regista fa il 30% del suo lavoro nelle prove, un 30% nelle pause anche quando si prende un caffè e un altro 30% nella prova dei costumi. La regia è fatta dai cantanti sulla scena e devono difendere la tua idea e questo avviene quando c'è una comprensione reciproca.
In questa regia si è avvalso della collaborazione dello scenografo Emanuele Sinisi e del pittore spagnolo Santiago Ydáñez...
Dato che uno dei personaggi della Tosca è un pittore, abbiamo deciso di includere Santiago Ydáñez, uno dei pittori più grandi della Spagna, per creare delle opere ad hoc: il ritratto della Maddalena, molto importante nella struttura dell'opera, e una sua versione del Palazzo Farnese e della Giuditta del Caravaggio. Ha fatto un lavoro splendido, come anche lo scenografo Sinisi capace di creare una scena molto semplice, minimalista ma allo stesso tempo in grado di sintetizzare sia l'architettura razionalista romana che la struttura tipica delle chiese, con riferimenti anche al Mausoleo di Garibaldi "Roma o morte", in connessione con la trama politica. Tra l'altro, era la prima cosa che vedevo la mattina quando uscivo dall'Accademia di Spagna a Roma. 
© Copyright_Hugo Segers

Guardando al suo percorso personale, quale elemento Le ha permesso di arrivare così giovane a un successo tale, con tanti riconoscimenti?
Penso di essere veramente fortunato, ma la mia prima fortuna è essere appassionato. Tante persone non hanno una passione, mentre io ho trovato la mia, cioè l'opera, quando avevo 10 anni e poi a 12 anni la regia, grazie alla Monnaie e a Wenicke. Già questo è una fortuna, senza passione non si può fare questo mestiere. Poi, contribuiscono anche delle qualità naturali, come essere reattivo e capire quando arrivano determinate opportunità da cogliere. Ho anche molta capacità di ascolto: ascoltare gli direttori artistici, i maestri, i cantanti, i tecnici... Come project manager hai una grande responsabilità, ed avere capacità di ascolto è primordiale per essere un buon leader. E poi, lavoro lavoro lavoro lavoro lavoro. Senza lavoro, non c'è niente. Non ci sono solo i concorsi che ho vinto, i progetti che son andati in scena... ma anche quello che non vede nessuno, vale a dire il 90% di progetti che non sono mai decollati, e che rimangono nel mio studio. Lavoro, lavoro, lavoro e occhi aperti per capire le opportunità che il mondo ti offre. Giovanni Zambito.
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TOSCA
Direction musicale ALAIN ALTINOGLU
Mise en scène & costumes RAFAEL R. VILLALOBOS
Décors EMANUELE SINISI
Éclairages FELIPE RAMOS
Chef des Choeurs ALBERTO MORO

Avec la collaboration exceptionnelle de Santiago Ydáñez pour les peintures

Floria Tosca MYRTÒ PAPATANASIU (11, 15, 17, 19, 24 & 27.06, 01.07)
MONICA ZANETTIN (13, 16, 18, 22, 25, & 29.06, 02.07)
Mario Cavaradossi PAVEL ČERNOCH (11, 15, 17, 19, 24 & 27.06) 
ANDREA CARÈ (13, 16, 18, 22, 25 & 29.06, 01 & 02.07)
Il barone Scarpia LAURENT NAOURI (11, 15, 17, 19, 24 & 27.06, 01.07)
DIMITRI TILIAKOS (13, 16, 18, 22, 24, 27 & 29.06, 01.07)
Cesare Angelotti SAVA VEMIC
Il sagrestano RICCARDO NOVARO
Spoletta ED LYON
Sciarrone KAMIL BEN HSAÏN LACHIRI (MM Academy Laureate)
Pastorello LOGAN LOPEZ GONZALEZ (MM Academy Soloist)
Un carceriere KURT GYSEN

Coproduction OPÉRA DE MONTPELLIER, TEATRO DEL LICEU BARCELONA, TEATRO DE LA MAESTRANZA SEVILLA

En coproduction avec Shelter Prod et Prospero MM Productions, avec le soutien de taxshelter.be et ING
Avec le soutien du tax shelter du gouvernement fédéral de Belgique